Il Blog della Domenica

Contro Castaldo. Senza se e senza ma

domenica, settembre 26, 2004

 

RIFLESSIONI FAST-THINK (PENSA-E-VAI)

Prendo e copio, eh!, non si pensi che è frutto del mio rimugino. Chi indovina la fonte di ciascuno epiteto vince un abbonamento biennale a "La Vispa Te/resa, giornale di amene debàcle".

La Verità non è una. Le Verità non sono molte. Tertium datur: la Verità è un nonsense. Ed essere un nonsense è ben diverso da non essere.

Ogni tribù nomade è una potenziale macchina da guerra il cui impulso è di saccheggiare o minacciare le città.

Quando l'avversario è spaventato, la sua combattività si affievolisce e subisce un vuoto nel tempo di reazione. Anche semplici gesti ordinari possono venire impiegati per distrarre l'attenzione di un avversario. Buttare a terra la propria spada, per esempio, rientra nell'arte della guerra. Se siete davvero abili nel combattimento senza spada non sarete mai disarmati.

Meglio andarsene un minuto prima, lasciandoli con la voglia, piuttosto che un minuto dopo, avendoli annoiati.

L'uomo perfetto è senza io, l'uomo ispirato è senza opere, l'uomo saggio non lascia nomi.

In ogni conflitto, le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria. Chi è abile nel sortire bizzarri stratagemmi è inesauribile come il Cielo, la Terra e i grandi fiumi. Giunto al termine riparte, come il sole e la luna; dopo morto rinasce, come le quattro stagioni.

La vittoria dell'economia autonoma deve essere contemporaneamente la sua rovina.

Lo spettacolo si presenta come un'enorme positività indiscutibile ed inaccessibile. (Questa è facile, eh...)

 

Un post che ilmucoselvaggio aveva il dovere di scrivere alle 23:53 commenti (2)

domenica, settembre 19, 2004

 

FENOMENOLOGIA DEL RECENSORE FESSO cap. 2

Questa doveva essere una recensione inattuale, senonché, man mano che la scrivevo, mi accorgevo della sua pregnanza archetipica, sicché mi sono convinto a cambiarle statuto, conferendole così la giusta preminenza. - C' avete creduto che m'ero fatto serio, eh!! - Ebbene, si tratta di un'intervista a Fourtet apparsa su Rumore dell'estate 2001 in cui il tenerone confessa, non senza un intellettualistico sdilinquirsi in toni da senso di colpa, la sua passione per Dawson's Creek, e, in generale, i filmetti adolescenziali da quattro soldi tipo Empire Records; dichiara che la colla del mondo è la musica (su espressa domanda dell'emerito Rossano Lo Mele, tanto per non fare nomi), spacconeggia sulla sua personale collezione di dischi, e parla dei suoi studi di matematica come di un mezzo per "spalancare la mente, proprio come quando compongo". A questo punto so perché nel 2001 l'avevo tralasciata, e perché ho ascoltato Fourtet per la prima volta solo quest'estate....

...e quindi giungiamo all'enunciazione del tema di questa puntata: 'dell'inutilità e perniciosità degli aspetti personali'. Per fortuna mi è capitato di ascoltare il mio primo Fourtet prima di rileggere questa porcata, altrimenti ci avrei pensato due volte. Ora, non metto in dubbio che il fascino, la fortuna e anche parecchie ragioni di mercato del rock e della musica pop in generale siano strettamente (talvolta sinistramente) collegati fra loro per una serie di motivazioni psicologiche e sociologiche che non ho i mezzi per indagare, ma che mi par di intuire: a partire dall'immedesimazione (e chi, parlando d'altro, non si è mai immaginato mentre rilascia un'intervista sulla propria vita?), per proseguire con la ricerca di autolegittimazione e di valori propria dei giovani, le esperienze (e i condizionamenti...) sociali, ecc. ecc. Naturalmente sono tutti meccanismi pericolosi, strumentalizzabili dal mercato e via dicendo, e, per farla breve, in realtà noi ascoltatori, in quanto tali, di tutte queste seghe mentali dovremmo ampiamente sbattercene le palle. Ma, dato che spesso non è così, le riviste (anche quelle che si pretendono più distaccate e seriose) hanno un certo campo su cui galoppare per riempire le pagine frugando in futili, banali aspetti personali di vita privata per continuare a vendere, e coltivare nei lettori l'interesse per queste dolci sciocchezze; ancora una volta, si parla di nulla anziché di musica.

A questo punto, unendomi al collega bdd, accolgo a braccia aperte l'avvento degli M-Blogs: non hanno spazio né mezzi per inutili interviste su gente d'altronde sconosciuta e perciò poco appetibile, e dunque si limitano a stringati commenti; dovendo concentrarsi sulla sola musica, e dovendo fare i conti col riscontro immediato, si sforzano (quando non sono del tipo "l'angolo del tamarro") di parlarne secondo logica e in modo sensato (cosa che le riviste molto spesso non fanno); insomma, sembrerebbe un circolo virtuoso. Certo, l'esigenza di concisione non rappresenta in sé il miglior stimolo per uno sviluppo di argomentazioni critiche, anzi incita anch'essa ad un consumo immediato, ad un surrogato di una fruizione estetica di un qualche livello, ma insomma, non ci si può mettere a fare sempre gli schizzinosi, potrebbe comunque essere un vigoroso scossone all'universo della fruizione musicale ed una spinta ad un atteggiamento più democratico, di condivisione e de-copyrightizzato (de*copy*rattizzato?? E' tardi, lo so, inizio con le stronzate..).

Un post che ilmucoselvaggio aveva il dovere di scrivere alle 23:41 commenti

 

LA DOMENICA DELL’M-BLOG

 

 

Mah, si direbbe proprio che è scoppiata la arcadefire-mania (manco fossero i take that…). E indovina? Il disco di questi palloncini gonfiati è uscito martedì, e nel medesimo giorno si poteva già scaricare qui (via); peccato che dopo poche ore il sito era andato in crash per il numero spropositato di accessi (attualmente l’album si trova qui, se ti sbrighi). Perfino la Bibbia si è accorta di loro, e ha tributato a Funeral un fragoroso 9.7:

 

[...] Even in its darkest moments, Funeral exudes an empowering positivity. Slow-burning ballad "Crown of Love" is an expression of lovesick guilt that perpetually crescendos until the track unexpectedly explodes into a dance section, still soaked in the melodrama of weeping strings; the song's psychological despair gives way to a purely physical catharsis. The anthemic momentum of "Rebellion (Lies)" counterbalances Butler's plaintive appeal for survival at death's door, and there is liberation in his admittance of life's inevitable transience. "In the Backseat" explores a common phenomenon-- a love of backseat window-gazing, inextricably linked to an intense fear of driving-- that ultimately suggests a conclusive optimism through ongoing self-examination. "I've been learning to drive my whole life," Chassagne sings, as the album's acoustic majesty finally recedes and relinquishes. So long as we're unable or unwilling to fully recognize the healing aspect of embracing honest emotion in popular music, we will always approach the sincerity of an album like Funeral from a clinical distance. Still, that it's so easy to embrace this album's operatic proclamation of love and redemption speaks to the scope of The Arcade Fire's vision. It's taken perhaps too long for us to reach this point where an album is at last capable of completely and successfully restoring the tainted phrase "emotional" to its true origin. Dissecting how we got here now seems unimportant. It's simply comforting to know that we finally have arrived.

 

Insomma, ci manca solo che nasca un nuovo genere musicale: il window-gazing (no, per carità). E’ chiaro comunque che si sta passando il limite al di là del quale il dibattito cessa di essere sull’oggetto (il disco degli Arcade Fire), e diventa un dibattito sul dibattito stesso - ovvero su tutto l’hype che il disco ha generato. Altro che quegli scopiazzoni dei libertines. Qui siamo alla follia più totale: addirittura adesso si fa la gara a chi è stato il primo a parlare degli Arcade Fire. Come si può essere così gasati? Come si può essere così infantili? L’ego di questi m-bloggers è veramente sconfinato… a proposito, sia ben chiaro che il primo in Italia sono stato io.

 

 

 

TheBigTicket che anticipa un paio di pezzi dal nuovo album di Tom Waits. Hoist that rag è una specie di ritmo sudamericano, reso inquietante dall’intonazione innaturalmente bassa degli strumenti. Al contrario la voce di Waits, che è bassa di suo, si spinge spesso verso l’acuto – con un effetto altrettanto innaturale.

 

Ascolta Hoist that rag di Tom Waits.

 

 

 

Ops, che sbadatello. Quasi dimenticavo di far sentire gli Arcade Fire... non sia mai. Ecco allora quello che balleremo nei prossimi mesi:

 

Ascolta Rebellion (lies) degli Arcade Fire.

 

 

 

Dalle due o tre canzoncine che circolavano quest’estate, ci eravamo fatti una certa idea dei Go!Team. Hold yr terror close invece è una ballata niente affatto casinista, anzi perfino un po’ tweesca (eh?); l’accompagnamento sincopato del pianoforte rimane in penombra, mentre tutta l’attenzione si concentra sul canto. Hold yr terror close sembra a tutti gli effetti una divagazione rispetto all’attività abituale dei Go!Team; e infatti non compare nel loro album, ma nel singolo The power is on. L’attitudine indie ad ogni modo si può ravvisare nella bassa fedeltà della registrazione, e negli accordi suonati senza precisione: entrambe le cose servono a dare maggior fascino. Vogliamoci bene.

 

Ascolta Hold yr terror close di The Go! Team.

 

 

 

Se i Donna Summer fossero un normale gruppo di musica elettronica, farebbero pezzi lunghissimi in cui si ripete sempre la stessa idea musicale (al massimo con qualche variante di batteria). Invece i Donna Summer prendono diversi spunti, e - invece di farci appunto altrettanti brani - li mettono insieme in uno solo. Queste varie sezioni si alternano, e ritornano, restando sempre autonome l’una dall’altra. In Sperry and foil, particolare importanza riveste la sezione che si potrebbe chiamare del “clavicembalo ammattito” – che ricorre più frequentemente delle altre.

 

It's fitting that Aquarius Records, the same store that introduced me to the mash-up some ten years ago (before they were called mash-ups) with Evolution Control Committee's brilliant pairing of Public Enemy and Herb Alpert, would effectively wean me off that guilty pleasure with the next level noise of this here lad. Neither mash-up nor IDM, neither kitschy nor political, Donna Summer (a.k.a. Jason Forrest) throws juxtaposed refrains and riffs from popular music into a high-speed blender with no lid. Somehow the result, while initially as soothing as highway rumble strips, begins to make sense and even sounds catchy after a few listens...and a 12-pack of Mountain Dew. [3hive].

 

Ascolta Sperry and foil dei Donna Summer.

 

 

 

[...] I don't know if you'd call it sounding off per se, but there's a nice reference to "another shitty war to fight for Babylon" on "The High Party" [...] from Ted Leo/Pharamcists' pre-war release "Hearts of Oak". Ted reminds me of a smart, clever, mildly ticked off Elvis Costello. His old band, Chisel, had a good sound, but he didn't cover nearly as much territory as he does on "Hearts of Oak" [Monkeysars].

 

Ascolta The high party di Ted Leo and the Pharmacists.

 

 

 

La cantante dei White Magic va spesso sopra le righe. In Keeping the wolves from the door la melodia ha un carattere marziale, rigidamente scandito dal tempo binario: l’unico momento in cui questa sua aggressività si stempera è alla fine della strofa, sulle parole che danno il titolo alla canzone (e a tutto l’ep). E’ soprattutto quella specie di trillo sulla o di door a rivelare un improvviso baratro di fragilità: la frase (verbale e musicale) si conclude, si raggiunge la meta, ma lo si fa con un senso di inquietudine.

 

There's a moment on the otherwise benign "Keeping the Wolves from the Door" during which vocalist Mira Billotte's voice seems to reach its outer limits, tottering for a few glorious seconds on the edge of total dissolution. Mostly, Billotte howls like a dreamier Eleanor Friedberger, forsaking The Fiery Furnaces' gruff, trilling proclamations for blissed-out bits of campfire verse. But the potential for apocalyptic breakdown remains at a continual high for White Magic, and when Billotte's throaty strains become heavy with that danger, the exhilaration she emits is both palpable and oddly inviting. [Pitchfork].

 

Ascolta Keeping the wolves from the door dei White Magic.

 

 

 

List of demands (reparations), di cui si parlava la settimana scorsa, non è che mi dicesse granchè. Più che altro la parte strumentale era un po’ stereotipata, e non supportava a dovere le rime di Saul Williams. Questa è molto meglio:

 

If you can imagine late period Fugazi gone full-on hip hop, it would probably sound a lot like this track, possibly right down to the lyrical style. And that seems to be part of the point of this song, in which Saul Williams symbolically offers up hip hop to white boys on the condition that they "substitute the anger and oppression for guilt and depression." [Fluxblog].

 

Ascolta Grippo di Saul Williams.


 

 

Avete presente Kylie Minogue? Moltiplicatela per dieci.

 

Ascolta Me plus one di Annie.

 

 

 

Fa un certo effetto vedere come il quotidiano tran tran degli m-bloggers si incroci a volte con i grandi eventi. TheWitnessExchange, di New Orleans, in questi giorni temeva l’arrivo del tornado:

 

[...] obviously, we are preparing for a visit from mr ivan so posts may cease for however long. for those concerned it looks as though we are going to try to stay in town to tough it out, perhaps leave tomorrow to houston. i will keep ya'lls informed as much as possible.

 

Le cose sono andate peggio per MysteryAndMisery:

 

Things have taken a turn for the worse here so I might not be updating for a little bit. Last week, the flooding caught us off guard. The storm from the last hurricane did quite a bit of damage in my area. When we realized that water was flowing into our basement, we called the insurance company. They initially told us we were covered and gave us a claim number, but now, a week later, we are not covered. After looking more closely at my policy, we are covered not for our type of damage. In the next few days I am going to have to go through all the different scenerios that might occur, and prepare for whatever comes my way. I am not sure if this is ‘bad faith’ on the part of the insurance company or not. I have a lawyer friend checking this out for me. So, obviously, at this point, I am expecting the worst. I am going to have to somehow find the money to fix and replace our losses. That means less time for doing things that I like, which includes writing about bands that I find on the internet. I am not sure when I am going to be back, but I will be back.Take care and, please, wish me luck.

 

Good luck.

 

Ascolta Shun (kid 606 remix) di Foetus.

 

 

 

Veniamo in Italia, dove continua irrefrenabile l’m-blogghizzazione della rete:

 

Arriva l'autunno, stagione del pop da cameretta per eccellenza, e di conseguenza fervono le attività nella redazione di Indiepop.it
Dopo il
blog, ecco ora il nuovo aggiornamento, nuove recensioni e soprattutto una nuova compilation in mp3 "di stagione" tutta da scaricare. [Polaroid].

 

Ascolta la compilation di indiepop.it.

 

 

 

Consiglio a Loser di tradurre in inglese la presentazione di Re-login. Altrimenti poi succedono cose così.

 

 

 

Gli amati SadPandas hanno iniziato a postare mp3 direttamente dal loro hard disc, grazie al sistema YouSendIt. Questa settimana però solo un post, ahinoi, per quanto assai copioso di segnalazioni. M-Gecco nulla. In compenso si m-blogghizza Baustelle, che da quanto scrive sembra avere intenzione di continuare… intanto da un commento di Pompeo scopro che gli m-blogs sono una delle “nuove tendenze indiegeekness”. Non so bene che significhi, ma suppongo che sia una bella cosa. Ed ecco una mail assai gradita:

 

Ricordibastardi è il primo album bastard-pop ad alto concentrato di musica
italiana.
Celentano, Battisti, Cugini di campagna e tanti altri idoli della musica
leggera degli anni '60 e '70 cantano sulle basi dei più famosi brani
pop-rock dell'ultimo ventennio.

Finalmente genitori e figli potranno apprezzare la stessa musica!

14 Mash-up inediti: oltre 30 minuti di musica e 40 violazioni di copyright
in 29 Mbyte liberamente downloadabili. Tutto campionato al 100%.

Affrettati a scaricarlo e a condividerlo, domani potrebbe non essere più
disponibile...

 

Altro che FabulaRasa!

 

Ascolta RicordiBastardi.

 

 

 

Difficile rendere musicalmente credibile una marcetta accompagnata da un coro di po-po-po. Infatti i Suburbian Kids With Biblical Names neanche ci provano, e anche nell’insensatezza di alcuni passaggi esprimono disinibita allegria.

 

Suburban apologist I'll cop to, but Suburbanite with kids with Biblical names I ain't. Cairo we got from a Cure song; Pallas, well, email me if you don't have to Google the name to know where it came from (I'll pick someone random and mail you out a CD!); and Jasper — although the word is found in the Bible it's not a name — is named after the artist Jasper Johns. This band is a MUST download. Their name says it all. A delightful sense of humor to go along with their keen sense of melody and wit. A musical embodiment of why I do 3hive. Discovering SKWBN gave me a third wind and kept me way up past bedtime... [3Hive].

 

Ascolta Rent a wreck.

 

 

 

Lo chiamano breakcore. In pratica, un vocione black su ritmi che alternano schizofrenicamente il triphop e la jungle. (via). Quei dimenticabili anni novanta colpiscono ancora…

 

Ascolta Fuck up the system di Enduser.

 

 

 

CriticalMass fa la rassegna stampa di Rubber Factory dei Black Keys:

 

There's more of an album feel to Rubber Factory, a conscious song-by-song progression rather than the visceral, overwhelming vibe that forged their debut, The Big Come Up, into a seething wrecking ball. When Auerbach settles down with a lap steel on "The Lengths", it's no mere diversion-- there's true conviction behind his country blues balladry. [Pitchfork].

 

Beyond his formidable guitar playing, Auerbach has mastered the art of crafting vocals that sound both really old and really good, but it’s on the more patient, earnest track “The Lengths” that he shows the most artistic growth. On this track, The Keys shirk their tried and true formula for a subtler, more reflective approach. One detects Beck’s influence on the band as Auerbach employs a bare, mournful moan. [Stylus].

 

Ascolta The lengths dei Black Keys.

Ascolta 10 A.M. automatic, All hands against his own e Grown so ugly dei Black Keys.

 

 

 

E’ uscito il nuovo doppio di Nick Cave, Abattoir blues / The lyre of Orpheus.

 

Ascolta Babe you turn me on, Abattoir blues e Let the bells ring di Nick Cave.

 

 

 

Si continua a parlare di Destroyer, una filiazione dei New Pornographers:


Avid listeners of The New Pornogrphers may hear what they believe to be Carl (a.k.a. AC) Newman's imprint on this piece of music - no, it's the other way around. Bejar has left indelible fingerprints on a number of New Pornographer tracks, an influence that goes unnoticed to all but loyal Destroyer/Bejar followers. Destroyer's 'It's Gonna Take an Airplane' is orchestral in arrangement. An arrangement then twisted by the dark eyes of Vancouver, British Columbia's Dan Bejar into an indie chamber pop gem. But a chamber with padded walls, a chamber with a smoky sixties French pop feel - like Serge Gainsbourg, all clean and starched (save for the tobacco leaf smoking between his gallic fingers), pressed hard and flat up against sooty indieville - then finally breaking free, spinning off as a new creation. A lo-fi/hi-fi, three minute 41 second misfit, leaving blue smudges on the soft padded walls. This is Destroyer's 'It's Gonna Take an Airplane'. [Sixeyes].

 

Ascolta It’s gonna take an airplane di Destroyer.

 

 

 

E si continua anche a parlare del gruppo rivelazione del 2005:

 

This is, in my opinion, the strongest song on the second Wolf Parade EP, which may or may not be titled Totalosity. Anyway, Dan's vocals on this song sound vicious, like triple-tracked asylum inmates who haven't been fed in four days. Just absolutely desperate. The guitar gets things started with a shotgun riff in the beginning, bandaged by some laptop gauze via Hadji. Spencer's synths come rolling in thick and gooey. Then everything goes freakatronic pop-fest at the end, synths just trilling out of control, Arlen's drums hammering the shit out of everything, and Dan ranting on top of it. Make no bones about it, these guys will release one of the most stellar records of 2005. [Molars]. (via).

 

Ascolta It’s a curse degli Wolf Parade.

 

 

 

Coolfer denuncia il playlistismo imperante:

 

We are now firmly in the era of the playlist. Case in point: Grandaddy has a "mix" CD coming out soon called Below The Radio, which isn't mixed at all, it's more like a playlist or a CD filled with their favorite songs. The lead-off track is a new Grandaddy song, then you've got The Fruitbat's "The Little Acorn," Snow Patrol's "Run," Blonde Redhead's "For the Damaged," Beck's "We Live Again," Pavement's "Motion Suggests" and on and on. In all there are 18 songs. It's out on October 19th.

 

E lo stesso Coolfer sghignazza su questo ridicolo nastrone compilato da Michael Moore: “la sua abilità con i mixtape è la stessa che ha nel vestirsi”. Ma la cosa surreale è che questa compilation sarà pure messa in vendita, e infatti esce il 5 ottobre con il titolo Songs and artists that inspired Fahrenheit 9/11. Playlistismo+mercificazione del pacifismo. Giusto ciò di cui c’è bisogno.

 

 

 

Intanto continua il polverone mediatico. Anche Newsweek dedica un articolo agli m-blogs:

 

[...] Like nearly every other grass-roots online music movement, MP3 blogs are shaping up to be a major pain for the recording industry. Songs posted to the sites are free for downloading without the consent of copyright holders. MP3 bloggers say their hobby can help music labels exploit their old catalogs and draw attention to new bands, like sibling rockers the Fiery Furnaces, a blogger favorite. But Recording Industry Association of America spokesperson Greg Larsen says, "Owners of the copyright should get to decide how they want to promote their music." MP3 blogs haven't drawn the same attention, or hand-wringing, as file-sharing networks like Kazaa, but that's quickly changing. Last month Warner Music tried to persuade MP3 bloggers to promote a new song by the band the Secret Machines. Only one site posted the tune, while most criticized Warners' effort to co-opt a fiercely independent medium. Then there are the nasty letters. Last week Berkeley, Calif., DJ and music journalist Oliver Wang, who runs the MP3 blog Soul Sides (o-dub.com/soul sides), got a cease-and-desist notice for posting a rare song of saxophonist John Klemmer's. Wang took the song off his site immediately. Like other MP3 bloggers, he is looking to share his passions, not pick a fight.

 

 

 

Poche chiacchiere, vogliamo la musica! Va bene, va bene, basta chiedere…

 

Ascolta Quality of armor dei Guided By Voices, Lysergic bliss degli Of Montreal, The way we get by di Spoon e The benefits of lying with your friend di The Apples In Stereo.

 

 

 

Ah, e c’è un’intera sezione di Insound dedicata al download di mp3. (via).

 

Ascolta Halcyon days dei Mono, Twilight di Elliott Smith e Fortress dei Pinback.

 

 

 

Ciò che un m-blogger non potrebbe mai lasciarsi sfuggire: una compilation di christian pop svedese, anno 1970. (via).

 

Ascolta la compilation Jesus call.

 

 

 

A proposito (di Svezia, non di christian pop): It’s a trap non è proprio un m-blog. O non è solo un m-blog. Ci sono molti mp3, ma si presenta come un posto dedicato a tutto quanto riguarda la musica scandinava. C’è anche un angolo dedicato alla playlist da ascoltare, registrazioni di concerti, insomma un macello di roba.

 

Ascolta (nella current playlist) Wounded night di The Chrysler.

 

 

 

M-blog d’avanguardia: un grandissimo genio ha pensato bene di postare 4’33’’ di John Cage in mp3.

 

Ascolta 4’33’’ di John Cage.

 

 

 

Questa invece finisce a Radio Deejay:

 

The lead single from Har Mar's new album, The Handler, DUI is fairly indicitative of what to expect from the whole affair. Still mostly a douchebag, Har Mar hasn't really grown up very much. Instead, he's simply gotten better at whatever it is he does, which now is leaning more towards A.M. Gold territory than the Prince-on-a-purple-unicorn disco of his first effort. Plus, he lost the Ron Jeremy mustache (though kept the mullet) to knock a few notches off of the sleeze factor. Try as I might to hate this song, I can't. It's fun, catchy and silly. There's not much to it, and while it's basically Justin Timberprank, it frankly isn't that bad. Go figure. I hated him the first time around, but for whatever reason I'm behind this one. Oh, and it's not about drinking and driving. It's about calling up the ladies when you're all f'd up. Which is something I have a wicked history of. Bad ideas. [MusicForRobots].

 

The most Justin Timberlakeian album that has been released since November 5th, 2002. I mean that as a compliment, but I'm not so sure Timbaland is going to take it as one. True story: I got in a car accident while singing along to "DUI," easily one of the catchiest pop songs I've heard all year. Top it all off with a Self/Har Mar cover of Gilbert O'Sullivan's "Alone Again" and you've got an album that, at very least, forced me to think long and hard before admitting my love for it. [75orLess].

 

Ascolta DUI di Har Mar Superstar.

 

 

 

I Broken Social Scene danno vita a sempre nuovi progetti paralleli: ora è il turno degli Apostle Of Hustle, con l’album Folkloric feel.

 

The album's title track is a doozy. Clocking in at nearly eight minutes, the mostly instrumental lead-off song covers a lot of territory. It begins with a sniff, and a few random plucks of guitar strings before Whiteman begins to strum a simple, intensifying tune. We hear "folkloric feel" & the drums kick in, launching us into the kind of layered, atmospheric pop you might hear on the back half of You Forgot It In People. From there the song shifts into a groove reminicent of parts of "Stars & Sons" or "Cause=Time" (from the aforementioned BSS album) with some random lyrics about "6/8 time" added in passing, as if the song is being worked out right before your ears. But it's really, really good. And suddenly, you're smiling. The song slows down again, as Whiteman repeats the phrase, "Everything's in place. It's on." It may be a little cheesy, but it's still a helluva way to start an album. [TheBigTicket].

 

Ascolta Folkloric feel degli Apostle Of Hustle.

 

 

 

Suoni eterei, cori celestiali, ciappeggiamenti elettronici, vocina che canta enohirara-nakamò-kenimamote-blablablashi. In musica, il villaggio globale ha decisamente scassato i maroni.

 

"On this debut from Naoko Sasaki, alias Piana, connections are forged between the seemingly disparate fields of glitch processing and coy J-Pop. Coming across as a child's sketchbook or diary, there is a palapable sense of nostalgia in these lovely songs, powerful and moving evocations of a kid's world that vary int one from the tearful to the joyful to the fearful. Basing her fragile melodies on slow motion Satie-like chord patterns, employing piano, organ, occasional broken beats and beautifully measured guitar from Yuichiro Iwashita, Sasaki then destabalises the music by adding a low key firework display of static pops and hisses which serves as a brilliantly effective metaphor for a child's sense of wonder, distress, excitement and anxiety. The songs recall both the unsettling, naive sampladelica of Pop - Off Tuesday and Cocteau Twins at their heartstopping best." Review from the WIRE magazine [SwensBlog].

 

Ascolta Butterfly di Piana.

 

 

 

All Hail the Ramones, the Greatest American Rock Group Ever. [Usounds].

 

Ascolta Sheena is a punk rocker dei Ramones.

Ascolta Beat on the brat, Blitzkrieg bop e Judy is a punk dei Ramones.

Ascolta Too tough to die dei Ramones.

Ascolta 53rd & 3rd dei Ramones.

 

 

 

E per finire, i Velvet Teen… sono i nuovi Arcade Fire!!!!! (ahahah). O meglio, lo sarebbero se il loro pop-con-pianoforte-classico non varcasse i confini della pacchianeria.

 

Their lead singer at times sounds like Jeff Buckley or Thom Yorke in Elysium, which, in my opinion you do not hear as much in their earlier releases, but many others do. Oh, and their earlier releases, pick them up if you haven’t done so. They are a great indie band who for too long has not gotten the amount of attention they deserve. [MysteryAndMisery].

 

Ascolta Forlone dei Velvet Teen.

 














Un post che ilblogdelladomenica aveva il dovere di scrivere alle 22:21 commenti (3)

 

MILITANTI E SENTINELLE

 

 

La contestazione senile – Fra tutte le filippiche che la destra musicale dedicò al clima di contestazione del ’68, e ai suoi riflessi sul mondo della musica, una delle più magistrali e spietate fu forse l’articolo La contestazione senile di Fedele D’Amico (che peraltro non era nemmeno fra i conservatori più accaniti). Ma più che sul fenomeno politico-sociale in sé, potenzialmente positivo, D’Amico sparava a palle incatenate sulla risposta che a questa contestazione (non) era stata data dal mondo culturale (e in particolare, musicale). Episodi anche poco significativi della vita musicale venivano ingigantiti a sproposito proprio dal clima della contestazione:

 

Che cos’è la contestazione? Il primo dovere di un rivoluzionario, ha scritto Lenin, è quello di fare la rivoluzione; il primo dovere d’un riformatore (qualche laburista l’avrà scritto di certo da qualche parte) penso che sia quello di realizzare delle riforme. Il compito del contestatore è molto meno impegnativo: asserire che qualcosa non va, che c’è del marcio in Danimarca.

Il che può avere, s’intende, un valore molto positivo; ma solo come stimolo dialettico a un’azione, senza la quale gli può anche capitare di diventare, senza accorgersene, un sostegno di ciò che non va. Il tipico moto contestatorio dei nostri giorni, come tutti sanno, è il Movimento Studentesco. Ora il Movimento Studentesco non è che una manifestazione d’insofferenza per una situazione intollerabile, assurda, le cui radici esso addita, ineccepibilmente, nel “sistema” globalmente preso, vale a dire, non soltanto nella direzione classista della società ma pure nelle inefficienze, astrattezze, insensibilità morali, di quelle organizzazioni e ideologie che ufficialmente dichiarano di combatterla. Nel che è una denuncia potenzialmente rilevantissima, e non solo sul piano politico: quello che ieri era soltanto considerazione di alcuni solitari osservatori è diventato una sirena d’allarme, da svegliare i sordi. Non è poco. Ma non è più di questo. Nella misura in cui se ne starà al mito della democrazia diretta, ai sentimentalismi libertari, all’orrore degli “schemi” e dei “condizionamenti”, la contestazione giovanile rimarrà contestazione, e giovanile; col rischio di diventare prima o poi puerile. Perché le riforme, o la rivoluzione, si fanno accettando condizionamenti, elaborando schemi e mettendo in piedi organismi rappresentativi. Il guaio è che se la contestazione giovanile non riuscirà a metter le penne per conto suo, la faccenda ha tutta l’aria di finir lì; perché […] la cultura italiana non ha offerto al movimento una risposta critica, cioè tale da trasformare le ire in problemi concreti (che non significa soltanto problemi pratici), premessa indispensabile a tradurle in risultati. Scrittori, pittori, musicisti, si sono semplicemente messi a idoleggiare i “giovani”, a rifargli il verso ripetendone gli slogans, inalberando cartelli, mendicando gloriosi lividi dai manganelli della polizia, e via dicendo. Specie quelli dell’avanguardia, sui quali l’idea di un trasferimento della contestazione (quest’”opera aperta” per eccellenza) su scala di massa cadeva come il cacio sui maccheroni. La risposta di questa cultura alla contestazione giovanile consiste infine nel tentativo di farla restare in eterno allo stadio di contestazione: insomma, nell’affiancarle una contestazione senile.

 

D’Amico prendeva spunto dal caso Paris-Scaparro: si trattava rispettivamente del direttore d’orchestra e del regista che eseguirono un’opera di Nicolò Castiglioni, Tre misteri, rivelatasi un clamoroso fiasco di pubblico e di critica. La virulenza con la quale Tre misteri fu stroncata dalla stampa era davvero insolita, perfino per un periodo così acceso come il ‘68. Guido Pannain (su Il Tempo) la giudicava priva di “ogni serietà e consistenza di opera d’arte”: “cantate, urlate e ballonzolate su testi poetici di provenienza diversa, musicalmente manipolati con residui di vecchi motivi e cacofonie sconnesse”. In esse “la musica, di una ingenuità puerile, è di un cattivo gusto sulla soglia della volgarità”, che termina “in un ibridismo indicibile di contrasti irritanti”, “di frammenti di un marcio vecchiume”. Piero Dallamano, su Paese Sera, parlò di “esasperante nullismo”. Erasmo Valente, su l’Unità, scrisse che in questi tre atti succedeva tutto quello che “un compositore di questi tempi non dovrebbe più fare, pena la squalifica”, cioè una sorta di collage musicale con “climi fonici evocanti la canzonetta, la melodia sbracata, l’operetta, il balletto beat, il coro dei melodrammi e la profana polifonia rinascimentale”; insomma, si era trattato di una “serata goliardicamente carnascialesca e di spensierata lega musicale”. Ennio Melchiorre (l’Avanti!) notava “il decadentismo e il qualunquismo ideologico del musicista”.

 

E fino a qui, si potrebbe parlare tutt’al più di un caso Castiglioni. In cosa consistesse il caso Paris-Scaparro, D’Amico lo spiega così:

 

[…] il compito di metterla in scena fu affidato a Maurizio Scaparro, che lo aveva ripetutamente sollecitato. E che non si limitò ad assolverlo: descrisse l’opera, in una conferenza stampa, con entusiasmo inequivoco. Quali termini valgono oggi come massimo elogio, per un prodotto dell’arte nuova? Lotta contro i “tabù”, contro le “vecchie strutture del potere”, “dissacrazione completa”, “urlare il loro no, la loro protesta”, direte subito voi. Bravissimi. Appunto questi termini ricorrono con consolante frequenza nella presentazione di Scaparro […]. Senonchè poi l’opera non è piaciuta a nessuno. E’ andata male, insomma […]. E allora, colpo di scena. La sera della terza e ultima recita, in un intervallo, Scaparro è apparso al proscenio e ha letto, a nome suo e di Paris, una “protesta” (sic) di questo tenore: “Noi […] desideriamo pubblicamente constatare come in questa circostanza come in molte contemporanee situazioni della vita teatrale e musicale d’Italia, si è avvertita nella scelta del repertorio la limitazione condizionante di regole e norme e strutture burocratiche già condannate dalle forze vive della cultura”. La dichiarazione proseguiva deplorando che “lavoratori dello spettacolo” siano “inseriti in scelte che non li riguardano”, invitando pubblico e critica a “condannare situazioni che nulla hanno a che fare con i fermenti culturali che agitano le forze nuove”, e invocando “l’autogestione degli organismi”.

E’ un vero peccato che la “protesta” tacesse i nomi di quei burocrati che con la rivoltella in pugno avevano costretto Paris ad approvare la scelta dell’opera priva di “fermenti culturali”, Scaparro a scriverne in tono ditirambico, e tutt’e due a offrire di “inserirsi in scelte che non li riguardavano”. […] Fra le “limitazioni condizionanti” che i branditori di rivoltelle sogliono imporre, si sa che la prima è appunto quella di non far nomi. Dunque i nostri due eroi hanno parlato anche troppo, e speriamo bene per loro.

 

Prendendo due piccioni con una fava, D’Amico infieriva commentando che “ogni arte ha i Pasolini che si merita, altrimenti detto ognuno pasolineggia come può”. Il pasolinismo consisterebbe appunto nel partecipare al sistema, accettandone tutte le regole del gioco, finchè questo conviene – e nel contestarlo appena succede un qualche infortunio. Ma il caso Paris-Scaparro non era finito lì, perché tutta la stampa si era subito schierata dalla parte dei due contestatori, trasformando l’episodio in una questione nazionale:

 

Già la sera del colpo di scena la stampa che se n’era occupata aveva fatto coro alla “protesta” con indignazione commossa, e titoli e sottotitoli mirabolanti: “Il direttore d’orchestra e il regista hanno letto al pubblico un documento per la libertà della cultura” (l’Unità, 5 ottobre), “Il direttore d’orchestra e il regista dello spettacolo hanno letto al pubblico un appassionato documento” (Avanti!, idem). E il 10 ottobre l’Avanti! dava notizia della “piena solidarietà” espressa a Paris e Scaparro dalla FILS e dalla Segreteria Regionale (cioè laziale) del Sindacato Musicisti Italiani.

 

Inoltre, quando la Filarmonica aveva fornito i documenti del favore di cui fino alla vigilia dell’insuccesso Paris e Scaparro avevano confortato l’opera di Castiglioni, si era attirata gli strali di tutti: da Dallamano a Valente, da Zaccaro a Melchiorre, da De’ Rossi addirittura fino a Berenice, “col sostegno di eccitatissimi telegrammi di adesione, tutti di provenienza neue Musik”. Secondo D’Amico, tutto questo scalpore creato dai “due nostri campioni di scaricabarile” si poteva spiegare solo con il “clima di contestazione” imperante:

 

[…] oggi l’idea della contestazione pura è un faro talmente abbagliante da impedire alla gente di vedere anche le realtà più ovvie; e vola talmente in alto sui fatti, da renderne superfluo l’accertamento. “Limitazione condizionante”, “strutture burocratiche”, “indipendenza dai controlli diretti e indiretti del potere”, “essere soggetti attivi e non i passivi oggetti di paternalistiche aperture e di personalistiche chiusure”, “promozione non strumentalizzata di ogni ricerca”. Oh, Wittgenstein! Le parole bastano a se stesse. Ci si rivolta contro qualcuno fingendolo su chissà quale scranno, intento a giudicare a mandare; e contro questa “autorità” si fa appello “ai musicisti, agli attori, ai cantanti, ai registi e a tutti i lavoratori dello spettacolo”. Nessuno pensa a esaminare in che cosa poi quest’autorità consista, nessuno perde il tempo ad accorgersi che nel caso specifico è costituita appunto da quesi musicisti, lavoratori dello spettacolo eccetera, che vengono chiamati alla riscossa per abbatterla; e che per cinque anni ne ha fatto parte, in tempo per decidere sulla materia del contendere, il contestatore in capo. L’importante è che costui contesta; e fra chi contesta e chi è contestato non c’è da esitare un istante.

 

 

Processo a Pizzetti – Ildebrando Pizzetti, uno dei musicisti italiani più noti ma anche più legati alla destra musicale, fu duramente attaccato dalla sinistra musicale negli ultimi anni della sua vita. E a dire il vero, anche nei primi giorni dopo la morte (essendo la morte un’incidentalità che Pestalozza e compagni non ritenevano meritevole di particolare rispetto), avvenuta nel febbraio 1968. Ecco ad esempio Mario Bortolotto scrivere:

 

Pestalozza, invero, scopre assai bene come stessero in realtà le cose quando, alle prese con segnalati cialtroni riesce, dopo averne lumeggiato le inutili sfumature, a ricostruirne il mazzo originario: vogliamo dire, il fascio. Sa molto efficacemente descriverci la comunanza che le tradizioni delle “nozze latine” svelano fra futuristi, strapaesani, oggettivisti, neoclassici et similia. Ma, sgombrato il campo da alcuni campioni quali un Pizzetti o un Torrefranca (un massacro delicato e divertente del quale gli siamo profondamente grati, e che speriamo definitivo) […].

 

A difendere il compositore scomparso furono quelli che appartenevano alla sua area culturale e musicale conservatrice, e fra questi la voce più autorevole fu quella di Gianandrea Gavazzeni – anche lui assai velenoso:

 

Accettando le speranze e le ingiurie di Bortolotto circa il definitivo “massacro delicato e divertente”, la morte di Pizzetti sarebbe dunque occasione buona per far calare il definitivo silenzio sul Musicista e sull’opera sua. Registrati i benefici raccolti da Pizzetti nel risibile e colpevole mezzo secolo novecentesco, il giudizio capitale è pronunciato, la condanna eseguita senza interposti appelli. E non se ne parli più. Senonchè nessuna filosofia socioestetica nuova ha ancora potuto stabilire che i Pestalozza e i Bortolotto siano investiti da poteri istitutivi ed esecutivi in grado di mettere a tacere il resto dell’umanità ragionante. L’ho già dovuto scrivere altre volte, tirato pei capelli: soltanto il terrorismo di un regime poliziesco, il più tetragono a mutazioni di metodo, potrebbe arrivare a tanto. L’ipotesi – o l’equazione – dimostra però il grado di civiltà culturale e le caratteristiche private dei Pestalozza e dei Bortolotto. Il “massacro delicato e divertente” (ognuno si diverte come può…) rimane quindi esempio limite di un tribunalino appunto privato. I giudizi altrui – e i diritti autre – rimangono ancora liberi, chi lo sa, magari per poco…

 

Bisognava inoltre

 

[…] respingere fuori di qualunque livello critico, come espressioni di volgare rozzezza, il sollazzo del “massacro delicato…”. L’irreversibilità di posizioni contrastanti, l’impossibilità a intrattenere perfino rapporti personali con certuni […].

 

Vengono ricordati gli “incarti processuali contro Pizzetti”, che lo avevano accusato di miopia liberticida per la sua avversità alla scuola viennese e a Schoenberg. Proprio mentre – nota ancora Gavazzeni – “con clemenza sospetta, per la stessa colpa cui non fu immune Malipiero, venne applicata amnistia”.

 

Gavazzeni smentsce poi il “cosiddetto attardamento di Pizzetti”, passando in rassegna quei critici musicali – al di sopra di “ogni sospetto fascistologico” – avevano tributato onori a Pizzetti dopo la morte: D’Amico, Mila, Lanza Tomasi e Pinzauti. Anzi, secondo Gavazzeni D’Amico si spingeva perfino troppo avanti la sua tesi sulla modernità pizzettiana (e questo ci fa capire quanto Gavazzeni scavalcasse D’Amico a destra).

 

Ma Gavazzeni va oltre, e nega la validità stessa del concetto di “ritardo sulle avanguardie” in musica. Esso avrebbe piena cittadinanza invece nelle arti figurative, perché in quel caso “è una critica con i nervi a posto e le carte in regola, ormonicamente assestata. Al contrario di quanto si verifica in certi settori musicali…)”.

 

 

Pianoforte e rivoluzione – Come è noto, l’epicentro europeo del ’68 fu la rivolta parigina di maggio. Una testimonianza interessante di come fu vissuto, da un punto di vista solitamente distaccato come quello della musica colta, fu resa da Martine Cadieu sulla Nuova Rivista Musicale Italiana – a poche settimane di distanza dai fatti.

 

Si era organizzato un weekend di musica contemporanea al centro culturale di Chatillon (periferia di Parigi). Esso però appunto cadeva nel mese di maggio, e – mentre il primo giorno andò tutto liscio, sala gremita, successo e grande soddisfazione di tutti – l’indomani ci fu sciopero dei trasporti, teatri occupati, due dei membri dell’orchestra richiamati alle armi, celebri musicisti costretti ad arrivare in autostop. Il finimondo entrava nella piccola palla di vetro della musica accademica: poco pubblico e atmosfera tesa, e del resto mentre qui si suonava, c’erano voci di carri armati alle porte di Parigi. Il terzo giorno il concerto fu annullato, perché “non era certo il momento di organizzare dei concerti o di eseguire della musica”. Ma questo stesso festival non era stato affatto concepito in un’ottica borghese, ma all’insegna di rivendicazioni sociali: “Non vogliamo più le città-dormitorio. Desideriamo che sia favorito il lavoro originale. Date corso alla libera espressione. Bisogna cambiare totalmente la vita. Per la cultura come per la libertà, non si tratta di ricevere qualcosa ma di prenderla da sé”. Ma ormai l’attualità scavalcava completamente questi proclami, trasformava le richieste in ingiunzioni concrete e indifferibili. E fu il momento di partecipare in prima persona:

 

[…] vi fu l’occupazione delle fabbriche e “Chatillon des Arts” venne trasferita nello stabilimento della Nord-Aviation. Non si svolsero più in effetti dei concerti veri e propri ma si portò il pianoforte nel cortile della Sorbona, invitando tutti quelli che sapessero suonare, ad eseguire qualsiasi composizione: mi è toccato sentire molto jazz e molto… Chopin!

A Michelet e al Conservatorio, i giovani compositori, gli interpreti, gli stessi strumentisti, in preda ad un entusiasmo febbrile continuarono a riunirsi (venendo a piedi tutti i giorni) e ad abbozzare programmi fantastici di attività, riforme finalmente realizzabili, così pensavano, esprimendo critiche ed autocritiche.

 

Martine Cadieu si occupava di andare al centro di Trie de Clignancourt, occupato dagli scioperanti delle poste e presidiato dalla polizia. Portandosi dietro una pila di dischi sottobraccio:

 

Giovani d’età appena superiore a quella degli studenti, che guadagnavano appena 500 franchi al mese di cui 200 destinati all’affitto della casa, e che non hanno mai il tempo di ascoltare musica. “Come si fa a trovare questo tempo?”. Privi com’erano di qualsiasi conoscenza in proposito, desideravano ascoltare musica contemporanea. Feci loro sentire lavori presi qua e là a tentoni, musica dei Beatles (“un po’ eccitante”), Cathy Barberian (“Bella voce, ma è uno scherzo?”), la Sequenza per tromba di Berio (“Famosa d’accordo, ma non è una esercitazione?”), musica concreta: (“Guarda un po’, sta a vedere cosa ci tocca sentire dopo il lavoro, questa è roba per i borghesi che non hanno mai occasione d’ascoltare i rumori delle fabbriche”). La musica di carattere intellettualistico ha appena sfiorato le loro teste infatti, provocando reazioni ora brutali ora cortesi […].

 

Eppure, perfino da un punto di vista così ben disposto nei confronti della rivoluzione, non si nascose qualche perplessità  nell’osservare cosa stava succedendo al Conservatorio:

 

Opinione generale risultò essere la necessità di interrompere l’attività di tutti gli organismi per poter modificare radicalmente la politica della cultura in Francia; ma indubbiamente è più facile istituire un processo alle istituzioni correnti che realizzare un qualcosa che possa sostituirle! Allorchè gli allievi del Conservatorio di Parigi impedirono a Messiaen di svolgere il suo corso, si ebbe il timore che essi sarebbero caduti in un male peggiore, nell’eventualità che Messiaen avesse rinunciato a tener lezione […]. Se infatti è giusto proclamare “si esegue troppo Gounod, desideriamo ascoltare Xenakis”, è del tutto ingiusto rifiutare in blocco i professori del conservatorio, tenendo presente poi che vi sono tanti studenti stranieri che provengono da tutte le parti del mondo per studiare con Messiaen…

 

 

Il contenutismo è “di destra”, il formalismo è “di sinistra” – La tesi di Leonardo Pinzauti, secondo la quale il regime sovietico – con tutta la sua censura nei confronti delle musiche “formaliste” – seguisse nei fatti un orientamento culturale di estrema destra, può sembrare provocatoria. Ma se andiamo a ricostruire le due tendenze che si opponevano nel dibattito europeo sull’estetica musicale, bisogna riconoscere che questa paradossale affermazione centrava il problema. E’ un libro del 1968 di Giovanni Bianca, Espressionismo e formalismo nella storia dell’estetica musicale, ad esporre esplicitamente la contrapposizione fra un partito “di destra” e uno “di sinistra” a proposito della vecchia questione dell’espressività in musica. Bisogna innanzitutto chiarire che per il Branca “espressionismo” non si riferisce al ben noto movimento artistico, ma è inteso come sinonimo di “contenutismo”: vale a dire, la posizione di chi afferma che la musica esprime contenuti e valori spirituali. Per contro, il “formalismo” indica la teoria che vede la musica come un’affermazione di puri valori formali: vale a dire, “la musica esprime solo se stessa”. Il libro di Bianca ricostruisce tutta la storia di questo dibattito: dalla parte del contenuto vi sarebbero Rousseau, Schumann e il Wagner teorico. Spencer addirittura riteneva che la musica si attuasse per mezzo di un “legame fisiologico tra i sentimenti e i suoni musicali”. Hegel si prestava invece a una doppia lettura: apparentemente contenutista, era stato ampiamente utilizzato anche dai teorici dell’estetica formalistica. Su quest’altro versante vi sarebbero Hanslick, Schopenhauer, Strawinsky, Gisele Brelet e Susan Langer. Alla fine degli anni ’60 era chiaro che la posizione dell’estrema sinistra musicale, quella delle avanguardie postweberniane, era arroccata sulle posizioni del formalismo puro (vale a dire, proprio quell’atteggiamento musicale che nei paesi comunisti era vietato). Su posizioni di “centro-sinistra”, l’autore del libro individuava coloro che cercavano di sbloccare questo assurdo dilemma fra forma e contenuto (Leonard Meyer, Massimo Mila):

 

[…] c’è un punto in cui formalismo ed espressionismo si incontrano ed è quando l’espressionismo afferma che ciò che esprime la musica non si può trovare altrove che nella musica stessa che lo esprime e il formalismo afferma che anche la pura musica ha una sua espressività ma di natura esclusivamente musicale.

 

Una formulazione candidamente rigorosa delle posizioni dell’estrema sinistra estetica, ovvero del formalismo puro, si trova nel saggio di Giampiero Taverna Le bottiglie di Morandi. In questo scritto si sostiene che “l’identificazione dell’arte con la sua tecnica è totale”, e si auspica l’avvento di una critica strutturale che legga le opere musicali “non più attraverso le interpretazioni del loro presunto significato, nelle quali si è più o meno impastoiata la critica tradizionale, ma solo attraverso la determinazione delle loro strutture”. Massimo Mila, nel recensire Le bottiglie di Morandi, obiettava che questo tipo di critica

 

[…] incontrerebbe serie difficoltà nella interpretazione di quasi tutti i fenomeni del canto, da Monteverdi alle Cantate di Bach, dal Tristano e Isotta alla Traviata e al Boris, dove significati e contenuti non sono certo “presunti”. Inoltre si troverebbe fortemente imbarazzata a scoprire la ragione della differenza fra la musica bella e la musica brutta. In termini di mere strutture di suoni la Sinfonia di Cherubini sta in piedi tanto bene quanto l’Eroica, e decisamente meglio che tutte le Sinfonie di Mahler. Vero è che un forte desiderio dell’avanguardia è quello di vincolare la critica a una pura funzione verificatrice dell’operato del compositore, grazie alla quale gli innumerevoli Cherubini post-seriali passerebbero per altrettanti Beethoven. Per contro la vilipesa esigenza espressiva non s’è affatto estinta, nemmeno negli ambienti d’avanguardia; ha soltanto cambiato nome: ora non si dice più “espressione”, si dice “comunicazione”. Questa tutti l’ammettono, tutti la esigono come una condizione imprescindibile dell’opera d’arte. Naturalmente si tratta di comunicare qualche cosa. Perciò, insieme alla verifica delle strutture, che in campo musicale è vecchia come la musica stessa (Riemann!), la critica fa benissimo a continuare a porre l’importuno interrogativo fontenelliano: “Sonate, que me veux-tu?”.

 

Un post che ilblogdelladomenica aveva il dovere di scrivere alle 22:18 commenti

domenica, settembre 12, 2004

 

LA DOMENICA DELL’M-BLOG

 

 

Non c’è tregua per il polverone mediatico, e questa volta gli m-blogs hanno fatto il colpo grosso: un articolo su Rolling Stone. E il titolo, The music blog boom, non lascia spazio a molti equivoci. Inoltre: BetterPropaganda questa settimana dedica la rubrica al valoroso m-blog collettivo MusicForRobots. Ancora: BBC Collective fa una panoramica sul download gratuito e legale di mp3, e fra gli altri cita l’m-blog FatPlanet. Gli m-blogs sono ormai la chiacchiera del momento e … ehi! Che veggo? Ferma le macchine! Il primo articolo in Italia dedicato agli m-blogs! Complimenti ai ragazzi di Kakataweb, sempre sulla notizia. Dopo avere strabuzzato a dovere gli occhi, noto però (con personale e spocchiosissima soddisfazione) che poco o nulla aggiunge a quanto già si sapeva da un buon paio di mesi. Certo, trattasi pur sempre della cosca di Repubblica; inevitabile, quindi, doversi sorbire espressioni liricheggianti del tipo: “[…] gruppi ignorati dai media che meriterebbero miglior sorte, perle live e vinili di rara bellezza custoditi in chissà quali scaffali consumati dal tempo”. Ogni occasione è buona, per illuminarsi d’immenso. Impagabile poi il titolo: Mp3 Blog, il P2P ritrova l’anima. Magari poi ci spiegate cosa c’entra il P2P, grazie.

 

E in attesa che il giornalame italico riesca a sputtanare anche l’m-blog revolution, godiamocela finchè dura. Che ne dite di un vinile di rara bellezza? O di una perla live? O di un gruppo ignorato dai media che meriterebbe miglior sorte? O di una band scoperta una settimana fa che nel frattempo è diventata famosissima e ha già rotto i maroni? Un attimo di pazienza, ce n’è per tutti. Pare fra l’altro che la stessa espressione “m-blog”, che avevo iniziato a usare un po’ di tempo fa, si stia sempre più affermando in alternativa a quella ufficiale – ma meno snella, a mio avviso – di “mp3blog”. Speriamo continui così… Intanto però bisogna puntualizzare una cosa; va bene le perle live, i vinili di rara bellezza eccetera eccetera, ma non dimentichiamo il vero scopo dell’esistenza degli m-blogs: le minchiate. E’ anche per questo che ci piacciono, no? Ad esempio, ecco qui un fantastico scoop: il presidente-di-guerra-comandante-in-capo che intepreta Sunday bloody sunday. (via).

 

Ascolta Sunday bloody sunday (U2 cover) di George W. Bush.

 

 

 

E alla fine arrivò anche lo spaghetti m-blog. Anzi, sono già due: TheSadPandas e M-Gecco. I SadPandas - che poi altro non sono che i ben noti colas & gomitolo - esistono da soli due giorni, ma sono partiti a razzo. Offrono link diretti ad mp3 esterni, commentandoli in breve con stile brillante; l’unica cosa che mi lascia un po’ dubbioso è il fatto che non rivelano le fonti delle loro scoperte (a parte un caso in cui citano Stereogum), come vorrebbe l’m-galateo. M-Gecco invece è più discorsivo, e rappresenta – mi pare – un lato più giocherellone e a caccia di stramberie (il famigerato Gianni Drudi, ad esempio). Ad ogni modo, l’m-invasione è ormai iniziata: si salvi chi può!

 

Ascolta List of demands (reparations) di