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Contro Castaldo. Senza se e senza ma
Il re dei furbetti
Vorremmo avere qui il primo che usò l’aggettivo “ipnotico” in campo musicale, per dirgliene quattro. Si rendeva conto di quali disastri si sarebbero accompagnati a questa parola? Non immaginava quanti crimini sonori sarebbero stati commessi in suo nome? L’ipnotismo è una specie di ideologia musicale - che si appoggia a scampoli di psicanalisi per stabilire, in sostanza, che la musica migliore è quella che ha lo stesso grado di varietà di un orologio a pendolo.
In base a codesta ideologia, la musica ipnotica di Ludovico Einaudi è perfetta: in particolare nell’album Le onde (1996), che ne è l’espressione più ipnoticamente riuscita. Dopo un’introduzione etnochic (la trascrizione di una Canzone popolare francese del Cinquecento), il mago Ludovico già dal secondo brano (Le onde) ci imbarca sul suo morbido letto di note: le suddette onde vengono evocate dall’accompagnamento arpeggiato - notare l’originalità della trovata - mentre la mano destra suona una melodia che definiremmo carina. Tale carineria inizia in modo minore (messaggio ipnotico: devi provare malinconia), poi però passa magicamente al maggiore (messaggio ipnotico: ora devi raggiungere l’estasi); dopodiché il pezzo sarebbe anche finito – sono passati due minuti – però il mago Ludovico ripete tutto fino a farlo durare cinque, giusto nel caso ci fosse qualche soggetto più resistente all’incantesimo. E se siete ancora lucidi vuol dire che dovete annullare la coscienza e lasciarvi andare, alla scoperta del meraviglioso mondo del do maggiore. “A me le orecchie!”, sembra dirci il mago Ludovico mentre compone e suona il pianoforte per noi - a volte anche i tasti neri - e con il suo fascino romantico ci ammalia come il Novecento di Baricco (specie quando tra un arpeggio e l’altro inserisce una delle sue pause interminabili, quasi craxiane, per enfatizzare il pathos del momento). Non potete resistere: perfino Nanni Moretti cadde in trance ascoltando questo ipnotico brano, e lo scelse per la colonna sonora di Aprile.
E non si incorra nell’equivoco di inserire l’ipnotico Ludovico nella combriccola minimalista. La minimal music si basa su un materiale musicale fatto di pochissime note, giusto? E poi le sottopone a trasformazioni continue che le portano ad essere qualcos’altro. Nel caso di Einaudi avviene tutt’altro: si parte da frasi semplici ma non minime, e non le si sottopone a trasformazione alcuna. Al più le si trucca con i soliti cosmetici, trilli acciaccature e via abbellendo, fra esitazioni alla Chopin e pedali da elefante: anche quelle rare volte che azzecca un bel giro armonico, poi finisce per sommergerlo in un diluvio di plin plin plon. Siamo alle prese con un neoconservatorismo che parla direttamente alla pancia dell’ascoltatore, soddisfandone i bisogni più immediati di suggestioni poeticheggianti; la consolazione oppiacea - che accarezza il depresso in cerca di piaceri a buon mercato – viene ottenuta con stereotipi importati dal mondo classico, mandandoli a ramengo in una deriva estetizzante e infantile. Inoltre Einaudi ricorre alle sonorità che dei minimalisti erano tipiche (anche se qui sono più rozze) per adattarvi la struttura formale della canzonetta: insomma, è pop travestito da minimalismo; e il travestimento è funzionale a dare una spruzzatina di autorevolezza, dato che storicamente il minimalismo è nobile (musica d’avanguardia, Arte con la maiuscola e via dicendo) mentre il pop è puzzone e fa pensare a Pezzali. Ma gratta gratta, è di pop che si tratta; non deve quindi stupire se questo furbetto del do maggiore lanci ogni volta la scalata alle classifiche di vendita, come un canzonettaro qualsiasi.
Il caso di Ludovico Einaudi può considerarsi un segnale del nuovo ruolo che i compositori italiani della sua generazione hanno assunto nella società. O meglio, un segnale del fatto che hanno rinunciato a qualsiasi ruolo: all’era dell’impegno politico - che non rimpiangiamo - è subentrata quella del narcisismo, e la dedizione all’interesse superiore è stata sostituita (più o meno consapevolmente) da quella al conto corrente. E’ un distacco dalla realtà che da un lato li rende più popolari, ma dall’altro gli fa perdere prestigio; e di certo il mago Ludovico non sarà fra quelli che patiranno la fame per i tagli allo spettacolo: siamo nel XXI secolo e l’artista deve stare, come si dice, sul mercato. Bella roba.
[da Giudizio Universale n.9, gennaio 2006]

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