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Contro Castaldo. Senza se e senza ma
ALTRO CHE DANTE ALIGHIERI
Enrico Sisti ha deciso finalmente di smettere gli inutili panni del critico musicale, per lasciare libero sfogo al suo incontenibile effluvio lirico. Il corsivo dedicato venerdì (su Repubblica) al nuovo disco di Bjork ha un titolo che svela subito la sua ispirazione: E uscimmo a riveder le stelle. La fantasia sistiana è sconfinata, al punto da dichiarare che Medulla “praticamente è vuoto. Dobbiamo riempirlo noi”. E lui infatti lo riempie con la sua poesia, che va oltre alcuni stupidi dettagli terreni come ad esempio l’ascolto dell’album. Niente è impossibile: e perché no, allora, Bjork si può ritrovare anche paragonata all’ultimo Pino Daniele “che cita Gesualdo da Venosa”.
Enrico Sisti invece si rapporta direttamente con Dante (fra giganti ci si intende). E sente “voci sommesse, come venissero dagli inferi, ai limiti del respiro affannoso”. Sente un lamento “che sembra quello di un’anima che chiede di essere salvata prima della condanna eterna”. Con l’imposizione delle mani, scopre che “Medùlla è un cd senza sangue: solo midollo”.
E dopo avere rivendicato la sua lontananza “dal rock, dal business” - svelando en passant che le due cose coincidono - ammonisce: “dimenticate le regole prima di entrare” (lasciate ogni speranza…). E, terminato il viaggio nella selva oscura, ascende infine al cielo:
sono canzoni impossibili, quelle di Medùlla, ma (Desired constellation) vi faranno vedere le stelle.
LA DOMENICA DELL’M-BLOG
Se cercate il responsabile dei ritmi vocali pazzerelli del nuovo album di Bjork – che sia per adorarlo, per conoscerlo meglio o per prenderlo a schiaffi – lo trovate qui. Questo saltimbanco del beatbox è un giapponese di nome Dokaka, e le sue musiche fanno sfoggio di bizzarrie virtuosistiche spesso inascoltabili - anche se tecnicamente non prive di interesse. Il sito offre una quantità enorme di brani scaricabili gratuitamente, anche perché tanto non li comprerebbe nessuno; occorre però registrarsi. Su FatPlanet invece (post del 22 agosto, no permalink) si trova l’mp3 di Rolling head three, forse il meno traumatizzante dei suoi brani.
E poi
Comincio a chiedermi se il 2004 non finisca per essere l’anno della musica a cappella: Bjork a parte, sembra che questo modo di fare musica venga tirato in ballo sempre più spesso. Ad esempio su Stereogum si può ascoltare un’anticipazione dal - si dice - attesissimo Smile, l’album di Mr. Brian Wilson. La traccia è battezzata Heroes & villains 2004 (ma non ho capito se questo è il titolo ufficiale): un’allegra suite con molti schiamazzi, rumori bucolici, honky-tonky piano, nonché – appunto – coretti a cappella.
E poi
Fluxblog ha una novità dei Pixies, che farà parte di un album di tributo a Warren Zevon. Il titolo del pezzo è Ain’t that pretty at all: nomen omen.
E poi
Secondo TeachingTheIndieKids, i Green Day nel loro nuovo disco (dal quale fa ascoltare Letterbomb) ritrovano la brillante spontaneità di Basket case. Secondo il bdd, non basta suonare in modo beota per essere spontanei. In musica la sensazione di naturalezza - che è poi sempre il risultato di un sapiente artificio - dipende dal rapporto che si instaura tra forma (il sound, diciamo) e contenuto (la struttura musicale, ovvero ciò che si potrebbe tradurre in uno spartito). Letterbomb riesce ad essere perfettamente nulla sotto entrambi gli aspetti, e il rapporto fra due zeri non è un granchè.
E poi
Molto meglio Graham Smith, del quale qui si può ascoltare l’intero album Kleenex girl wonder. Il fatto che sia stato segnalato da Eraclito, il filosofo della bassa fedeltà, non è un caso: quando uno usa la cornetta (non quella del telefono, ma della doccia) al posto del microfono, i risultati sono questi. Si viene così a costituire un interessante equilibrio precario fra la semplicità melodica, a volte ingenua e ridondante, e l’arrangiamento cacofonico. L’una attira, l’altra respinge, entrambe sono eccessive. Il mio pezzo preferito è The heat.
E poi
3Hive, mentre attende un prossimo album dei Postal Service, si consola ascoltando i Figurine - e li fa ascoltare anche a noi. Lo stile di Impossible è praticamente la somma di canto indie ed elettronica buffa; due addendi che provengono da mondi diversi, anche se in qualche modo si somigliano: entrambi negano ostentatamente la raffinatezza e la perfezione tecnica, ed entrambi però sono musicalmente corretti (cioè piacciono agli espertoni di musica). Nel caso dei Figurine, comunque, il canto indie e l’elettronica buffa non hanno alcuna intenzione di amalgamarsi: si sovrappongono e procedono di pari passo, ma sempre su binari paralleli; emerge così una personalità musicale dissociata fra spensieratezza e sbattimento. Forse si potrebbe ipotizzare anche una interpretazione psicanalitica, in cui l’elettronica buffa rappresente l’infanzia e il canto indie rappresenta l’adolescenza. Ma forse questa ipotesi sarebbe una cazzata.
E poi
Martina Topley-Bird era stata la voce (e che voce) femminile dei primi dischi di Tricky. Mi è capitato poi di sentire qualche sua cosa da solista, in cui appariva irriconoscibile e sbiadita alla ricerca di un successo radiofonico che comunque non è arrivato. Adesso si risente in un brano intitolato Into the sun, che a dispetto del titolo non ha nulla di solare: è un lungo recitativo trippeggiante in cui il suo canto dolcissimo si muove nella solitudine di uno spettro sonoro semivuoto. Ci sono solo tre elementi a fare da accompagnamento: la drum machine, una sorta di flauto modificato e suoni campionati che svolgono più o meno la funzione degli archi. Il ritmo è nervoso, la sua regolarità viene continuamente messa a repentaglio, ed evita così di cadere nella trappola dell’ipnotismo. L’armonia è statica mentre la melodia è cangiante, caratterizzata da poche cadenze ricorrenti che punteggiano un flusso libero. L’autore di Into the sun si chiama Diplo e il suo disco è uscito questa settimana; questo e un altro pezzo si possono ascoltare su MusicForRobots, che lo paragona questo musicista a Rjd2 e addirittura a Dj Shadow. E infatti, Diplo ha fatto un megamix di musiche di rjd2 che si può scaricare qui.
E poi
Fra i miei buoni propositi di questa settimana avevo messo quello di capire che cos’abbiano di speciale, o almeno di buono, i Modest Mouse; ma devo dire che l’ascolto di questo e di quest’altro concerto (segnalati da LargeheartedBoy) aiuta poco. La prima performance inizia con Styrofoam boots, in cui il cantante sembra essersi appena svegliato. Poi la band lo raggiunge e per un tempo eterno cazzeggia su una combinazione I minore – III maggiore, alla quale viene dato anche un titolo (It’s all nice on ice, alright) e quindi si suppone sia una canzone. Il cantante si compiace di stonare tutto lo stonabile - va bè che fa indie, ma a tutto c’è un limite – mentre abbozza quello che deve essersi inventato lì sul momento; e da parte loro, i suonatori stanno bene attenti ad evitare qualsiasi cosa possa prendere la forma di un’idea musicale. Roba che neanche John Cage. Se a una festa del liceo un gruppo cercasse di propinare una genialata del genere, il tecnico gli spegnerebbe il mixer dopo un minuto e i felloni verrebbero portati via di peso. Qui invece il pubblico è in delirio: il contesto è tutto, evidentemente. Dramamine si presenta come un minuetto soave, prima che il cantante – nell’evidente tentativo di farsi venire una faringite - lo curvi verso una cupa litania: ottima trovata, peccato che non ve ne siano altre da qui alla fine del brano (che peraltro è di una durata estenuante). 3rd planet invece non sarebbe malaccio come canzoncina pop, talmente pop che il ritornello è sovrapponibile a solochepensavoquantoèinutilefarneticare. Ma è cantilenante e lagnosa, oltre ad essere resa sgraziata da sezioni cucite ad minchiam, ognuna delle quali non c’entra un cavolo con la precendente. I MM vanno avanti per monosillabi musicali, invece di costruire delle frasi complete: manca il senso del ritmo, quella spinta in avanti che rende ogni suono necessario.
E poi
The Twilight Sisters hanno in uscita un album di cover: su due m-blogs intanto si possono ascoltare Real love di Mary J. Blige e Hyperballad di Bjork. A questo punto voglio sentire Greg Dulli che canta Crazy in love.
E poi
Konono no.1 è un gruppo di ragazzi congolesi che anni fa hanno lasciato la foresta per andare nella capitale Kinshasa; qui si sono messi a fare un genere di musica elettronica che dalle loro parti viene chiamato “tradi-modern”. Sul loro sito si trova un demo made in Kinshasa; molto breve, ma sufficiente a suggerire un’idea di modernità estranea alla globalizzazione culturale. Nella musica africana accade spesso che il ritmo e la melodia non siano concepiti come variabili separate da addizionare, bensì come elementi che si compenetrano: al punto da non poter distinguere dove finisce la melodia e comincia il ritmo, e viceversa. La melodia è anche ritmo, perché la sequenza con la quale le note vengono ripetute è il risultato di un’organizzazione temporale (e quindi un ritmo); il ritmo è anche melodia, perché i suoni che lo scandiscono hanno ognuno una propria altezza, e dunque la loro successione è anche una successione di altezze (e quindi una melodia). Questo articolo dell’Economist descrive in modo approfondito tutta la scena musicale del Congo (via).
E poi
DoneWaiting raccoglie un’interessante pippa mentale di TrisMcCall:
If the Internet is supposed to be so big, so multifaceted, and so ungoverned, why do all the music review sites now look the same? More disturbingly, why do they all have the same opinions?
It's because fashion is a more demanding master than any editor could ever be. When you read Pitchfork (which you really shouldn't), you can practically hear the footsteps of generally-accepted indie opinion hounding the writers.
L’immagine descrive bene la violenza psicologica che agisce quando qualcuno assume una posizione egemonica. Ma io non credo che Pitchfork non debba essere letta. Se non la si legge, infatti, come si fa a mettere in discussione il suo ruolo di indie-vangelo?
E poi
Byron Bitchlaces fa un lungo post per spiegare quanto sia schifoso il mondo della moda. E quanto sia splendido l’album di Dizzee Rascal, dal quale fa sentire Learn.
E poi
Questa settimana ho contato una decina di “nuovi Strokes” che si aggirano negli m-blogs. Fra essi ci sono i Bravery: si dice che Fearless li renderà famosi per sei o forse anche sette minuti (ascoltala su Scenestars, oppure non ascoltarla che è lo stesso). Ah, dimenticavo che non si può dire la parola “strokes” senza citare un gossip. Rimedio subito: è stato scoperto “il weblog segreto della fidanzata segreta di Julian Casablancas”. Che ha chiuso subito dopo, ahinoi.
E poi
La scorsa settimana avevo parlato di Music lovers dei Destroyer; ora SaidTheGramophone ha un loro brano dal vivo, intitolato Notorious lightning. Nello stesso post viene linkata una tavola rotonda sugli m-blogs, datata 30 aprile: è intitolata Blog Jockeys, e infatti è dedicata soprattutto alle analogie e alle differenze tra l’m-blogger e il dj.
E poi
Per finire, aggiornamento inevitabile sul polverone mediatico in corso: questa settimana si è parlato di m-blogs su NPR (via), in un’intervista a Xeni Jardin riguardante questo nuovo modo di diffondere musica. Come esempio viene citato Fluxblog. Intanto Indiepages.com intervista HeraclitusSayz, l’m-blog dedicato al lo-fi.
“SMETTO QUANDO VOGLIO”
Una volta, tanto tempo fa, l’iPod era cool. Ora Stereogum nota che il vento è cambiato, e pare che stia diventando sempre più cool smettere di usarlo. Lo dimostrerebbero questi tre articoli: su Newsweek (e guarda caso c’è una pubblicità del sony vaio bene in vista), sul New York Observer e sul New York Times. Il motivo dello scontento è che molti non sopportano più le playlist; secondo alcuni, la playlist implica una sorta di gioco al rialzo emotivo, tendendo a delle serie ininterrotte di pezzi – diciamo così – “forti”. Questo cambierebbe il rapporto con la musica, rispetto all’ascoltare un album intero che normalmente alterna momenti importanti ad altri più trascurabili: la playlist, secondo questo ragionamento, finisce per sottoporre l’ascoltatore a sequenze continue di musica ad alta intensità emotiva. In pratica sarebbe una sorta di droga auricolare, che come tale crea dipendenza: ed è così che alla fine l’iJunkie, quando non ce la fa più, decide di smettere.
POLITAINMENT
Chi legge Repubblica si sarà accorto che il nome più citato nelle pagine degli spettacoli non è quello di un attore o di un cantante, bensì quello di J.W.Bush. Ovviamente non si tratta di un caso: è l’esempio di un fenomeno sempre più diffuso che potrebbe chiamarsi politainment. Se l’infotainment è il modello di comunicazione che mischia l’informazione e l’intrattenimento, il politainment mischia invece l’intrattenimento con l’esplicito impegno politico.
Nella campagna elettorale in corso negli Usa, il politainment sta giocando un ruolo importante, che viene analizzato in questo articolo del Philadelphia Inquirer. Secondo me il politainment è un atteggiamento rischioso, oltre che mistificatorio: anche se in questo momento a prevalere è la parte anti-Bush, infatti, niente impedirebbe a chi detiene il potere economico (e il controllo dei media) di rivolgerlo a proprio vantaggio, nell’eventualità in cui questo fattore fosse considerato decisivo.
ANCHE L’ASCOLTATORE HA I SUOI DIRITTI / 2
Il diritto di saltare le tracce. All’interno dei dischi spesso ci sono brani che diventano col tempo un vero e proprio supplizio. L’ascoltatore non deve affatto sentirsi obbligato a sciropparseli tutte le volte: saltandoli, risparmierà tempo e potrà ascoltarsi più spesso quelli che gli piacciono davvero.
MILITANTI E SENTINELLE
Andrea Della Corte – Qualche domenica fa, parlando della critica musicale italiana negli anni ’60, avevo detto che si poteva dividere in due grandi filoni: quello dei “militanti” e quello delle “sentinelle”. Il critico militante è quello che si sente impegnato in una battaglia culturale (quando non anche politica) di parte, e tutta la sua attività è rivolta a fare in modo che la propria parte prevalga. Il critico sentinella è invece quello che cerca di ritagliarsi una funzione per così dire di arbitro, senza scelte preconcette; il che, in musica, equivale a rispettare le diverse tendenze artistiche e giudicare la validità dei musicisti e delle opere caso per caso, e non in base alla loro appartenenza.
E’ piuttosto naturale che chi aderiva alla filosofia marxista fosse portato a questa militanza, in quanto l’essenza stessa di questo pensiero (filtrato in Italia dalla sua lettura gramsciana) si fondava sulla conquista dell’egemonia culturale da parte degli intellettuali della classe operaia, che avrebbe preparato e favorito la conquista dell’egemonia economica e politica. Il critico musicale marxista è dunque, sempre, un critico militante.
Ma la militanza, in campo musicale, può essere evidentemente da una parte o dall’altra dello schieramento che negli anni ’60 vedeva contrapporsi progressisti e conservatori: con i progressisti (la sinistra musicale) che avevano come punto di riferimento Webern e la musica d’avanguardia, e i conservatori (la destra musicale) che invece guardavano alla musica della tradizione classica o al neoclassicismo di Strawinsky.
Nel caso della critica marxista, la scelta fu prevalentemente quella della sinistra musicale. Ma non è che la destra musicale non avesse i suoi militanti; di alcuni di essi mi sono già occupato, oggi parlerò di Andrea Della Corte. E in particolare del ricordo che Massimo Mila scrisse per lui in occasione della morte avvenuta nel febbraio 1968.
Teniamo presente che sia il vecchio Della Corte e il giovane Mila erano entrambi crociani, ma – mentre Della Corte era un militante della destra musicale – Mila era una sentinella, ovvero un eclettico aperto a tutte le tendenze musicali antiche e moderne. E colpisce subito come Mila rifiuti di considerare Della Corte un passatista o un conservatore; al contrario, enfatizza il ruolo di rinnovamento svolto da Della Corte in gioverntù:
[…] Aveva dovuto vincere la sordità di un’epoca in cui musicologia e critica musicale erano le cenerentole della cultura italiana. L’insegnamento di storia della musica nei Conservatori si riduceva al pettegolezzo aneddotico della biografia oppure ad una catechistica elencazione di generi musicali artificiosamente suddivisi.
La cultura musicale italiana, ai tempi in cui Della Corte muoveva i primi passi, era “ancorata al pensiero positivistico ottocentesco il cui predominio cominciava a vacillare, battuto in breccia dall’espansione dell’idealismo”. In questa situazione, Della Corte non si comportò certo come conservatore; diede il suo contributo all’affermazione dell’idealismo in campo musicale. La sua generazione ha dovuto muoversi fra grandi limitazioni, in una condizione pionieristica. L’opera di Della Corte, secondo Mila, è stata dunque
[…] l’opera di un progressivo innovatore e svecchiatore di costumi incalliti nella cerchia di anguste limitazioni. Sbaglierebbe chi […] lo volesse catalogare sotto un’esclusiva etichetta di passatista o di conservatore.
Queste etichette, sembra sottintendere Mila, sono molto relative, e riguardano in gran parte il contesto nel quale ci si ritrova ad operare. Della Corte fu per tutta la vita fedele all’idealismo, e questo fece di lui prima un progressista e in seguito un conservatore (dalla Liberazione in poi, le nuove generazioni si rivoltarono contro Croce e guardarono a Gramsci). Ma l’aspetto fondamentale della questione è il fatto che proprio questo nuovo clima culturale e musicale, avversato da Della Corte, era stato reso possibile proprio dalla tenace opera di rinnovamento svolta da lui e da quelli che lo ebbero come maestro:
[…] quell’arte moderna e quel costume contemporaneo, che egli ebbe spesso lealmente a contestare, ma senza partito preso, e non rifiutando di farli oggetto di seria considerazione, egli aveva contribuito, volente o nolente, a prepararne l’avvento.
Mila conclude ricorrendo ad alcuni esempi indubbiamente efficaci:
Se oggi non c’è più posto in Italia per il virtuoso che si esibisce in una sfilza di pezzettini acrobatici e brillanti, […] ciò si deve all’educazione del gusto iniziata da Della Corte e proseguita da critici come lui. Se al concerto non è più tollerato il grande violinista che si fa accompagnare da un pianista di terz’ordine raccattato in giornata sulla piazza, ciò è dovuto alla paziente e tenace opera di Dalla Corte e di critici come lui. Se l’opera in musica comincia ad essere sentita come un coerente organismo drammatico, e non come una collana d’arie famose, alla fine delle quali il pubblico abbia a sbottare in frenetiche acclamazioni da arena per festeggiare un acuto particolarmente belluino o una corona arbitrariamente prolungata, ciò si deve alla persuasiva predicazione di Della Corte.
Mila in questo modo rivendica orgogliosamente l’opera non solo di Della Corte, ma anche, implicitamente, quella di tutto il gruppo di critici musicali (fra i quali lui stesso) che lavorarono nei difficili anni del fascismo sulle pagine della Rivista Musicale Italiana - della quale il Della Corte era stato fra i fondatori. Negli anni ’60 questa tendenza era ormai caduta in disgrazia, in parte per un suo naturale esaurimento, in parte perché soffocata dalla baldanza egemonica della sinistra musicale.
LA POSTA DELLA DOMENICA
In questi giorni ci sono stati dei commenti veramente belli, di certo più interessanti dei post che li hanno stimolati. Vorrei dunque provare a fare un riepilogo delle discussioni in corso (d’accordo, tecnicamente non è “la posta della domenica” ma “i commenti della domenica”, però così suona meglio).
E cominciamo ovviamente dal polverone mediatico sugli m-blogs. Il commento di Ffwd tocca principalmente due aspetti: 1) come mai non esistono m-blogs in Italia; 2) quali sono le capacità degli m-blogs come veicolo promozionale.
1) Ffwd pone l’accento sulle difficoltà tecniche: l’m-blogging implica l’upload di musica con frequenza giornaliera, ma i fornitori italiani funzionano male e rendono questa operazione assai problematica (quando poi non la impediscono di proposito, per evitare grane legali). Ma oltre a questo aspetto - che certamente ha una sua importanza - io mi chiedo se e quanto questa forma di blog sia effettivamente conosciuta da noi, e se qualcuno ne senta il bisogno. Perché tendo a pensare che, nel momento in cui ci fosse una domanda diffusa, si troverebbe anche il modo di superare questi problemi.
2) Per quanto gli m-blogs non abbiano attualmente un pubblico molto vasto, ffwd sottolinea che “l'audience per il momento ristretta è inserita in una rete mondiale, scrive nel proprio blog, in webzine, talvolta persino in riviste, mette dischi in radio e in genere ‘conosce gente’”. Io concluderei che quello degli m-blogs è una sorta di “canale promozionale indiretto”: magari non influisce sulle vendite con la stessa immediatezza di una pagina pubblicitaria, di una recensione su Repubblica o di un passaggio su Mtv; ma fa in modo che la musica venga ascoltata e che se ne parli. Almeno, questa è la sua potenzialità.
Se ffwd si concentra sulle questioni teoriche, piccolavox commenta invece l’oggetto stesso, ovvero la musica che si ascolta sugli m-blogs. E lo fa con la giusta severità: i Radio 4 sono “di una banalità impressionante”, la cosiddetta glamtronica tedesca è “da dimenticare ancor prima di averla ascoltata”, mentre il nuovo dei Karate dimostra che l’indie rock è perduto per sempre. Va bè, sul “per sempre” sospendo il giudizio, ma è certo che questa attitudine musicale sembra sempre più bollita.
Piccolavox trova anche il coraggio di ascoltare l’agghiacciante brano di Jeansy, ovvero L’angolo del tamarro di domenica scorsa. Definisce Jeansy “la cugina stracciona e racchia di Britney Spears, alla quale sembra ispirarsi anche tramite un vago plagio delle linee melodiche”. Inoltre piccolavox precisa che gli orripilanti effetti ai quali è sottoposta la voce di Jeansy non sono opera del vocoder, ma del leggendario autotune: ovvero il raddrizza-voce che i produttori usano con i cantanti stonati. Evidentemente Jeansy andava talmente fuori che è servita la mano pesante.
Veniamo al post sul diritto di annoiarsi. Il commento del mucoselvaggio coglie l’occasione per infierire sul “livello di attenzione medio nell' ascoltatore odierno” (o tempora, o mores). E ovviamente sono d’accordo, anche sul fatto che il livello di attenzione si ripercuote sulla (anzi, coincide con la) fruizione: evidentemente l’ascolto distratto coglie soltanto gli elementi diciamo “istantanei” della musica - ovvero quelli legati al sound, per intenderci. Potremmo dire che poi c’è un tipo di ascolto “a pezzi”: ne sento un po’, intanto però tengo l’occhio sulla finale dei 400m a farfalla, poi vado a rispondere al telefono, poi l’ascolto di nuovo per qualche secondo eccetera. Questo ascolto secondo me permette di cogliere tutt’al più il senso di brevi periodi musicali, ma non la musica nel suo insieme.
Detto questo, ovvero chiarite le responsabilità dell’ascoltatore, ribadisco che in molti casi questo senso di insieme non c’è affatto. Come dice piccolavox, “la maggior parte della musica commerciale è scritta in modo da permetterti di lavare i piatti mentre la ascolti, e non puoi lavarli bene se l'ascolto della musica è totalizzante”. E’ la musica stessa dunque ad essere confezionata in modo da non poter essere ascoltata con attenzione dall’inizio alla fine. Proprio per andare incontro all’ascolto “a pezzi”, quindi, musici e produttori fanno in modo di evitare un discorso compiuto - e ci si accontenta di definire un sound originale ed efficace, che “buchi”, e mettere in fila tanti piccoli frammentini di questo sound. Ma quando la musica è concepita in questo modo, l’ascoltatore ha tutto il diritto di annoiarsi. E di distrarsi.
LA DOMENICA DELL’M-BLOG Il polverone mediatico continua: questa settimana è stato addirittura il New York Times a dedicare un articolo agli ultimi sviluppi che riguardano gli m-blogs. E in particolare al fatto che la Warner Bros, gigante della discografia mondiale, sta cercando di sfruttarne le potenzialità promozionali. La Warner ha chiesto infatti ad alcuni m-blogs, fra cui MusicForRobots, di dedicare un post (con relativa musica) ai Secret Machines - un gruppo che la casa discografica sta cercando di pubblicizzare in maniera, diciamo, creativa. L’aspetto un po’ inquietante della vicenda è che la promozione potrebbe avvenire – anzi avviene già - anche in maniera meno trasparente di così. Ad esempio, sarebbe estremamente facile per qualche dipendente della major “infiltrarsi” in un m-blog e lasciare commenti entusiastici sul gruppo che si vuole pubblicizzare. Se attuata sistematicamente, questa strategia finirebbe ovviamente per inquinare la spontaneità dell’m-blogging: e pare che qualcuno della Warner abbia tentato proprio questo giochetto del commento anonimo, ma per fortuna sono stati subito sgamati. Gran figura di merda per la Warner e dimostrazione che gli m-bloggers non sono così fessi come i discografici credono. Comunque, questo passo falso non cambia i termini di fondo. C’è un motivo molto semplice per cui gli m-blogs possono essere un terreno di conquista assai appetibile per l’industria: in un’epoca in cui entrare nelle playlist radiofoniche è diventata un’impresa ormai miracolosa, gli m-blogs offrono la cosa più importante che un gruppo sconosciuto possa desiderare. Lo fanno ascoltare. Nell’articolo del NYT, gli m-blogs vengono definiti “personal Web sites that offer music criticism right next to the actual music, in the form of downloadable MP3 files”. Per il resto, manco a dirlo, si parla di come gli m-blogs vivano in una zona grigia della legalità eccetera eccetera. Ad ogni modo, mi chiedo: come mai leggendo il NYT si trovano i fenomeni che davvero possono cambiare la faccia dell’industria discografica, e leggendo Repubblica ci becchiamo le marchette a Radio Deejay e le teorie velleitarie di Frankie Hi Nrg sull’uso responsabile e “misurato” del filesharing? Che abbiamo fatto di male? E poi Anche Reuters si occupa di m-blogs, e soprattutto del loro rapporto ambivalente con l’industria discografica: sempre in bilico tra complicità e ostilità. Ma gli m-bloggers stanno in guardia, e TheTofuHut (quello che fa le compilations a puntate) fa a pezzi l’articolo elencandone tutte le inesattezze. E poi Lo stesso John di TheTofuHut ha aperto una rubrica su Better Propaganda, dedicata proprio a recensire gli m-blogs. Ne approfitta per fare il punto sulla musicblog revolution: gli m-blogs attivi nel mondo, attualmente, sono circa 300 (all’inizio di quest’anno non arrivavano a dieci). Inoltre fornisce un primo tentativo di classificazione teorica degli m-blogs, basata su quattro parametri: type (individual, group, corporate o aggregator), format (mp3, ogg, zip o altro), update frequency (frequenza di aggiornamento) e ease of use (facilità per l’utente di trovare la musica presente nell’m-blog). E poi Curioso che dei suddetti 300 e passa m-bloggers nemmeno uno sia italiano. FFWD però li conosce bene: qui racconta dell’indie-spamming subìto da EnthusiasticButMediocre, mentre qui cita Fluxblog a proposito degli Junior Boys. E poi Anche sul portoghese BS Report si parla di m-blogs, e di come sia “cool” stare in una grey area. Ma più che altro mi piace la citazione finale da Victor Hugo: “Music expresses that which cannot be said and on which it is impossible to be silent”. Pochi giorni dopo, la stessa Brenda Stardom racconta esaltatissima uno scaricamento minuto per minuto. Può sembrare esagerata, visto che per di più dice di essere una vecchia volpe del filesharing; e però è vero che gli m-blogs restituiscono a molti il gusto della scoperta, e hanno in sé qualcosa di pionieristico che va al di là degli mp3 che offrono (e che volendo si possono trovare anche altrove): forse perché suggeriscono una gioiosa sensazione di anarchia rispetto ai media musicali gerarchizzati. E poi 50quid nota ironicamente che la la CNN ha scoperto la musica digitale, con uno speciale dedicato alla online music revolution. Come dire: meglio tardi che mai. In particolare c’è un articolo sul web come arma promozionale per gli artisti meno conosciuti (con un piccolo accenno anche ai blogs). E poi Da più parti si fa il nome dei Radio4, che a settembre usciranno con un nuovo album e saranno anche a Bologna per gli Independent Days. Comunque, a giudicare dal singolo Party crashers (ascoltalo qui), possiamo anche non essere troppo ansiosi: il brano è di grande impatto, ma anche di grande banalità, e i suoi 5 minuti pieni sono davvero troppi per quello che offre. Inoltre non si capisce bene se si tratti di dance mascherata da punk grazie alla sguaiatezza vocale, o se sia punk talmente arruffianato e ripulito da non suggerire più nessuna urgenza e nessuna energia: e il party promesso finisce tra gli sbadigli. Qui si può ascoltare un altro brano, Tranmission, che mi pare più riuscito. E poi Oramai, Medulla di Bjork si può ascoltare dappertutto. Sul sito ufficiale è disponibile in streaming (per chi ha la connessione veloce e il flash music player). Sugli m-blogs si possono invece trovare alcuni mp3: Sixeyes ad esempio ha la traccia numero 8, Desired constellation. Si tratta di una canzone musicalmente molto statica, e questo farebbe pensare a un bilanciamento stilistico fra i diversi brani dell’album (altri, come The pleasure is all mine, sono al contrario ipertrofici). Questo sembra dunque un momento contemplativo (direi quasi un recitativo) in cui tutta l’attenzione è posta sul potere di evocazione delle parole: Bjork canta qualcosa del tipo “getto le stelle come dadi sul tavolo, finchè non appare la costellazione desiderata”. Un’altra anteprima da Medulla è Who is it, che sembra il meno interessante fra i brani ascoltati finora. E’ giallo invece su Where is the line: da dove sbuca? Fa parte dell’album? E’ uno scarto? E’ un fintomodigliani? Io lo ignoro. Comunque entrambi i pezzi si trovano qui (Where is the line è il file nominato Untitled: altra stranezza). E poi Su MusicForRobots c’è Way too good dei Figurine. E’ curioso il contrasto fra la base elettronica, euforica e vagamente demenziale, e la voce mogia e sfigata che canta “you’re way too good for me”. Per il resto si tratta di un divertimento con poche pretese: la melodia è di corto respiro, mentre gli squizzi di synth e le stucchevoli rullate di batteria suggeriscono un’atmosfera quasi da videogioco. Sullo stesso m-blog si trova Don’t get your hopes up dei Dntel, e avete tre motivi per scaricarlo seduta stante: primo, perchè su M4R i pezzi sono disponibili per poco tempo; secondo, perché difficilmente lo troverete altrove; terzo, perché piace al bdd. E poi Sul sito di Le Tigre si può scaricare New kicks, un’anticipazione dal prossimo album This island in uscita a ottobre. A proposito di questo brano però qualcuno esprime perplessità: viene infatti definito “una canzone di protesta senza messaggio”, che è un po’ come dire “una canzone di protesta senza protesta”. Il rischio, secondo me, è quello di un feticismo della protesta, in cui la protesta viene adorata come un totem, un valore fine a se stesso, con il risultato di nascondere sotto la vernice dell’impegno il proprio muro di qualunquismo. La questione, ovviamente, va al di là di questa particolare canzone. Piuttosto viene da chiedersi: è questo l’unico modo di fare musica politicamente impegnata? E più ancora, è possibile fare musica politicamente impegnata nel 2004? E poi Glamtronica. Questa l’etichetta con la quale si definisce la musica del dj-blogger Philip Sherburne (segnalato anche da Metafilter): si tratterebbe di techno-elettronica-minimale-tedesca (che?) con tempi atipici tipo 5/4 e 11/8. In tedesco ci si riferisce alla musica di questa risma anche con il termine shaffel (cioè shuffle), per via di quei ritmi in parte casuali – ma si tratta ovviamente di alea controllata - che possono ricordare il jazz. Secondo questo articolo, lo shaffel starebbe addirittura “resuscitando la techno”. Volete sentire? Ecco qui un megamix live appunto di Philip Sherburne (occhio, però: sono 92 mega). E poi Tramite MysteryAndMysery ho scoperto Destroyer. E ne sono ben contento, perchè Music lovers è forse la cosa più sorprendente che abbia ascoltato questa settimana. Il sound è caratterizzato dalla mescolanza di strumenti professionali e dilettanteschi, a volte giustapposti; a fare da collante è la voce, che ha una forte personalità e conferisce al brano immediata autorevolezza. La struttura musicale sviluppa coerentemente le premesse contenute già nelle prime note. Debole però il finale, in cui la ridondanza di materiale già di per sé molto semplice è talmente ostentata da sembrare ironica. Su MAM si possono scaricare, oltre a questo, altri tre brani (decisamente più strambi); qui invece si può leggere un’intervista (via). E poi Ci sono due o tre m-blogs sui quali non si parla dei Rilo Kiley. Mi sto sforzando di capire a cosa si debba tutto questo interessamento; ma dopo avere sentito Does he love you e qualcos’altro, posso solo ipotizzare che si tratti di un colpo di fulmine collettivo per la cantante Jenny Lewis. E poi Quegli sbarbatelli dei Libertines sfiorano il botto in classifica con il singolo Can’t stand me now, anche se fra i brani dell’album mi sembra più brillante Last post on the bugle. Non mi piace invece quella certa attitudine metamusicale che emerge fin dalle prime note del disco, manifestandosi nella forma di gioco con alcuni stereotipi del rock e del blues che si mantengono astratti e non integrati con il resto. Più che un’idea estetica perseguita con coerenza, in effetti, sembra trattarsi di una tentazione cazzona che affiora qua e là un po’ a casaccio; e questa mancanza di continuità e convinzione le toglie efficacia. Per chi vuole, su questo m-blog si trova materiale meno conosciuto del gruppo. E poi Come musica della domenica oggi segnalo i Minus Story, che si possono ascoltare sul solito MysteryAndMysery. Di loro si parla anche qui. E poi Un nuovo disco dei Karate, Pockets, è in arrivo. Su MusicForRobots si può ascoltare Cacophony, che viene presentata così: Karate built its career on tension. Every time you thought Geoff Farina was going to hit you with a soaring chorus you get derailed by a minor chord and the song would fly off into a long train of jazz riffs. That's still present on Pockets, but songs like Cacophony let him linger in major chord territory a little bit longer, finally releasing some of that tension. E poi Meravigliosamente inattuali (dubito che vadano agli Independent Days) sono gli Hookers Green no.1, che suscitano l’entusiasmo di TeachingTheIndieKids e non solo il suo. La copiosa fioritura di strumenti e di effetti denota un carattere barocco, il modo di cantare denota un’indolenza indie, i titoli denotano semplicemente il genio. Da ascoltare su TTIK c’è On how the illustrious Captain Moon won the war for us, mentre sul sito della band si trovano diverse cose fra cui Love ballad (for the cold robot). E poi Secondo MysticalBeast, è assurdo che qualsiasi nuovo gruppo vagamente twee in circolazione venga immancabilmente paragonato ai Belle and Sebastian. Jens Lekman è uno di questi casi: la sua You are the light (ascoltala qui) viene presentata dalla casa discografica come una canzone “che piacerà a chi ama i B&S”, “raccomandata se vi piacciono i B&S”, eccetera. Così si diffonde la convinzione che Jens Lekman è molto simile ai B&S, e finisce che i B&S diventano il corollario obbligatorio a qualunque discorso su Jens Lekman. Poco importa se la canzone inizia con una big band che sembra la sigla di un gioco a premi, e se la sua musica difficilmente si può considerare vicina alle atmosfere dei B&S più che a quelle di decine di altri gruppi. MB suggerisce in particolare l’affinità con i meno noti Orange Juice, dei quali sul suo post si possono ascoltare un paio di brani. Io aggiungerei che in generale questo atteggiamento del “raccomandato se vi piace [nome di un gruppo famoso]” sembra avere una motivazione di marchetting più che di reale orientamento all’ascolto: si paragona il gruppo nuovo a quello “che va” di più, usando quest’ultimo come esca. Anche quando il gusto è molto diverso da quello indicato. E poi Dei Go!Team avevo già parlato domenica scorsa: ora EnthusiasticButMediocre mette online Panther dash, la traccia d’apertura del loro album (che esce a settembre).
L’ANGOLO DEL TAMARRO
Oggi per l’angolo del tamarro segnalo Game Over di Jeansy, una canzone che non può essere vera invece è vera e la si può ascoltare su Daveblog. Del quale sottoscrivo il proposito: “Se siamo qui è perchè ci accomuna il buon gusto, l’amore per la musica e l’interesse nei riguardi dei progetti seri, nati per durare.” (grazie a Savicevic per la segnalazione).
Sul mancato successo di Game Over, Daveblog affaccia un’ipotesi inquietante: “le lobby della musica evidentemente temono le personalità troppo ingombranti, ecco perché”. Infatti questa schif… ehm, canzone è molto importante, anche perché potrebbe dare inizio a un processo di riabilitazione per le Lollipop e Gianni Drudi - oltre ad aprire a Tiziano Ferro buone prospettive per il Premio Montale e ai FabulaRasa per il nobel.
Game Over si merita certamente un posto nell’angolo del tamarro, ma è una tamarrata che mette tristezza: è davvero troppo sfigata e deforme, tutto in essa esprime fallimento e decadenza, tutto – oltre ad essere di pessimo gusto - è indifendibile anche tecnicamente. Il vocoder? C’è, ma sembra fatto con un plugin della soundblaster. Il coro? Quello non c’è, forse – è inevitabile pensare - perché Jeansy non ha amici e può solo raddoppiarsi la voce al computer. Gli archi e il synth sono penosamente cheap, oltre a deficiere sul piano dell’ispirazione, e rientrano nel genere “pop con le pezze al culo”.
A meno che non rientrino, come spero, nel genere “geniale operazione meta-musical-parodistica”.
ANCHE L’ASCOLTATORE HA I SUOI DIRITTI / 1
Il diritto di annoiarsi. Non è l’ascoltatore a dover prestare attenzione alla musica, è la musica che se la deve conquistare. Se il musico si gingilla in assoli onanistici o in combinazioni armoniche scontate, non si vede perché l’ascoltatore debba pure essere attento.
FENOMENOLOGIA DEL RECENSORE FESSO (ovvero dell’uso arbitrario e cacopedico del sapere, sia da parte mia che del fesso)
Si precisa innanzitutto che non si ha qui il solo, bieco e financo stantìo scopo di sfottere le vittime e deriderne l’operato, ché su queste pagine già tanti pixel si sono spesi a tale riguardo; si cercherà piuttosto di rilevare empiricamente, attraverso esempi significativi, un elenco di archètipi, di categorie dell’inettitudine recensòria, onde poter procedere poi - secondo la tecnica del sillogismo del campo minato, o per induzione scansatòria - all’elaborazione di un’illuminata teoria della recensione significativa. Viviamo un momento tragico per la critica, osteggiata sia dai produttori che dai musicisti per ragioni di mercato, addirittura strumentalizzata da essi, non sempre sorretta da un pubblico confuso a cui spesso offre altra nebbia, si trova ad essere regredita ad uno stadio di vassallaggio medievale (per non voler usare la metafora mafiosa…) in cui solo il nome del recensore si offre a garanzia, non per le motivazioni che esprime ma solo per il giudizio che dà, e il lettore, in una posizione clientelaristica e umiliante, deve cercare, bendato, il suo (re)censore di fiducia, che lo rassicuri con una vicinanza di gusti a cui poi uniformarsi pedissequamente. Come ci si comporta in questi casi? Non ci si chiede come fare ad evitare i mille condizionamenti provenienti dalla cultura di massa, dal mercato, dagli amici, dalla propria mente (spesso bacata); ma si cerca di elaborare un nuovo tipo di formalizzazione, non liberata dai condizionamenti, ma libera rispetto ad essi. Ed è proprio questo che cercheremo di fare, nella speranza di dare alla critica un posto e un pasto caldo.
Cap.1 - il Nullismo: Daniela Cascella, gli OvO e come riempire due pagine di nulla al ragù di minchia di topo (oh, come mi diverto…) (da Blow Up estivo)
Avendo tutti già capito il tema del giorno, passo subito a citare qualche succosa frase che ci illustra l’eloquio della recensoressa: ‘ghigni, pulsioni, perversioni, asimmetrie, cicatrici, squarci sanguinanti'. Ahi ahi. Vediamo oltre: 'squarci sanguinanti in una materia sonora irrequieta, irrequietezza che ancora oggi dimostrano nei loro concerti in cui inscenano scontri di forze ctonie, dove l' urlo incontra il suo contrario e gli stridori...'. Vabbè, saranno le minchiate introduttive. Macché: 'lavoro fulminante, dal suono senza compromessi', 'lavoro delirante, sfaccettato e visionario', 'lavoro senz'altro più compiuto... in cui le filastrocche infantili si trasformano in ossessioni, le ombre più oscure sono attraversate da sorrisi obliqui e la tensione fra anima metal e anima industriale scaturisce in tracce inquietamente vitali' e così via per due pagine di articolo. In tutto ciò, oltre ad esercitare il proprio (supposto, cioè gradevole come supposta) eloquio, la nostra non ci ha nemmeno lontanamente fatto capire come accidenti suonano questi OvO. Sono una band di sperimentazione elettronica? Suonano chitarre, mandolini, cornamuse? Hanno dei microfoni a contatto sotto le palpebre? Fanno cori swedish satanic gospel? C'è una foto con una chitarra e un tizio che armeggia bacchette: in due pagine di articolo, devo immaginarmi il loro suono dalle foto?! Non so che farmene dei tuoi inconsapevoli sofismi, mia cara Daniela, perché il mio immaginario è (per fortuna) diverso dal tuo e da quello di chiunque altro; la pretenziosa, inelegante inutilità di espressioni come 'squarci sanguinanti' e 'tessiture inquietanti', poi, mi fa pensare il peggio, sia per quanto riguarda te che gli OvO.
Ora, finita l'arringa e dismessa la parrucca, passo a descrivervi gli OvO così come io li ho visti (GIURO, solo per spasso personale, niente a che vedere con la Fenomenologia del Recensore Fesso, il ragionamento sopra fila a prescindere): fanno cagare. In sostanza, trattasi, nell'ordine, di: 1- una tizia con dread, sottoveste, maschera di plastica e ballerine che di norma produce rumori a casaccio su una chitarra ed emette mugolìi sinistri variamente modulati, salvo prodursi in strampalataggini come suonarsi i capelli con archetto e microfono a contatto; 2- un tizio con saio, cappuccio, maschera, che percuote un basso messo in orizzontale con bacchette da batteria; già visto nei Wolfango (pessimi) e nei Ronin (inutili). Visto che mi sono già espresso in passato su chi confonde l' improvvisazione col frastuono e chi crede che per suonare 'noise' basti fare del rumore insensato, non mi dilungherò; forse l'emerita Daniela è amica della 'cantante'... eh eh... Detto fra noi (noi chi?!), potrebbero agilmente finire sotto la categoria “come una cazzata diventa Arte” (per assecondare il nostro vizio preferito, non è vèro?, che è quello di inventarsi i generi, mettere le pecette, fare le classifichine…)
La squadra il capitano e la partita da vincere
Lo schema classico della democrazia moderna, quella emersa in tempi diversi in Gran Bretagna, negli Stati Uniti d’America e in Francia, è la contrapposizione fra una destra e una sinistra, tra conservatori e progressisti, tra chi privilegia la tradizione, la guerra e il potere (la destra), e chi privilegia l’innovazione, la giustizia e la pace (la sinistra). Socialmente la destra è più sensibile agli interessi dei ceti possidenti e minoritari, mentre la sinistra rappresenta il popolo. La destra fa gli interessi dei ricchi, la sinistra quelli dei poveri. Dunque, in una democrazia compiuta, non può che vincere la sinistra.
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Ma purtroppo, la sinistra cosiddetta “riformista” italiana non è una sinistra, ma una destra appena più moderata, essendo ancora serva di Bush e delle multinazionali. Proprio mentre dilaga la marea torbida di sangue e ogniddove viene annegato il rito dell’innocenza; i migliori mancano di ogni convinzione, mentre i peggiori sono rigonfi di passionale intensità. I Negroponte, gli Allawi e gli altri macellai terroristi che da Wascington gestiscono il mattatoio irakeno si illudono di poter continuare a far affidamento sull’assuefazione e l’apatia dell’opinione pubblica occidentale di fronte al ritmo sempre più accelerato dello spargimento di sangue e delle devastazioni ad alta tecnologia in un paese che, prima del milione e mezzo provocato dalle sanzioni e prima dell aggressione di 17 mesi fa, poteva vivere nella pace e nell’autodeterminazione. Quando assuefazione e apatia rischiano di venir meno possono sempre contare sulla complicità dei mass-media e soprattutto di quegli intellettuali e uomini politici che in europa, e soprattutto in Italia, continuano a insistere sull’alleanza con gli Usa. I sedicenti “riformisti” Alberto Ronkey e Giuliano Amato sono complici al soldo del terrorista Bush, incuranti della macelleria in corso a Najaf, continuano ad obbedire diligentemente ai dettami di Washinton. Per loro, chiunque osi criticare la guerra preventiva di Bush e il muro criminale del nazista Sharon è un antiamericano e un antisemita. Ma la propaganda guerrafondaia di Amato e Ronkey va stroncata con ogni mezzo: è giunto il momento di tracciare una linea sulla sabbia della storia, è giunto il momento di un salto di qualità nell’opposizione alla guerra: dalla protesta e dai cortei per la pace si deve passare alla Resistenza attiva, agli scioperi, sull’esempio dei portuali di Livorno, La Spezia e Genova addetti al carico degli strumenti di morte provenienti da Camps Derby, ad una mobilitazione di massa che esiga ed imponga, con ogni mezzo, il ritiro immediato del contingente italiano, un contingente che agli ordini del comando anglo-americano è sempre più coinvolto nella macelleria irakena. Soltanto se la sinistra resterà unita su queste parole d’ordine potrà vincere la partita. Vincerà la partita se verrà guidata da un capitano in grado di dire le cose giuste, come Zapatero ha fatto in Spagna. Se invece continuerà ad inseguire un fantomatico centro, andando a caccia dei voti dei moderati e dei borghesi, finirà per essere complice dei crimini di Bush e perderà pure le elezioni. La sinistra vince quando fa la sinistra.
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Post scrictum. Tutto questo è dimostrato anche dal caso del Venezuela: Hugo Chavez ha stravinto. Festeggiano le strade di Caracas e i poveri di tutto il paese e di tutto il mondo. Con lui ha vinto la democrazia. Hanno perso Bush, gli Usa, i golpisti, i padroni, i fascisti, i corrotti, l’alta (non la bassa) gerarchia ecclesiastica, i gradi superiori delle Forze Armate, i proprietari delle televisioni e dei media: insomma tutti coloro che il 12 aprile 2002 operarono il colpo di stato che portò alla destituzione e all’arresto del presidente regolarmente eletto del Venezuela. Ma allora la legalità fu presto ripristinata grazie a una inedita mobilitazione popolare, e oggi il referendum sancisce il definitivo trionfo di Hugo Chavez, il difensore dei poveri e degli oppressi. Ce ne è abbastanza per rallegrarsi tutti della vittoria – finalmente! – della vittoria della vittoria del grande Chavez nonostante la campagna a tutto campo condotta contro di lui da destre e sinistre bianche e “perbene”. Chavez non piace alle sinistre cosiddette “riformiste” perché lui è amico dei poveri e combatte al loro fianco, mentre le sinistre “riformiste” sono collaterali agli interessi del neoliberismo e delle multinazionali. Ma devono mettersi il cuore impace. Impossibile dare lezioni di democrazia al Venezuela dopo la massiccia – 80% - partecipazione al voto. Perfino Jimmy Carter ha rilasciato dichiarazioni entusiaste, forse pensando al suo paese dove neppure si arriva al 50%. Il modello della democrazia partecipativa bolivariana funziona, e anche la finta democrazia Usa avrebbe molto da imparare: negli Usa infatti l’elettorato è sempre più spoliticizzato e egemonizzato dai media e dalle lobby dei potenti. Trionfo trionfo trionfo. Il trionfo di Chavez rappresenta uno storico passo avanti per il Sudamerica, e il suo significato va ben al di là del Venezuela: questa vittoria insegna che non è più così facile garantirsi il controllo dei paesi latinoamericani a colpi di Pinochet. L’onda rossa parte da Caracas, ma si sta rapidamente diffondendo, a dimostrare che un altro mondo è possibile. La capitale del Venezuela impazzisce di gioia e si colora di rosso: appena dato l’annuncio, alle 4.05 del mattino, si sente un boato di giubilo colorato di rosso, la folla è una marea umana colorata di rosso, straordinariamente felice e colorata di rosso nonostante la stanchezza. I fuochi d’artificio colorati di rosso impazzano. L’annuncio è una vera e propria catarsi: molti piangono di gioia e urlano la loro fedeltà al comandante. La rivoluzione bolivariana va avanti. Passano dieci minuti e al balcone, con l’immancabile camicia rossa, compare lui, il comandante: Hugo Rafael Chàvez Frìas. E’ un tripudio un tripudio un tripudissimo. Il presidente bolivariano saluta la folla elettrizzata e intona l’inno nazionale. Si lancia poi in uno di quei discorsi che l’hanno reso celebre: è travolgente, come sempre, e comprensibilmente soddisfatto. Si rivolge al suo popolo, alla sua gente, a tutti coloro che hanno messo fine al sistema corrotto, clientelare e filo-Usa che aveva portato il Paese alla rovina. Ma il comandante è anche generoso, e tende la mano a tutti, perfino all’opposizione sedicente “democratica” che farnetica di inesistenti brogli. Tende la mano a tutti quei settori che hanno condotto una campagna feroce contro di lui, dipingendolo come un autocrate, un dittatore, un castro-comunista. Chiede a tutti di “associarsi al progetto bolivariano”, interrotto a tratti da selve di applausi e dalle canzoni della campagna (“Uh! Ah! Chavez no se va!”). Rilancia il suo grande progetto continentale. La vittoria è rotonda, netta, inequivocabile, epocale, il trionfo è assoluto. In preda a un riflesso pavloviano, l’opposizione grida alla frode, ma non ha argomenti. I poverini dovranno farsene una ragione. Persino i giornalisti delle televisioni al servizio dei potenti lanciano ai membri dell’alleanza anti-chavista sedicente “democratica”, sguardi di commiserazione. La verità è che in questo referendum si è espresso il popolo dei cerros, delle bidonville, dei senza terra, e quando il popolo è unito nessuno lo può sconfiggere: il popolo ha trionfato e porta in trionfo il suo presidente. La sinistra unita di tutto il mondo esprime il suo profondo rispetto e il suo appoggio al comandante Chavez in questo momento storico. Tutto il popolo è e rimarrà testimone della sua coraggiosa e vittoriosa lotta. La sua lotta (che è la lotta di tutti noi) contro l’imperialismo nordamericano, contro il presidente George Bush e le sue guerre in giro per il mondo. Il vero nemico del Venezuela è il presidente Bush, che è la più grande minaccia per il mondo. Quella di ieri è stata l’ottava vittoria consecutiva per Hugo Chavez. Chavez rafforza la sua leadership nel mondo intero. Con questa prova elettorale, si impone come dirigente di punta del movimento no-global e della sinistra mondiale. Quella partita domenica è una valanga inarrestabile, che travolgerà i padronato e i trafficanti di armi in tutto il mondo, e porterà al trionfo del chavismo e della rivoluzione bolivariana.
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