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Contro Castaldo. Senza se e senza ma
(attenzione: post ad alto tasso di spocchia)
L’argomento andava per la maggiore un annetto fa, ma ancor oggi qua e là si continua a parlare dei rapporti fra blog e giornalismo. Per quanto mi riguarda, continuo a credere che i giornalisti siano come automobilisti tenuti al rispetto di determinate regole, mentre i bloggatori siano come piloti di rally per i quali è legittimo percorrere strade meno ovvie.
Leggo ad esempio questo giudizio di Assante su Vasco Rossi. Niente di irrispettoso, certo, ma non credo che su Repubblica potrei vedere qualcosa di simile: distante cioè dalla retorica rocchettara che il personaggio in questione suscita di solito (e della quale si trovano ottimi saggi sul lessico musicale di domenica scorsa).
Sull’altro versante: leggo su l’Unità (6 aprile, pag.21) un lungo articolo di Daniela Amenta dal titolo “Generazione Cobain”, dedicato al decennale della morte dell’ “idolo dal viso di Gesù che si mutila il viso per sempre”. Daniela aggiunge così il suo mattone a un monumento della storia del rock, e secondo me non ce n’era proprio alcun bisogno. Anzi, le mitologie – che sono, per loro natura, reazionarie – dovrebbero semmai essere decostruite. E questo vale ancora di più per il rock, che ha purtroppo degli anticorpi assai forti. Fra questi, l’immancabile invettiva rivolta ai mass-media:
Ecco, fenomeno di massa. Stritolati dalla stessa in nome del Circo Barnum sonoro. Cobain, l’antieroe, trasformato nella gallina dalle uova d’oro. Vittima sacrificale troppo debole, e crepuscolarmente grunge, per sopportare i meccanismi della ribalta.
Insomma, ci si scaglia contro un fenomeno nel momento stesso in cui si continua ad alimentarlo.
Ma questo non è certo un atteggiamento isolato: il gioco spudoratamente autoreferenziale dei media è un meccanismo perfetto, al punto che l’inserto musicale di Repubblica ospita una rubrica fissa dedicata alla stroncatura di presunte leggende intoccabili (e che in effetti io non toccherei mai, anche perché fanno troppo schifo). Un pensiero critico non dovrebbe prestarsi a operazioni di questo genere; o meglio, mi piacerebbe che esistesse ANCHE un pensiero critico, sui giornali, a percorrere altre strade. Ma ho l’impressione che quello della stampa sia un regime culturale in cui non importa che partito voti, o che musica ascolti, ma solo che trovi il modo più efficace per celebrare questa musica e dunque per farla comprare. Questa mitologizzazione del rock assume allora la forma del pensiero unico: magari sul Mucchio non celebrano Vasco Rossi ma poi usano gli stessi toni per i Verdena, e allora che cosa cambia? Cambiano le pedine, ma le leggi della celebrazione restano invariate. L’automobilista deve rispettare il codice stradale, altrimenti lo fermano e non guida più.
Ed è qui che secondo me entrano in gioco i blog. Non perché siano più bravi, più integri e più simpatici dei giornalisti. Ma perché non devono sottostare al loro codice stradale. Non devono fermarsi col rosso. E ovviamente non sono neanche obbligati a passare col rosso: non è necessario cioè che si mettano a stroncare qualunque disco gli capiti a tiro, o che lancino una provocazione ogni dieci minuti.
Ciò che conta è che se vogliono, possono.
Ad esempio, io posso dire che i Nirvana… ma di questo parleremo nella prossima PM.

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