Il Blog della Domenica

Contro Castaldo. Senza se e senza ma

domenica, novembre 28, 2004

 

TOTO’, PEPPINO E LA SPOCCHIOCRITICA

 

Volevo scrivere qualcosa sulla critica (e/o sul giornalismo) musicale. Proseguire la discussione che nel frattempo si è arricchita dell’intervento e delle preziose segnalazioni di Maxcar. Ma mi sono trovato nell’impossibilità di scrivere sulla critica musicale. Non è tanto che manchi la materia prima: è che questa materia prima è come anestetizzata, inerte, se le dai un calcio non se ne accorge neanche, se le molli un ceffone incassa e continua come niente fosse.

 

Insomma, la povertà di idee nell’attività pratica rende possibile che si discuta di informazione musicale soltanto in astratto, per grandi teorie, castelli di paroloni campati per aria. Sì, perché noi possiamo riflettere quanto si vuole sul giornalismo, la critica, apocalittici e integrati, militanti e sentinelle, e utopie neopostmoderne. Poi però andiamo in edicola, sfogliamo Musica, Blow up, il Mucchio, Rumore e ci ritroviamo nello straniamento più totale. Pare che la profezia di fukujama almeno per il mondo musicale si sia realizzata: nessun conflitto. Nessuno scontro fra fazioni avverse. Un placido appiattimento nell’eterno presente di un pensiero unico. Entropia musicale all’ultimo stadio? Chissà. Fatto sta che è davvero arduo, anche comprando simultaneamente tutto il giornalame musicale in circolazione, individuare dei fili comuni che permettano di eseguire raffronti e confrontare concezioni diverse. Che una rivista possa polemizzare con un’altra, mettendo a contatto diversi modi di intendere la musica, è semplicemente fuori dal mondo. Se qualcuno ci provasse passerebbe il resto dei suoi giorni a stipendiare avvocati; e del resto spesso sono i medesimi che scrivono sia qui che là quindi è un po’ difficile che polemizzino con se stessi. Diciamocelo morettianamente: abbiamo sotto gli occhi un unico grande giornale, segmentato in fascicoli differenti per grafica, prezzo, target di riferimento, ma che va avanti senza intoppi manco ci fosse davvero un direttore invisibile a coordinare impeccabilmente l’indie con il fighetto con la teenager. Rumore ti lancia l’ultimo ruggito del rock e dodici mesi dopo puoi stare certo che è sulla copertina di Musica. Nessuno si prova a invadere il terreno altrui, quindi ognuno si occupa di dare un contentino al proprio pubblico e il risultato è che tutti stanno bene dove stanno. In questo meccanismo perfettamente oleato, bisognerebbe escogitare qualcosa che non fosse scritto nel copione.

 

Fortunatamente, che le cose in assoluto debbano per forza andare così non sta ovviamente su nessun copione. Quindi in verità vi (mi) dico che un’altra critica è possibile, e la guerriglia semiologica domenicale continuerà a prendere a sassate il paziente prima che il paziente stesso non schiatti per eccesso di noia. Diciamo innanzitutto che il paradigma che è sempre valso nel mondo della musica è il confronto/scontro fra il vecchio e il nuovo, fra conservatori e progressisti, fra destra musicale e sinistra musicale. Il maledetto postmoderno (che peste lo colga) è riuscito ad annullare anche questa contrapposizione, di modo che nulla è più davvero nuovo o davvero vecchio, le categorie stesse di “vecchio” e “nuovo” vengono usate come specchietti per le allodole, e lo schieramento fra progressisti e conservatori è diventato impossibile perché siamo tutti l’una e l’altra cosa.

 

Ma torniamo alle sassate: sì, nel mondo della musica c’è bisogno di contrapposizioni, di scontri, di polemiche. Perché l’atteggiamento di chi dice No, il dibattito no! è proprio quello che conduce dritto dritto all’esaurimento per consunzione. Quindi adesso io comincerò a prendere delle recensioni a caso scritte da diverse riviste sullo stesso argomento (impresa già di per sé non facile, perché spesso il disco recensito da tizio viene ignorato da caio e questo è un altro sintomo di divisione del lavoro). Le metterò una di fronte (e possibilmente contro) l’altra. E poi, visto che la critica dà il voto ai dischi, spetterò alla metacritica (o meglio alla spocchiocritica) dare il voto alla critica. Cominciamo allora da Vietato morire di Andrea Chimenti, che è stato recensito da Barbara Santi (Rumore) e da Andrea Villa (Blow Up).

 

 

BARBARA SANTI

 

Provare commozione dopo aver letto il racconto dell’abbandono del luogo che ha visto Chimenti e compagni registrare questo album non è “normale”, ma ben descrive la lava di pathos che travolge sentendo il disco. Dopo ripetuti ascolti ci si scopre spiazzati, nudi di fronte ai a sé stessi con il cuore gocciolante gioia e lacrime. Ma si tratta di lacrime buone: lacrime d’emozione. Andrea Chimenti, se possibile, ha superato sé stesso, raccontandosi. Canzoni che assorbono chi presta orecchio in uno scambio incessante di sensazioni: non si capisce se le si è provate davvero o se sono indotte dalle note in sottofondo. Tutto si mescola al tutto. Andrea narra semplicemente con grande maestria. Cosa c’è di più difficile? [3 su 5]

 

 

ANDREA VILLA

 

L’ex cantante dei Moda – che si sarà pure stufato di esser considerato perennemente un ‘ex’… - torna con un nuovo album a pochi mesi di distanza dal live “Concerto 1998” ma addirittura a otto anni da “L’albero pazzo”, ultimo lavoro in studio. Una carriera solista centellinata ed estremamente misurata (due album in quindici anni) come la musica proposta, un pop-rock cantautorale raffinato e poetico, denso di umori intimisti e riflesso sulle orme di una décadence che è una delle caratteristiche tipiche dell’autorialità italiana di sempre. Troverete echi distanti e diversi in questo disco, un’anima e un cuore che sarebbe un peccato, in prospettiva, non valorizzare perché Chimenti ha grandi potenzialità ‘popolari’. [6/7]

 

 

CONCLUSIONE SPOCCHIOCRITICA

 

Beh, sono senza parole. Io pensavo di mettere a confronto due recensioni, ma evidentemente ho sbagliato tutto: qui di recensione ce n’è solo una. Sarà mica una recensione sta roba della Santi? Non è il diario di una quattordicenne che si ascolta Laura Pausini nella cameretta? O più semplicemente, non è una merda? Uno “scambio incessante di sensazioni”, la “lava di pathos”, “il cuore gocciolante gioia e lacrime. Ma si tratta di lacrime buone: lacrime d’emozione”. Sì, le lacrime per la morte della critica musicale. [0]

 

In confronto, l’articoletto senza pretese di Andrea Villa pare Adorno. In pratica, AV se la cava contestualizzando un po’ e dandoci qualche informazione sull’autore del disco. Meglio che niente; peccato che poi cerchi anche di dirci qualcosa del disco: e qui spunta l’uso di termini lunari come la “décadence” e “l’autorialità italiana”. Forse trattandosi di musica “raffinata”, AV si sente in dovere di esprimersi in modo raffinato anche lui; ma siccome i concetti esposti sono piuttosto terra terra, l’uso di preziosismi lessicali fa un effetto goffo. [5]

 

Un post che ilblogdelladomenica aveva il dovere di scrivere alle 15:54 commenti


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