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Contro Castaldo. Senza se e senza ma
ABBIAMO SUPERATO IL POSTMODERNO
La rubrica delle lettere di Blow Up è sempre un po’ straniante, perché usano parole del tipo “post-moderno”, “metalinguistica”, “parnassiano” come fossero pistacchi. Questo mese ce n’è una – particolarmente zingalesiana - che si intitola CocoRosie, Devendra & il post-mortem, e ricollega l’ultima tendenza del neo-folk a Umberto Eco, Bertolucci, David Lynch e una quarantina di altre cose. Io più banalmente avrei già da obiettare al fatto che questa presunta tendenza - volta a ripescare “quel folk dei nonni americani della primissima generazione” – esista davvero. Ammesso infatti che le Cocorosie e DB possano avere qualcosa in comune, ho qualche dubbio che bastino due nomi (peraltro gonfiatissimi) a fare una tendenza. Comunque, questi qua avrebbero capito “il potenziale inespresso in quella musica” e “si imbevono in quella schiuma di giorni eternamente attuali nella loro virtualità di oggetti per sempre perduti ed eternamente ritrovati”. Chiaro, no? E qui entra in ballo il postmoderno, con tanto di citazione echiana (“come direbbe Liala, ti amo disperatamente” eccetera). E qui, una persona sobria si potrebbe anche fermare. Ma il lettore di Blow Up no. Lui va oltre. Oltre il postmoderno: “Sono stati sufficienti alcuni anni e la soluzione prospettata dal Prof. Eco è diventata il problema. In guardia Prof. Eco, la tua ora è giunta.
Il lettore, per superare il postmoderno, deve allargare ulteriormente il discorso: e tira in ballo la globalizzazione, le manifestazioni per la pace, gli hamburger e il senso di colpa di noi occidentali. Di fronte a tutto questo, afferma adornianamente, “l’unica scelta è quella della sparizione”. Sparizione non in senso fisico per fortuna, ma “nel senso più aulico di quella che altrimenti si definirebbe rinuncia”. E alla fine di questa giravolta si ritorna ai succitati DB e Cocorosie, perché la loro musica sarebbe appunto incentrata su qualche forma di sparizione. Mah, è vero che qualcuno (e io fra questi) vorrebbe che Devendra Banhart sparisse – non in senso fisico naturalmente, ma nel senso più aulico dello smettere di fare dischi – ma per il resto non vedo proprio cosa c’entri la sua musica con il concetto di sparizione. La lettera lo spiega così:
Devendra è come un essere vivo e morto al tempo stesso che tenta di rimediare (in maniera lancinante, perché no) a questa sua inconsistenza continuando a raccontare ossessivamente una storia lontana che mai potrà capire ma che è l’unica maniera per mantenerla e per mantenersi in vita: “godimento come nostalgia: a portata di mano, ma perduto per sempre, impossibile”.
E questa tendenza si potrebbe riscontrare ovunque, dal cinema con Mulholland drive alla letteratura con Le vergini suicide. Attenti però, ammonisce la lettera in un dubbio conclusivo: “può la musica e il musicista di turno continuare a nascondersi in un parnaso crepuscolare, apolide e astorico?”. Allora, vediamo se ho capito. Devendra Banhart supera il postmoderno perché – a differenza del prof. Eco – rifiuta il concetto di recupero non innocente, mangia un hambuger con Adorno che è a portata di mano però non esiste. No, aspetta. Devendra Banhart vuole sparire, anzi è già morto anche se fa un disco alla settimana con Liala (nel parnaso). Mumble, mumble. Una cosa è certa: Adorno sta ritornando di brutto, come i panta a zampa e la cocaina.
Il ragionamento prospettato in questa lettera, comunque, è solo uno dei modi possibili per superare il postmoderno. Qualche sera fa, io e i polaroids eravamo arrivati alla stessa identica conclusione: però avevamo bevuto e stavamo parlando di Se mi lasci ti cancello.

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