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Contro Castaldo. Senza se e senza ma
Il festival di Sanremo 2005
"Ciò che è troppo stupido per essere detto può sempre venire cantato", sosteneva Voltaire: il quale però non conosceva certi fenomeni di casa nostra, altrimenti avrebbe forse previsto delle eccezioni. Prendiamo ad esempio queste due compilation del festival di Sanremo 2005, oggetti che – ammettiamolo – ben difficilmente susciterebbero la nostra curiosità se non fosse per i recenti sviluppi del dibattito sul nazional-popolare. Edoardo Sanguineti assicura infatti che se Gramsci fosse vivo oggi si occuperebbe delle Lecciso, tutto però dipende da come lo si fa. E lo stesso vale per Sanremo: interessarsi al nazional-popolare non significa affatto darsi al giochino preferito delle cicale di lusso, che rovistano nella spazzatura al solo scopo di sghignazzare e vedere riconfermata la propria superiorità intellettuale (e dunque la compiaciuta distanza dalla plebaglia). Al contrario, premesso che le note sono sette e che una canzone è una canzone, noi ci mettiamo senz’altro dalla parte del popolo ed esigiamo di conseguenza qualcosa di autenticamente popolare. Vale a dire: non una musica di Stockhausen su testi di Hegel-Deleuze, ma appunto una canzone che esprima sentimenti che tutti provano e tutti possono capire. Ci chiediamo dunque: i brani sanremesi raggiungono il successo nell’esprimere questi sentimenti? La risposta è quella che potete immaginare, ma le motivazioni sono fortemente differenziate a seconda dei casi: casi che possiamo raggruppare, grosso modo, in quattro filoni principali. Cominciamo allora - tanto per toglierci subito il dente - con la categoria degli Impresentabili: gli impresentabili sono stonati quando non afoni, non hanno musicalità né originalità, portano allo sbaraglio le loro canzoni ributtanti e mancano insomma del minimo livello di decenza. Sono loro gli agnelli sacrificali che non possono mancare alla festa - altrimenti al pubblico ludibrio non si saprebbe chi additare - e sono loro ad accreditare sempre più Sanremo come una sorta di reality, da guardarsi con pietosa morbosità. La gente li ama perché scatta il noto effetto canto meglio io: e quest’anno ne abbiamo avuto fulgidi esempi in Umberto Tozzi, Franco Califano, le sorelle Iezzi e il duo Cutugno-Minetti. Roba che può anche avere una sua efficacia metalinguistica, forse, ma ad ascoltarli su disco francamente ci si invecchiano i classics. Il genere limitrofo è Una vita per Sanremo: costituito da personaggi come Marco Masini, Matia Bazar e Marina Rei, della cui esistenza non vi è traccia all’infuori delle cronache festivaliere. Lasciamoli dunque dove stanno, in attesa di ritrovarli nella prossima edizione, e veniamo alla Coalition of the willings: vale a dire l’armata di quelli che vogliono esportare la Buona Musica nel luogo ad essa meno adatto. Comandante in capo è lo sborone Francesco Renga, il cui Angelo è tutto uno sfoggio muscolare di preziosismi armonici; la sua hubris però lo porta a strafare, e il senso del testo si smarrisce completamente nella baroccaggine della musica. Fanno parte della coalizione anche Nicky Nicolai – con un pezzo funestato dalle masturbazioni sassofonistiche di Stefano Di Battista – e Antonella Ruggiero, che non canta in italiano ma in poetichese; alla fine lo sfoggio egocentrico di tante bravure conduce al risultato opposto, accrescendo il kitsch dell’insieme. I Ragazzi di strada – la quarta e ultima categoria - non rischiano certo di incorrere in questi problemi, visto che la bravura non c’è: essi cercano piuttosto di tenere Sanremo a contatto con la realtà, afferrando lo zeitgest attraverso l’invocazione di tatuaggi, sms e gerghi liceali. A Gigi D’Alessio basta invero l’accento napoletano per verniciare di vita vissuta un pezzo che più asetticamente tradizionalista non potrebbe essere, mentre Dj Francesco, Anna Tatangelo e Le Vibrazioni – più che il neorealismo - ricordano i servizi di costume e società del tg2. Comunque, i ragazzi di strada sono quelli che meglio interpretano la sanremesità: adesso aspettiamo solo che imparino anche a scrivere la musica, invece di copiarla, così che finalmente potremo ascoltare delle canzoni. Ma per stavolta dobbiamo limitarci a constatare il fallimento del festival, che - almeno in questo - è il fedele specchio dell’Italia attuale. Perché Sanremo è Sanremo. Purtroppo.
[da Giudizio Universale n.1, aprile 2005]

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