LO SCONTRO DI LINGUAGGI IN PORGY AND BESS
George Gershwin era troppo bravo come songwriter, perché qualcuno lo prendesse sul serio come operista: del resto, perché sciropparsi tre ore di gorgheggi quando brani come Summertime o It ain’t necessairily so funzionano benissimo anche da soli? Beh, azzardiamo, un motivo ci sarebbe: Porgy and Bess è un’opera che fa finta di raccontare una storia (quella rappresentata sul palcoscenico) mentre in realtà ne contiene un’altra (quella espressa dalla musica), la prima essendo poco più che uno spunto per consentire all’autore di mettere in scena il vero dramma: l’emancipazione di un intero popolo ansioso di uscire dalla sudditanza. Il popolo è quello afroamericano, ma con esso Gershwin vuole parlare dell’America nel suo complesso, del riscatto dall’egemonia anglosassone e della conquista di una dignità culturale autonoma. Ebbene, tutto questo si riflette in Porgy and Bess attraverso lo scontro fra due tradizioni musicali: la lirica europea e il jazz afroamericano, che sarebbe a dire la musica bianca e la musica nera. Perché è vero che in scena compaiono quasi soltanto personaggi di colore, ma nel loro modo di cantare – come pure nell’accompagnamento dell’orchestra - il bianco e il nero sono compresenti. Non nel senso che si fondono assieme, anzi tutt’altro: i due linguaggi si comportano qui come l’acqua e l’olio, mantenendo in ogni momento la loro specificità e riconoscibilità. E ciò dà luogo a un risultato schizofrenico, mostrandoci due caratteri musicali che cercano invano una sintesi: al punto che più Gershwin li avvicina più la lirica e il jazz vanno a cozzare, come per una reciproca e tenace incompatibilità. Ma è proprio esibendo il kitsch (e il sostanziale fallimento) di questa integrazione che il musicista conferma l’autenticità della sua testimonianza, e coglie il nodo centrale del proprio tempo: con il pretesto della storia di un uomo e una donna, e attraverso un conflitto di linguaggi, Porgy and Bess racconta il conflitto di civiltà che oppone la vecchia Europa alla nuova America. E’ poi la doppiezza di quest’opera, così perfettamente sintetizzata dalla ninnananna beffarda di Summertime (nella quale l’ottimismo del testo viene sbugiardato dall’inquietudine della musica), a far sì che questo poco diplomatico messaggio rimanga nascosto dietro una facciata di apparente conciliazione. I poteri forti della critica musicale non hanno mai capito nulla dell’urto espressionistico qui contenuto, rifiutandosi di prendere in considerazione Porgy and Bess foss’anche per stroncarla. E potrebbe essere questa la ragione per cui – a settant’anni suonati, e a dispetto della sua stessa celebrità – quest’opera fatica ancora ad essere accettata per quello che è; lo smembramento di Porgy and Bess infatti è sempre stato più la regola che l’eccezione, con la musica serious e quella popular a reclamare ciascuna la propria fetta di eredità.