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Contro Castaldo. Senza se e senza ma
Nei laboratori sempre più inquietanti di Musica, lo scienziato pazzo Enrico Sisti lavora ogni giorno a nuovi mostri, terrificanti reincarnazioni degli artisti di ieri nei cafoni di oggi. Una delle sue più sorprendenti creazioni è Arecia: vale a dire, nientemeno che la nuova Aretha Franklin. Ma non solo:
Nessuno più di lei […] può aspirare al titolo di “Wonder Girl”. Nessuna più di lei è vicina a Stevie Wonder, anche per via di certe acconciature “molto Stevie Wonderish, non le pare? E poi sono così decadenti che nemmeno i miei occhiali di Gucci sono così decadenti…”.
“Anche”? “Anche” rispetto a cosa? Alla musica, immagino. Peccato che l’acconciatura venga descritta, la musica no. Il dottor Sisti fa invece il creatore di simpatia:
Poi ride, perché fare la vamp non le riesce. Dove comincia Alicia Keys? Da un autobus preso sulla Decima Strada dieci anni fa, destinazione Harlem. “C’erano dei giorni che partivo da casa […]. Era il mio mondo, non era ancora la mia casa. Prendevo nota dei dischi che non potevo comprarmi. […] Marvin Gaye, Rakim, Biggie Smalls, Jimi Hendrix, Donny Hathaway, Curtis Mayfield. O Chopin, mettiamoci anche Chopin”. Quindi è stata tutta “colpa” di Harlem, Chopin compreso.
Già, Chopin. La piccola Arecia è evidentemente l’unica erede del simpatico strimpellone polacco, una virtuosa che ci delizia con i suoi arpeggi e i suoi glissandi sopra sintetizzatori e batterie elettroniche. Per osmosi, trasforma in pianoforte tutto quello che tocca – e il dottor FrankSistein si entusiasma sempre quando scopre questi prodigiosi fenomeni. Ma c’è molto altro. Una bella favola alla pretty woman, per esempio:
I concerti (“mai visti, troppo piccola”) all’Apollo Theatre, Lenox Avenue, i musicisti di strada, la miseria, i profumi delle merende una volta proibite e poi riconquistate trionfalmente non appena strappato il consenso di potersi muovere liberamente per New York senza essere accompagnata. Harlem dove Alicia sarebbe andata a vivere a 17 anni, sola soletta. Harlem che ha dato ad Alicia, la piccola Alicia (per l’anagrafe la piccola Alicia Augello Cook) la possibilità di riprendersi tutto il “nero” che la sua pelle e i lineamenti del viso non dimostrano.
Si tratta ora di lasciare intendere che corpo e musica coincidano, facendo descrivere alla stessa Arecia i dettagli dell’innesto genetico:
“Mia madre non è bianca al cento per cento. E’ un mix spaventoso, da effetti speciali. Per tutta la vita l’ho vista frequentare afroamericani, ispanici, giapponesi perfino. E’ diventata di tutte le razze. E ora succede a me”.
Pur di creare altra simpatia, dunque, si propone l’equazione Arecia = No al razzismo. Uno legge, e pensa ehi, ma anche io sono contro il razzismo: la compro.
Ora che c’è la simpatia, il dottor FrankSistein può finalmente avventurarsi nel portentoso Diary of Alicia Keys:
Ed è un colpo al cuore […]. Diary of Alicia Keys è un capolavoro, la naturale evoluzione di Songs in A Minor. Riassume il senso della black music, affonda nella memoria, esalta il presente, ragiona immaginando un futuro in cui Nas e Rakim (Streets of N.Y.) possano rappare su un riff di pianoforte che sembra arrivare direttamente da Duke Ellington, mentre Alicia intona le due parole “New York” come fosse dentro un musical.
Sì, sì, Duke Ellington. Vai così, dottor FrankSistein! Continua a scoprire questa continuità fra passato e presente, dimostraci anche che Arecia riassume Mozart, Miriam Makeba, Garibaldi e Malcolm X! Che culo, scoprire che tutti questi geni si ritrovano in un’unica persona, nella quale si fonde il senso della black music.
Visti i contenuti, ascoltati i suoni, esaminati i brividi che provoca […] verrebbe da dire: questo disco dovrebbe uscire soltanto in vinile: quella è l’epoca! “Concordo. Mi sento molto ‘vinile’, mi piacciono i braccetti e le puntine, mi piace vedere i vinili appesi, quelli vecchi, le copertine storiche, mi piace che ci sia ancora qualche negozio che ancora li vende, e non solo rarità, mi piace l’odore dei vinili. E comunque non sarebbe male una limited edition in vinile, con pezzi rarissimi…”.
Il dottor FrankSistein è così ammaliato che non distingue più fra un urlo e un belato, e scambia per una leggenda del soul questa estetica da Smemoranda – che promette di svelare i pensieri e i sentimenti più reconditi, ma si limita a farci il solletico con le sue patetiche lovestories adolescenziali. Equivoci che capitano, ad un feticista del vinile, che applica automaticamente la doppia equazione: epoca del vinile = età dell’oro, epoca del cd = età della merda. Bei tempi, quelli… al dottor FrankSistein non sembra vero di avere trovato una così in gamba, così “giusta”, mica come quei ragazzini stupidotti di oggigiorno. Sempre più affascinato da questa saggezza, osserva:
Alicia ha 22 anni, ma quando parla di note scritte e cantate, quando prende e lascia i miti della black music, Sam Cooke, Bobby Womack (ascoltare il recitato all’interno di You don’t know my name…), Marvin Gaye, quando gesticola sorridendo e dice che Mary J.Blige è bravissima, che Aretha Franklin per lei è un onore soltanto nominarla o farsi fotografare assieme, sembra piuttosto sua nonna: saggia, tutta la situazione sotto controllo. […] Alicia e la sua “old soul”, la sua natura di nonna nascosta.
Il moderno Prometeo sfida così le ormai obsolete leggi dello spazio e del tempo: dopo avere trasformato Arecia nell’erede di Aretha Franklin, la fa salire nella macchina del tempo trasformandola addirittura in una sua antenata. Un gioco da ragazzi, per il dottor Franksistein, che al ritorno da New York si chiude di nuovo nel suo laboratorio – per elaborare le sue prossime, temibili creature…

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