Il Blog della Domenica

Contro Castaldo. Senza se e senza ma

domenica, novembre 28, 2004

 

LO ZEN E L’ARTE DELLA MANUTENZIONE DELL’M-BLOG

 

 

Ora che - grazie alla riduzione delle tasse - abbiamo risolto tutti i nostri problemi economici, avremo più tempo per sollazzarci con gli m-blogs (e visto che non sono più cool come un tempo, è ancora più piacevole). Cominciamo dagli Styrofoam, che si possono ascoltare su Fatplanet col remix di Casio dei Tristeza.

 

 

Ma lo scoop della settimana è di Scenestars: due pezzi dal misterioso nuovo disco di Fiona Apple. Che è in effetti un album fantasma, perché esiste, è pronto da un pezzo, ma nessuno lo può ascoltare perché la casa discografica lo ha bloccato. A giudicare dai brani qui anticipati (Better version of me e Extraordinary machine) non c’è davvero nessun motivo per tenere questo disco a marcire su uno scaffale. La Fiona Apple sembra guardare al passato, esplorando le due facce del blues: quella chiamiamola demoniaca e quella leggera alla tin pan alley.

Sull’onda (anche) di questo post si sta scatenando la campagna Freefiona per chiedere alla Sony/Epic di fare uscire finalmente l’album. Anche perché credo che a nessuno possa sfuggire l’orwellianità della situazione: nel nostro libero mondo occidentale, c’è una bella casta di burocrati che – manco fossero funzionari del Pcus anni ‘50 – decidono quello che il pubblico ha il diritto di ascoltare e quello che no. Ma faranno i conti con noi. Ah, se li faranno…

 

 

Sullo scandinavologo It’sAtrap si ascolta, fra l’altro, April and may di David Frindlund e Goodbye again or di Peter, Bjorn and John. Fridlund, già conosciuto come leader di David & the Citizens, si approccia al debutto solista, Amaterasu (12 dicembre). Peter, Bjorn and John sono già familiari ai lettori della domenica, per via del popgioiello It beats me every time.

 

 

Ultimamente però l’indie scandinavo è stato sorpassato in fichitudine dal Canada. Che cos’hanno infatti in comune gli acclamati Arcade Fire, i discendenti dei New Pornographers, i Broken Social Scene (con relativi progetti paralleli), e poi ancora Unicorns, Hidden Cameras, Death From Above 1979, Pink Mountaintops, Manitoba echissàquantinedimentico?

 

La so: fanno tutti cagare!!!

 

Ma no, dai, non è vero. Comunque ci deve essere un complotto per spingere qualsiasi roba venga da quelle parti (si teme un revival di Bryan Adams…).

 

E ora, da Vancouver, le punkgemelle Tegan And Sara. Ascoltale su 3Hive.

MysteryAndMysery invece introduce gli Exes And Ohs e il loro electro-pop. Un paio di pezzi dal loro prossimo album: Alive until saturday night e This and other distancies.

 

 

Il NYObserver racconta vita, morte e miracoli di Pitchfork, l’indiebibbia che nel giro di qualche mese conoscerà un profondo restyling. (via). L’articolo in questione però le spara un po’ grosse: ad esempio, attribuisce totalmente il boom degli Arcade Fire alla fragorosa (9.7) recensione pitchforkiana. Questa è in effetti una grossa cazzata, perché gli Arcade Fire il botto l’avevano fatto ancora prima di uscire nei negozi (grazie soprattutto alla mobilitazione in massa degli m-blogs, che per gli AF hanno perso la testa all’istante). Pitchfork in quella occasione è arrivata buon’ultima - e per quel che conta fa fede anche l’archivio della domenica, nel quale si può ripercorrere la vicenda sin da quando circolava il promo.

 

Vedo del resto che i pitchforcaioli sono piuttosto presenzialisti in questi giorni, e fanno anche una capatina proprio sugli m-blogs: ecco infatti che il managing editor (che?) Scott Plagenhoef va ospite a Stypod e mette su un po’ di musica: Heaven knows dei Flatmates, I’ll still be there dei Razorcuts e Clearer dei Blueboy. Io non ne conosco neanche mezzo.

 

 

Ma lo sai che è quasi natale? No? Come pensi di sopportare l’invasione delle canzoni di zucchero e simili? Prova ad ascoltare il Christmas Indie Mix, gentilmente offerto da  MoreCowbell e zeppo di canzoncine natalizie provenienti da Raveonettes, Death Cab For Cutie, Flaming Lips eccetera.

 

 

Su CowboyTrance si suona Long way to go di Gwen Stefani, fatta in collaborazione con Andre degli Outkast. Kitsch quanto volete, ma a suo modo coinvolgente (se riuscite a non vomitare per quel finto pianoforte a coda iper-riverberato sopra la drum machine). In questo suo album di esordio, la Stefani si è posta l’obiettivo di “ricreare la sonorità di un mixtape degli anni ‘80”.

In quest’altro post invece Monkey to man di Elvis Costello, dal nuovo album The delivery man.

 

 

Martedì scorso si è tenuto a NYC il primo m-blog party, con Fluxblog e Stereogum a fare ballare gli astanti. E noi, non si fa niente?

Nel frattempo, Fluxblog (che ha cambiato indirizzo) viene addirittura citato su GQ Magazine di dicembre, come un “Do not miss”.

 

 

Solita standing ovation per ClapClapBlog, che analizza da par suo altre due canzoni dei Fiery Furnaces: Chief inspector blancheflower (ehi, una delle mie preferite) e Spainolated. Io non ho più parole per questo qui: ma chi è? ma come fa? E’ un pazzo? E’ un genio? E’ un blogger?

Ascolta Spainolated (live) dei Fiery Furnaces.

 

 

Per quanto riguarda i Fiery Furnaces, c’è una novità: il 24 gennaio se ne escono con un ep (intitolato tautologicamente EP). Sempre più stakanovisti.

 

 

Sull’ International House Of Pussy puoi ascoltare Stereau warm-up di Miss Piggy, da un vinile dell’82. ClapClapBlog elenca i motivi che la rendono imperdibile:

 

1)      The part in the intro where she inexplicably sounds like Homestar Runner. ("...maybe blow out your noiseulator thingy.")

2) The EQ shoutouts being oddly exactly like what DJs still do.
2a) The way she tries to get a deep voice on for when she says "bass." Sounds kinda evil.

3) "Wimpy-type music." And the need to warmup your stereo as a result of it.

4) Dolby! Awesome.

5) The music. Very good, actually.

 

 

Scusate se parlo ancora di lui, ma questo post è decisamente da leggere. Si spiega perché puntare sull’effetto Michael Moore (o Eminem) per vincere le elezioni Usa è stata una cazzata: perché i contenuti politici sono stati presentati in tutto e per tutto nella forma dell’intrattenimento. Fuck bush è stato trasformato in uno slogan alla stregua di un Let’s get the party started o nel corredo di un’incursione alla gabibbo - in questo modo svuotando il messaggio politico e degradandolo ad intrattenimento puro.

Ma il pubblico non mischia politica e intrattenimento, come la tendenza del politainment presumerebbe. Nella testa del pubblico (e giustamente, aggiungerei) è sempre politica VERSUS intrattenimento: dunque, nel momento in cui il fuck bush viene fatto entrare nella categoria intrattenimento, psicologicamente è già uscito dalla politica. Pensare che tramite l’intrattenimento si potesse fare politica è stata una illusione oppiacea pagata a caro prezzo (ed è triste constatare come con gli oppiacei c’è sempre qualche furbacchione che trova il modo di portarci a casa la pagnotta).

 

 

Ma veniamo a un po’ di good news. Sembra che, alla faccia della società fascioliberista, il copyleft stia prendendo piede anche in musica. TTIK segnala ad esempio la nuova etichetta Opsound, che pubblicherà dischi sotto una licenza CreativeCommons e farà ascoltare tutto online (fra cui la prima uscita che è quella di CatalpaCatalpa). Ma c’è anche di meglio: se lo chiedi via mail agli artisti (catalpacatalpa@hotmail.com) quelli ti mandano le singole piste dei pezzi, e così tu li puoi remixare. Avanti, cosa aspetti?

 

La pratica (mi auguro) rivoluzionaria della cc è fatta propria anche dalla Positron. E qui c’è anche un remix contest: scarica il Perdition Remix Kit e remicsa Perdition dei Micronauts. Però bisogna sbrigarsi, che c’è tempo solo fino al 6 dicembre. (via).

 

E naturalmente la svolta per la cc è stata la pubblicazione del cd di Wired. Ascoltalo adesso, se te l’eri perso.

 

 

Sedicezimo emmepitrone di Pop77: ascoltalo qui. Featuring Frank Black, Styrofoam, Yeah Yeah Yeahs, Bloc Party, MIA, Diplo eccetera.

 

 

Come al solito su TheTofuHut c’è di tutto di più, fra cui: una rarità del defunto Ol’ Dirty Bastard (sigh) e un’intervista al prode MysticalBeast. E se non è troppo tardi, recupera lo speciale grime (18 novembre), dedicato a questa sorta di sottogenere dell’hip-hop di cui tanto si parla. Ben quattro pezzi da ascoltare. E per ulteriori approfondimenti sul tema, leggi questo articolo intitolato The DIY bedroom music revolution.

 

 

I ragassuoli di IndieMp3 hanno lanciato questo m-blog. Poco da leggere e molto da ascoltare (in questi casi tanto vale mettere il link direttamente all’mp3): Flying di Neulander, Unlucky day di the Frenchmen e On parade di Electrelane.

 

 

Un altro nuovo m-blog: ImprudentMarriage. (via). Da vedere anche Turquoise days. (via).

Ascolta The sun it shines here e Hip hip di Hurrah!

 

 

Fra gli spaghetti m-blog, ho scoperto da poco MisericordiaDisseroIgrilli: che è anche l’unico italiano ad essere entrato nell’M-BlogAggregator. (via). La famiglia si espande.

 

 

E oggi concludiamo con SaidTheGramophone, che suona Is a woman dei Lambchop. Peace & love a tutti.

 

 


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IL PLAGIO MI SEMBRA EVIDENTE

 

Da oggi, con «la Repubblica» è in edicola «la Domenica di Repubblica».

 

Un post che ilblogdelladomenica aveva il dovere di scrivere alle 15:57 commenti

 

TOTO’, PEPPINO E LA SPOCCHIOCRITICA

 

Volevo scrivere qualcosa sulla critica (e/o sul giornalismo) musicale. Proseguire la discussione che nel frattempo si è arricchita dell’intervento e delle preziose segnalazioni di Maxcar. Ma mi sono trovato nell’impossibilità di scrivere sulla critica musicale. Non è tanto che manchi la materia prima: è che questa materia prima è come anestetizzata, inerte, se le dai un calcio non se ne accorge neanche, se le molli un ceffone incassa e continua come niente fosse.

 

Insomma, la povertà di idee nell’attività pratica rende possibile che si discuta di informazione musicale soltanto in astratto, per grandi teorie, castelli di paroloni campati per aria. Sì, perché noi possiamo riflettere quanto si vuole sul giornalismo, la critica, apocalittici e integrati, militanti e sentinelle, e utopie neopostmoderne. Poi però andiamo in edicola, sfogliamo Musica, Blow up, il Mucchio, Rumore e ci ritroviamo nello straniamento più totale. Pare che la profezia di fukujama almeno per il mondo musicale si sia realizzata: nessun conflitto. Nessuno scontro fra fazioni avverse. Un placido appiattimento nell’eterno presente di un pensiero unico. Entropia musicale all’ultimo stadio? Chissà. Fatto sta che è davvero arduo, anche comprando simultaneamente tutto il giornalame musicale in circolazione, individuare dei fili comuni che permettano di eseguire raffronti e confrontare concezioni diverse. Che una rivista possa polemizzare con un’altra, mettendo a contatto diversi modi di intendere la musica, è semplicemente fuori dal mondo. Se qualcuno ci provasse passerebbe il resto dei suoi giorni a stipendiare avvocati; e del resto spesso sono i medesimi che scrivono sia qui che là quindi è un po’ difficile che polemizzino con se stessi. Diciamocelo morettianamente: abbiamo sotto gli occhi un unico grande giornale, segmentato in fascicoli differenti per grafica, prezzo, target di riferimento, ma che va avanti senza intoppi manco ci fosse davvero un direttore invisibile a coordinare impeccabilmente l’indie con il fighetto con la teenager. Rumore ti lancia l’ultimo ruggito del rock e dodici mesi dopo puoi stare certo che è sulla copertina di Musica. Nessuno si prova a invadere il terreno altrui, quindi ognuno si occupa di dare un contentino al proprio pubblico e il risultato è che tutti stanno bene dove stanno. In questo meccanismo perfettamente oleato, bisognerebbe escogitare qualcosa che non fosse scritto nel copione.

 

Fortunatamente, che le cose in assoluto debbano per forza andare così non sta ovviamente su nessun copione. Quindi in verità vi (mi) dico che un’altra critica è possibile, e la guerriglia semiologica domenicale continuerà a prendere a sassate il paziente prima che il paziente stesso non schiatti per eccesso di noia. Diciamo innanzitutto che il paradigma che è sempre valso nel mondo della musica è il confronto/scontro fra il vecchio e il nuovo, fra conservatori e progressisti, fra destra musicale e sinistra musicale. Il maledetto postmoderno (che peste lo colga) è riuscito ad annullare anche questa contrapposizione, di modo che nulla è più davvero nuovo o davvero vecchio, le categorie stesse di “vecchio” e “nuovo” vengono usate come specchietti per le allodole, e lo schieramento fra progressisti e conservatori è diventato impossibile perché siamo tutti l’una e l’altra cosa.

 

Ma torniamo alle sassate: sì, nel mondo della musica c’è bisogno di contrapposizioni, di scontri, di polemiche. Perché l’atteggiamento di chi dice No, il dibattito no! è proprio quello che conduce dritto dritto all’esaurimento per consunzione. Quindi adesso io comincerò a prendere delle recensioni a caso scritte da diverse riviste sullo stesso argomento (impresa già di per sé non facile, perché spesso il disco recensito da tizio viene ignorato da caio e questo è un altro sintomo di divisione del lavoro). Le metterò una di fronte (e possibilmente contro) l’altra. E poi, visto che la critica dà il voto ai dischi, spetterò alla metacritica (o meglio alla spocchiocritica) dare il voto alla critica. Cominciamo allora da Vietato morire di Andrea Chimenti, che è stato recensito da Barbara Santi (Rumore) e da Andrea Villa (Blow Up).

 

 

BARBARA SANTI

 

Provare commozione dopo aver letto il racconto dell’abbandono del luogo che ha visto Chimenti e compagni registrare questo album non è “normale”, ma ben descrive la lava di pathos che travolge sentendo il disco. Dopo ripetuti ascolti ci si scopre spiazzati, nudi di fronte ai a sé stessi con il cuore gocciolante gioia e lacrime. Ma si tratta di lacrime buone: lacrime d’emozione. Andrea Chimenti, se possibile, ha superato sé stesso, raccontandosi. Canzoni che assorbono chi presta orecchio in uno scambio incessante di sensazioni: non si capisce se le si è provate davvero o se sono indotte dalle note in sottofondo. Tutto si mescola al tutto. Andrea narra semplicemente con grande maestria. Cosa c’è di più difficile? [3 su 5]

 

 

ANDREA VILLA

 

L’ex cantante dei Moda – che si sarà pure stufato di esser considerato perennemente un ‘ex’… - torna con un nuovo album a pochi mesi di distanza dal live “Concerto 1998” ma addirittura a otto anni da “L’albero pazzo”, ultimo lavoro in studio. Una carriera solista centellinata ed estremamente misurata (due album in quindici anni) come la musica proposta, un pop-rock cantautorale raffinato e poetico, denso di umori intimisti e riflesso sulle orme di una décadence che è una delle caratteristiche tipiche dell’autorialità italiana di sempre. Troverete echi distanti e diversi in questo disco, un’anima e un cuore che sarebbe un peccato, in prospettiva, non valorizzare perché Chimenti ha grandi potenzialità ‘popolari’. [6/7]

 

 

CONCLUSIONE SPOCCHIOCRITICA

 

Beh, sono senza parole. Io pensavo di mettere a confronto due recensioni, ma evidentemente ho sbagliato tutto: qui di recensione ce n’è solo una. Sarà mica una recensione sta roba della Santi? Non è il diario di una quattordicenne che si ascolta Laura Pausini nella cameretta? O più semplicemente, non è una merda? Uno “scambio incessante di sensazioni”, la “lava di pathos”, “il cuore gocciolante gioia e lacrime. Ma si tratta di lacrime buone: lacrime d’emozione”. Sì, le lacrime per la morte della critica musicale. [0]

 

In confronto, l’articoletto senza pretese di Andrea Villa pare Adorno. In pratica, AV se la cava contestualizzando un po’ e dandoci qualche informazione sull’autore del disco. Meglio che niente; peccato che poi cerchi anche di dirci qualcosa del disco: e qui spunta l’uso di termini lunari come la “décadence” e “l’autorialità italiana”. Forse trattandosi di musica “raffinata”, AV si sente in dovere di esprimersi in modo raffinato anche lui; ma siccome i concetti esposti sono piuttosto terra terra, l’uso di preziosismi lessicali fa un effetto goffo. [5]

 

Un post che ilblogdelladomenica aveva il dovere di scrivere alle 15:54 commenti

 

SE I RAGAZZI DI OGGI NON SONO PIU’ QUELLI DI UNA VOLTA

di Marco Lodoli

 

[Con questo post inizia la collaborazione di Marco Lodoli con Il Blog Della Domenica].

 

Entriamo nella classe di una scuola di periferia di una grande città romana di cui non rivelerò il nome. Il professore vorrebbe interrogare un’allieva su un racconto di Maupassant, niente di difficile, vorrebbe solo chiederle l’autore e il titolo. “Ma vaffanculo”, mi gli risponde l’allieva. Il professore allora prova a interpellare la sua compagna di banco, che però si rifiuta tassativamente di farsi interrogare: “Non ho voglia. Non mi va di soffrire. Oggi nessuno vuole più soffrire, non se n’è accorto professore? Ma allora è proprio rinko”, gli dice la studentessa. Insomma, l’allieva (che ha i jeans a vita bassa e il piercing all’ombelico, come tutte le ragazze di oggi) si rifiuta tassativamente di farsi interrogare, non ci pensa proprio di alzarsi e rispondere. Il professore si chiede il perché di questa sua decisione. Non ha studiato, non ha voglia, ha le sue cose?

 

Medito Il professore medita attentamente sul significato delle parole della studentessa, e alla fine comprende: quello che gli ha detto la studentessa è il simbolo della nostra società. I ragazzi e le ragazze di oggi infatti non sono più capaci di soffrire, non vogliono stare male nemmeno un minuto. A noi ci avevano insegnato che non c’è rosa senza spine e che ki non risika non rosika, mentre i ragazzi di oggi vogliono tutto e subito, vogliono solo divertirsi senza sgobbare. Ah, i ragazzi di oggi. “Anime nella città”, come canta il loro idolo Eros Ramazzotti. Anime ingenue che purtroppo non conoscono il significato della sofferenza, perché i modelli a cui sono sottoposti sono quelli del Grande Fratello e delle veline. Anche i quattro studenti che hanno allagato il Parini probabilmente erano vittime di questi falsi miti, che li inducono a cercare facili e illusorie scorciatoie. I ragazzi del Parini in fondo volevano solo evitare di soffrire, perché sapevano che il compito in classe di greco per loro sarebbe stata una sofferenza: in un certo senso quindi è la società che li ha portati a compiere quel gesto. In fondo non è colpa loro e bisogna capirli: non volevano soffrire, esattamente come la mia studentessa che non ha voluto farsi interrogare. Ecco la verità centrale della nostra civiltà: quegli studenti l’hanno compresa assai prima del professore. Ah, questi ragazzi, così diversi da me quelli degli anni ’70. Loro non hanno più ideali, gli piacciono solo i soldi, mentre una volta c’erano Che Guevara, Ho Chi Minh, Marylin Monroe e la lambretta rossa, noi sì che credevamo in un mondo migliore. Portavamo l’eskimo e la barba, mica andavamo in giro con le chiappe di fuori come queste puttanelle! avevamo dei grandi ideali ed eravamo disposti anche a soffrire per realizzarli. Ah, purtroppo i ragazzi di oggi non sono più così. Loro sono esposti a troppi modelli negativi e falsi miti, quindi un po’ è colpa di noi adulti se i ragazzi di oggi sono così. Bisognerebbe cambiare la società, e allora anche i ragazzi di oggi sarebbero migliori.

 

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“ROBA DA SPIE, SERVIZI SEGRETI, TRAFFICI LOSCHI E INDICIBILI”

 

Su Blow up di questo mese c’è uno spot on (spottone) dedicato a una megapippa di cinque ore in quattro cd che assembla intercettazioni di radio ad onde corte. Per intenderci è la stessa roba che fanno i camionisti tutti i giorni, ma per presentarla Stefano I. Bianchi si trasforma in una via di mezzo fra John Le Carrè e un autore di science fiction a scelta:

 

Esiste la radio ed esistono diversi tipi di onde sulle quali è possibile trasmettere. Le più interessanti sono le onde corte perché la loro capacità di diffusione sulle lunghe e lunghissime distanze le rende lo strumento più adatto per le comunicazioni di ordine globale, tanto che ascoltarle può diventare un’esperienza del tutto aliena: voci che si rincorrono e ripetono in mille lingue diverse, suoni dall’apparenza di segnali morse oppure elementari e ripetitivi, rumorismi che svelano lentamente una ragionata natura intermittente.

 

Questo per quanto riguarda la fantascienza. Ma da non trascurare è la spy story, perché SB ci rivela che il contenuto del cd è “Segretissimo. Roba da spie, servizi segreti, traffici loschi e indicibili”.

 

Chi utilizza le numbers stations? Chi c’è dietro queste trasmissioni ascoltabili da chiunque eppure così evidentemente riservate? Semplice: centrali dei servizi segreti che contattano i propri agenti e viceversa, governi che comunicano tra loro, presumibilmente anche la malavita organizzata su scala globale. Insomma, roba che scotta.

 

My name is Stefano. Stefano I Bianchi. L’intrepido 007 si sforza come può di trovare un motivo per l’esistenza di questo quadruplo cd, e bisogna dargli atto che la fantasia non gli manca. Dopo avere tirato in ballo John Cage e Karlheinz Stockhausen come compositori emblematici di musique concrète (ma quando mai?), cita l’autore delle registrazioni secondo il quale “il rock’n’roll autentico si troverebbe proprio nelle onde corte dell’etere”. Nientemeno: il vero rock’n’roll è qui.

 

In un crescendo delirante, il nostro James Bond – e un po’ Michael Moore, del quale condivide l’attendibilità - si spinge a dire che

 

[…] dentro questo box ci sono certamente informazioni su assassini da compiere, bombe da preparare, guerre da alimentare, partite di droga da trasportare. Ascoltare queste voci è insieme disarmante e disturbante, è come stare davanti a uno specchio che ci costringe a rifletterci nel piacere vagamente sadico di condividere segreti terribili nella sicurezza di quattro mura domestiche. Chi si diletta in decrittografia potrebbe trovare pane per i propri denti: squarci su interessanti comunicazioni tra Bin Laden e George W. che si mettono d’accordo sulla prossima mossa da fare nello scacchiere internazionale o magari sulle istruzioni della CIA nell’organizzare un attacco alle Twin Towers.

 

Bene. Devo solo avvertire Stefano I. Bianchi che sono anch’io un appassionato di decrittografia, e ho appena intercettato una comunicazione in onda corta del mossad che prepara uno spettacolare attentato alla redazione di Blow up.

 

E prima che anche la redazione del bdd salti in aria, segnalo alla pagina successiva lo spot su Jens Lekman. Lekman sembra in procinto di diventare un bel vippone dell’indie, sempre che non lo sia già; e anche per questo se ne parla più per i vari aneddoti che riguardano la sua personalità che per la musica. Per quanto riguarda quest’ultima, il suo stile viene di solito descritto con qualcuno di questi aggettivi: sentimentale, romantico, surreale, caldo, immediato, spensierato, semplice, profondo. L’accostamento che si fa immancabilmente (anche in questo articolo di Marco Sideri) è coi Belle & Sebastian, accostamento che però rende pochissimo l’idea del suo stile: invero la sua vociona morrisseyana ci trasporta in un’atmosfera del tutto diversa da quella dei B&S, e per certi versi riecheggia piuttosto il pop anni ’50. E il suo modello pare effettivamente quello della bella canzone di una volta (svenevole, zuccherosa e sentimentalista); ma ovviamente Lekman lo rivisita con finta ingenuità e reale distacco, se no che indie sarebbe? Insomma, se la definizione non fosse già stata usata dai wuminchioni a proposito di tutt’altro, si potrebbe tranquillamente parlare di neoclassicismo pop.

 

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domenica, novembre 21, 2004

 

LO HACKER CHE BONTA’!

 

Approfittando del raffreddore – auguriamoci sovietico – che in questi giorni ha provvidenzialmente messo il bdd fuori combattimento, il COLLETTIVO WU-MINKIA è ben lieto di supplirne l’assenza. Avvalendoci indi della pratica – sempre più apprezzata dal Popolo sovrano – dell’ ESPROPRIO PROLETARIO AI DANNI DEL PADRONATO, il Collettivo Wu-Minkia proclama dunque questo blog PROPRIETA’ DEL POPOLO, e lo rinomina BLOG DELLA DOMENICA POPOLARE. Le ragioni che ci spingono a questa storica decisione sono molteplici, ma la loro esposizione in questa sede è superflua perché – come coraggiosamente ebbe a dire Galileo di fronte al tribunale dell’Inquisizione – “tanto voi un hapithe un beneamato hazzo”. In quanto legittimi rappresentanti del Popolo, inoltre, d’ora innanzi a gestire questo blog saremo noi.

 

L’intellettuale gramscianamente inteso infatti, in quanto avanguardia del popolo ha il dovere di indicare la Via: alla classe operaia sta di addentare il nocciolo duro (vale a dire l’hard core) dell’essenza marxiana, stritolarlo con la tenace morsa del credo rivoluzionario e farne pappa per gli sdentati e ignavi cani che ancora sono avvezzi a leccare l’osso del padronato. A TUTTO QUESTO, VAFFANCULO, DICIAMO BASTA! La classe non è più il luogo extratestuale del conflitto: la dislocazione di quest’ultimo determina la statualizzazione. Conseguentemente la classe si pone come semplice oggetto di identità sociale mentre l’arena politica si è ormai esclusivizzata, sussumendo il sociale ed inculando l’individuo horkheimerianamente fagocitato da un sistema di dominio dislocato esistenzialmente ma non certo assorbito dall’esplodere delle primigenie contraddizioni sistematiche tipiche delle multinazionali dell’emblema neoliberista che si rifugia in un modello di gestione della cosa pubblica di straripante ingerenza nell’ottica di un costante e inarrivabile imborghesimento transeunte che trascende ogni identità che non sia semplicemente egotica o anche fica dei soggetti in conflitto. Tutto questo, che viene ideologicamente spacciato per destino ineludibile, verrà invece liquidato da un processo di collettivizzazione che ha già iniziato ad attivarsi per rispondere ai bisogni dei precari e dei neoproletari che non riescono ad arrivare a fine mese. Il nostro paradigmatico rifiuto delle teorie utopiche che mettono in scacco la prassi, è.

 

Tutto questo può significare una cosa sola: ci siamo. L’ora è giunta, e non siamo disposti ad attendere un minuto di più! Diamo quindi inizio alla TERZA INTERNAZIONALE DEL BASTARD-POP: un fervido e gaddiano affastellarsi di stimoli peertopeerici che seppellirà definitivamente l’equivoca BAD GODESBERG degli m-blogs (risposta timida e compromissoria di fronte allo strapotere imperialista delle multinazionali). L’integrazione del dissenso e la perdita di identità socialmusicale è difatti ben più che una fase di passaggio del capitalismo oligopolistico, e non può essere risolta da un m-blog qualsiasi, né da altre scappatoie crociane o frazioniste. A questi inutili e spocchiosi m-blogs, niente altro che una moda temporanea portata avanti dai soliti bloggucci da avanspettacolo ansiosi di fare i fighi, il COLLETTIVO WU-MINKIA oppone un ritorno in grande stile dell’hackeraggio selvaggio, la bastardizzazione collettivizzata del pop, e il download 24 ore su 24 per soddisfare proletariamente tutti i nostri bisogni intellettuali. RIPRENDIAMOCI I NOSTRI SPAZI, porca di quella maiala!!!

 

I veri rivoluzionari di questa nuova ondata musical-maoista saranno i Kompagni del COLLETTIVO FABULA RASA, che in questo periodo hanno dato vita a un laboratorio operoso e multiforme di copernicana vendemmia di ingegni sonori, un vero e proprio schiaffo ai Poteri forti delle sette note coi quali il Sistema cerca di alienare le coscienze proletarie ipnotizzandole con il cianuro spettacolante della catodicità istituzionalizzata. Il KOLLETTIVO FABULA RASA farà tuonare la sua dirompente e inkazzatissima voce fin da domenica prossima, e l’intero popolo del p2p potrà finalmente entrare in comunione con l’anima pulsante di questa Nuova Era del bastard-pop. E’ IL MOMENTO DI PASSARE ALL’AZIONE!!! E citando Eraclito, concludiamo: “Non ti bagnerai due volte nella stessa merda”!

 

 

 

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domenica, novembre 14, 2004

 

A TEMPI NUOVI, SATIRA NUOVA

 

Ho comprato il primo numero di Par condicio, questo strano giornale diviso in due metà – una di destra, l’altra di sinistra – che si propongono di rappresentare le due parti della satira politica odierna. Quella di sinistra ha l’intestazione in simil-cirillico, e ti accoglie con la scritta: Se sei di destra, gira il giornale! Simmetricamente, quando giri il giornale la grafica è quella del ventennio, e l’istruzione per l’uso è: Se sei di sinistra, gira il giornale! L’uno è Settimanale di satira del popolo, l’altro è Settimanale di virile satira. Come dire che siccome oggi il vero regime è quello delle faziosità contrapposte, l’unica satira possibile è quella bifronte che le sceglie entrambe: affiancandole, e lasciando che si smascherino a vicenda.

 

La parte di destra ti coglie in contropiede perché si apre con un editoriale di Pietrangelo Buttafuoco nel quale la stessa satira di destra (e la cultura di destra in generale) vengono bellamente massacrate, concludendo che “la destra se la merita l’egemonia degli altri”.

Alessio Di Mauro invece difende la satira di destra dall’arringa di Buttafuoco, con questo argomento: “se la satira, come diceva Ceronetti, è fatta di cazzottoni sui denti, chi può essere più adatto di noi che fino a ieri non facevamo altro che menare le mani?”. Peraltro, lo stesso Di Mauro ammette di avere ormai abbandonato “quei sani raid notturni a caccia di gay ed immigrati”.

 

Beh, naturalmente per il resto si ride soprattutto dell’Islam e della sinistra. C’è ad esempio la rubrica dei consigli ai pacifisti su “come provocare un carabiniere in modo che sia prima lui a colpirti”: dove fra l’altro si danno istruzioni su come portare la bandiera della pace (“al collo come foulard, sulla testa a mo’ di bandana oppure al polso con doppio nodo perché non ti intralci il movimento della spranga”). Molto labranchianamente scorretti Il mendicante della settimana (“Prego ascolta anche se disturbari tuti… vengo dela Albania, tanta paura e scapati per scapare”…) e lo slogan Non toccate Caino, sparategli!

 

Veniamo ora al fronte di sinistra, che si apre con un brillante “Non ce ne andremo dall’America finchè non sarà democratica” messo in bocca ovviamente a Bush e al suo staff. L’editoriale di apertura prefigura per il triangolo Carpi-Correggio-Reggio Emilia lo stesso destino del triangolo sunnita.

Del resto le guerre di Bush dominano incontrastate (Giornate ecologiche a Kabul: le domeniche senza piedi), a parte l’immancabile Berlusconi. C’è poi un riquadro dedicato al nuovo ministro degli esteri Fini: si dà conto dei piani di invasione di Etiopia e Abissinia e dei vertici della Cdl a Palazzo Venezia.

Si può fare di meglio.

 

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LA STORIA SONO LORO

 

Il faccione di Bruno Vespa, in copertina su Panorama, che minaccia: Ve la racconto io la STORIA.

 

La pagina degli spettacoli di Repubblica dedicata a Francesco De Gregori: il poeta che racconta la Storia.

 

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IL GIORNALISMO MUSICALE E’ UN BUCO NELL’AQUARO

 

Su Inkiostro si parla di critica musicale, o meglio di giornalismo musicale. E se ne indicano quattro possibili tipologie:

 

1)      C'è chi si concentra sulla descrizione degli elementi strumentali che lo compongono («chitarre sferzanti e basso incalzante, con voce bassa e cadenzata a scandire testi nichilisti»);

2)      chi va oltre, lanciandosi in spericolate acrobazie verbali tese a trasmettere l'atmosfera del disco («Un disco nel quale gli Air mettono in scena un gigantesco esame di coscienza sull’effettivo portato emotivo del mondo che li circonda»)

3)      e c'è chi dà al tutto un tocco più scientifico aggrappandosi alla tassonomia dei generi («un pizzico di indie-rock condito da tracce di emo, reminiscenze psych e derive verso il folk più destrutturato»);

4)      Poi c'è chi crede che l'unico vero modo per parlare di musica sia attraverso la musica, e per descrivere il sound di una band si mette a mischiare elementi da questa o quella band simile fino ad ottenere la formula precisa; da parte mia -per quello che vale- credo che -almeno in teoria- l'approccio più efficace sia questo, anche se è probabilmente il più rischioso visto che impone che il lettore conosca già i termini di paragone. Certo: quando si esagera i risultati sono disastrosi.

 

Però la definizione di giornalismo in questo caso pone un problema: l’etica giornalistica prevede infatti, innanzitutto, la verificabilità delle informazioni fornite. E siamo proprio sicuri che i metodi sopraindicati soddisfino questa condizione? Vediamo i vari esempi.

 

Metodo n.1: “chitarre sferzanti, basso incalzante”. Chi mi dice che le chitarre siano davvero sferzanti e il basso sia davvero incalzante? Cosa rende una chitarra incalzante? Il concetto è assai più fumoso di quello che sembra (niente di male, ovviamente, se si chiarisce che si tratta di giudizi e non di fatti).

 

Metodo n.2: per carità! Questo si esclude a priori.

 

Metodo n.3: il “pizzico di indie-rock condito da tracce di emo” sarebbe una descrizione scientifica? Ma quando mai… niente di più soggettivo invece. Ammesso che si riesca a definire finalmente il concetto di indie-rock, è evidente che il “pizzico” e le “tracce” sono espressioni che più vaghe non si potrebbe.

 

Metodo n.4: L’associazione dei !!! a Lenny Kravitz e Red Hot Chili Peppers è un esempio già abbastanza assurdo per capire come questo tipo di paragoni siano del tutto soggettivi e incontrollabili.

 

Insomma, credo che la descrizione di come suona una musica non appartenga propriamente al campo del giornalismo musicale. Meglio parlare di critica musicale, che infatti è per definizione un compromesso fra lo studio della musica vero e proprio (la musicologia) e la sua divulgazione mediatica (appunto il giornalismo).

 

Un post che ilblogdelladomenica aveva il dovere di scrivere alle 23:36 commenti (1)

 

LA NOTTE DEGLI M-BLOGGER

 

 

E adesso, da buon cialtrone, dopo avere sproloquiato sulla critica musicale vi farò vedere come non si fa (il che è molto più divertente).

 

 

Cominciamo da Christian Harder: allora, un 45% di Depeche Mode, un 12,3% di Underworld, una spruzzatina di post-blues e… ok, scherzavo.

 

Ascolta Grady di Christian Harder.

 

 

We listen everyday è una ballatona dei Go!Team che non fa parte dell’album, ma è contenuta nel singolo Junior kickstart. Manco fossero john williams in guerre stellari, i nostri eroi si sinfonizzano in un tripudio di trombette.

 

Ascolta We listen everyday di Go!Team.

Guarda il video Ladyflash di Go!Team. (via).

 

 

E adesso senti questa cover. No, insomma, senti che razza di cover. Ma l’hai sentita? Cioè, dico…

 

Ascolta Sexy boy (air cover) di Scala & Kolacny Brothers.

 

 

Polaroid segnala l’album dei Deerhoof, Bibidi babidi boo.

 

 

Iraq ‘n’ roll! è un’operetta rock che ha per protagonisti Dick Cheney, il ministro dell’informazione iracheno,  il conte Rumsfeld e la strega di Abu Ghraib. Gli autori precisano che nel loro cd non ci sono armi di distruzione di massa; si trovano tutte altrove. Iraq ‘n’ roll si inserisce in quella che si potrebbe chiamare la george w. bush music: cioè quel filone politicamente scorretto da cui ultimamente sono venuti fuori George W. Pussy di David Boyle, la colonna sonora di Team America e molte altre cose circolate in internet.

 

Ascolta We will not relent! e Bad guys & gals boogie di Uncle Sam & the Jdams (via).

 

 

Il lungo addio dei GBV cointinua a suscitare molte lacrimucce.

 

Ascolta Motor away dei Guided By Voices.

 

 

Gli Aloha sono una band di New York che ha già al suo attivo parecchi dischi, l’ultimo dei quali è Here comes everyone. Il cantante viene paragonato a quello dei Coldplay, ma per il resto i due gruppi non hanno molto in comune. All the wars è una canzone molto particolare: all’inizio ti colpisce soprattutto per la ritmica irregolare, ma sembra molto ripetitiva. A metà del pezzo invece cambia tutto, e la musica prende una piega inaspettata.

 

Ascolta All the wars di Aloha.

 

 

Lo chiamano math rock, probabilmente perché gli incasinatissimi ritmi sono ottenuti attraverso calcoli di radici quadrate ed equazioni di terzo grado. A questo si aggiunge la voce esagitata (e quasi teatrale) di Giovanna Cacciola. Conflict between the fire and wet blood è tratta dal loro album d’esordio, Snowing sun (2002).

 

Ascolta Conflict between the fire and wet blood di Bellini.

 

 

Sentiamo ora i Presets, questo duo di musica elettronica che da qualche giorno ha dato alle stampe il suo secondo ep. Sentendo i suoni potrete facilmente intuire perché si chiamano così.

 

Ascolta Girl and the sea e Mia’s mouse di the Presets.

 

 

In precedenza mi era sfuggita questa preziosa segnalazione dei SadPandas: Everybody’s gotta learn sometimes dei Korgis interpretata da Beck.

 

Ascolta Everybody’s gotta learn sometimes (korgis cover) di Beck.

 

 

E adesso l’uomo più impegnato della terra: Death Cab For Cutie, Postal Service, varie ed eventuali. Questa è da un ep dell’anno scorso realizzato assieme ad Andrew Kenny degli American Analog Set.

 

You remind me of home: the paint cracks when the water leaks
from the rusty pipes that are just beneath my feet
You remind me of home: the heater's warm but fills the room with a
potpourri of dust and gas fumes

You remind me of home: a broken bed with dirty sheets that creaks
when I am shifting in my sleep
You remind me of home: in a suburban town with nothing to do,
patiently waiting for something to happen
But the foundation is crumbling and becoming one with the ground
while you lay there in slumber...

You're wasting your life

You remind me of home: sitting on a thrift store couch, I'm trying to
get this all down.

 

Ascolta You remind me of home di Ben Gibbard.

 

 

Ancora lui canta in questo pezzo degli Styrofoam. Certo che per usare il vocoder in questo modo occorre una faccia tosta non indifferente.

 

Ascolta Couches in the alley di Styrofoam (ft Ben Gibbard).

 

 

E...

 

Ascolta Saint swithens day (billy bragg cover) di Ben Gibbard.

 

 

Veniamo adesso ai tesori (?) nascosti della musica. You think you really know me (1977), il disco d’esordio di Gary Wilson, è stato definito “one of the great underground albums of all time”.

 

Ascolta 6.4=make out di Gary Wilson.

 

 

Questa registrazione è presa da un concerto a Los Angeles. Devendra Banhart ha invitato sul palco Bianca Cassidy per eseguire insieme Little monkey, alla quale è seguita Step in the name of love (che è una cover di R Kelly). Devo ammettere che dal vivo DB è molto meglio che su disco: solo devo capire con quale macchinetta faccia quel fastidiosissimo vibrato della voce.

 

Ascolta Little monkey / Step in the name of love (live) di Devendra Banhart & Cocorosie.

 

 

Le Chicks On Speed lasciano l’electroclash per darsi alla polka. I fans sono comprensibilmente un po’ sgomenti (per fortuna non sono un fan, dunque la cosa non mi turba).

 

Ascolta The household song di Chicks On Speed.

 

 

E adesso… buon natale a tutti!

 

Ascolta Puzzle di Ephemera.

 
















Un post che ilblogdelladomenica aveva il dovere di scrivere alle 23:28 commenti

domenica, novembre 07, 2004


LOS INDESIDERABILOS RETORNAN SIEMPRE

Ebbene, arieccomi! Dopo aver dato prova della mia affidabilità come blogsitter - ma d'altronde c'avevo da fare un viaggio in Burundi e in Bengala, l'ho saputo solo la sera prima, càpita, no, cazzo pretendi, bdd!?! - me ne torno alle mie elucubraz: e lo faccio con un bel minestrone di rassegnina autunnale, recensioni inattuali e fenomenologie dei vari recensori fessi; al lettore l'ameno compito di districarsi fra le minchiate.

 Sono stato a vedere l'ultimo spettacolo di Bergonzoni, e mi arrogo il diritto di dire che non mi ha convinto. Non certo come quando l'andai a vedere due anni fa: uscii da teatro in preda a un delirium tremens tale da far incazzare la mia ragazza, ero entusiasta; stavolta invece no. Era tutto un pò più facile, più scontato, meno bergonzonianamente alambiccoso; sembrava più piacione, in definitiva. Non dico che è stato terribile, per carità: c'era tutto lui, i funambolici giochi sulla sintassi e sul significato, i personaggi impossibili, la narrazione inestricabile, tutto sempre in un turbine che è il suo marchio di fabbrica; ma, forse un pò più all'acqua di rose, forse un pò più per i grandi e i piccini, forse un pò meno sprezzante della comprensione facile, forse un pò più imboccato. Mi ha fatto venire in mente Dwight MacDonald, grande critico e teorico della cultura di massa, quando si accanisce su Il vecchio e il mare, mettendo in evidenza il fatto che mantenga inalterati alcuni stilemi che avevano reso grande Hemingway, utilizzandoli però non in maniera organica, come modo di formare e di disvelare la realtà, ma fini a sé stessi, avulsi dal contesto che invece è disgustosamente didascalico. Un processo di constant editorializing, di pubblicità del prodotto nel prodotto che sarebbe, secondo lui, endemico delle manifestazioni culturali massificate. Ecco, magari ho solo imbroccato una serata che il Bergonza aveva male alla prostata e non era in formissima, non so...

 Mesi e mesi or sono, lèssi sul sito della phonoteca una recensione degli Edible Woman da parte di un mio amico, e, conoscendone e apprezzandone i gusti, mi venne voglia di documentarmi; telefonai al cantante, che studia a Bologna, e che mi regalò copia del loro dischetto; persona fra l'altro amabilissima, con cui purtroppo ho perso i contatti. Ebbene, da quel giorno quel loro dischetto è diventato uno dei miei must, a fianco di three second kiss e don caballero: noise tirato ed originale, accordi di un jazz cupo, cambi di tempo e urla sguaiate. Secondo me, immancabili per un appassionato di math-noise. Ebbene, non succede che mi vanno a finire in una recensione su Blow Up di marzo scorso? L'esimio, pur lodandoli, per il 90 percento del tempo non fa altro che mettere le mani avanti sulle forme vetuste delle musiche giovanili, sul si sa, le formule sono sempre quelle, sulle ingessature  geometriche del post-rock/math-noise (pur risolte in animosità, dice lui)... tutto verissimo, peccato che di questi aspetti se ne parli solo nelle recensioni di gruppetti sconosciuti e molto meno difendibili dei grossi nomi; argomentazioni che dovremmo applicare invece a quasi la totalità della musica recensita da queste rivistucole, che invece arzigogolano complicati birignao pur di incensare gli indie-big senza spiegare il perché. Più di una volta ho notato, su Rumore, piccoli gruppi recensiti molto positivamente, e che poi però alla fine si beccavano un voto (che assurdità le freccette di Rumore!) solo medio, come per dire "intanto accontèntati, poi se diventi famoso ti becchi pure un bel voto"...

 Ebbene sì, come avevo tragicamente vaticinato mesi fa, la spippol- music sta diventando il nuovo trend, il must per l'alternativo che non deve chiedere mai. E così, anch'io mi ricopro di dopobarba dal profumo amaro e vado a sorbirmi Jerome Noetinger, sperando come al solito che non sia così terribile, in compagnia del buon bdd; facciamo gli ottimisti, ma dopo aver - tardivamente - constatato la scritta dispositivi elettroacustici nella presentazione, il timore ci assale... Devo dire che in effetti il duo Marchetti-Battus recensito a giugno era risultato addirittura peggiore, un'accozzaglia di insensatezze da rabbrividire. Ciò non impedisce al Nostro Eroe (sempre francesi 'sti qua... mumble mumble...) di causare al povero bdd un attacco di claustrofobia che, a metà concerto, l'ha portato a scrivere un sms in cui chiedeva aiuto, che poi non sapeva a chi spedire... apice di tutto ciò il bicchierino di carta: rumori prodotti picchiettando sull'infausto oggetto (e poi schiacciandolo nietszcheanamente) con dentro un microfono a contatto... due giorni dopo, l'organizzatore di tutto ciò e del Raum si è esibito a sua volta, in un altro locale, ripetendo lo stesso giochetto... aveva ragione Eco, quando diceva che il Kitsch si annida non tanto nei prodotti di massa, ma in quelli che aspirano, tramite mezzucci, a far provare al fruitore un'esperienza estetica di Alta Arte: e uno dei fulcri del discorso era la feticizzazione degli stili (in questo caso del bicchierino), già di per sé ben triste trattenimento...


Un post che ilmucoselvaggio aveva il dovere di scrivere alle 18:50 commenti

 

ABBIAMO SUPERATO IL POSTMODERNO

 

Va bene, abbiamo superato il postmoderno. Però non abbiamo ancora ben chiaro what’s next, passaggio indispensabile affinchè il superamento sia definitivo. Questo mi sembra sia emerso dalla discussione della settimana scorsa, nella quale un anonimo commentatore ha anche formulato delle proposte concrete: neoarcaismo, rimodernità, post-post-moderno, limine oltrepassato, futurmoderno, futurpostmoderno e neo postmoderno.

 

A questo punto, è giusto che il popolo si pronunci: mi rivolgo dunque a te, lettore/lettrice della domenica. Sì, proprio tu. Se non hai mai capito cosa sia il postmoderno, non farti cogliere impreparato dalla generazione successiva! Se non hai mai sopportato quella gente spocchiosa (quelli come me, ad esempio) per cui ogni occasione è buona per dire “postmoderno”, questa è l’occasione di vendicarti: decidi tu cosa c’è dopo, colpisci per primo, e così stavolta saranno i secchioni e i mediologi della domenica a dover pendere dalle tue labbra. Vuoi mettere la soddisfazione?

 

Insomma, che nome bisogna dare a… a questa… a questa cosa? Io propongo di chiamarla Pippo.

 

(il titolo è copyright di Enzo).

 

Un post che ilblogdelladomenica aveva il dovere di scrivere alle 11:50 commenti

 

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