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Contro Castaldo. Senza se e senza ma
SINISTRA DE-GOLIARDIZZATA
Scrive Giampaolo Pansa (su L’espresso di oggi, pag.39):
[…] Se riflettiamo su questo primo anno di guerra e di stragi, risulta evidente che esiste una bipartizione nell’area contraria al conflitto irakeno. Accanto a un settore pacifista, il più vasto e composito, ce n’è un secondo che voglio chiamare paciguerrista, più ristretto, però molto compatto. I paciguerristi vanno al di là del pacifismo immacolato. Non stanno al di sopra delle parti, bensì militano per una parte. Ieri per quella di Saddam, oggi per chiunque cerchi di mandare al tappeto il nazista Bush e i suoi alleati.
Questi due settori di opinione pubblica hanno ritrovato un punto di contatto dopo la cattura dei quattro italiani presi in ostaggio dalle Brigate verdi di Maometto. Un contatto che non si è dissolto neppure con l’esecuzione di uno dei prigionieri, Fabrizio Quattrocchi. Anzi, la loro campagna ha preso forza dopo le parole che Quattrocchi avrebbe pronunciato prima di essere ucciso: “Vi faccio vedere come muore un italiano”.
[…] su Quattrocchi e compagni, è subito partito, ed è ancora in corso, un linciaggio mediatico di una violenza che mi ha angosciato, ma non sorpreso. Mi ha angosciato perché l’accusa numero uno (“Mercenari!”) è stata sparata subito. Quando il gruppo stava in mano ai sequestratori e Quattrocchi era ancora vivo. Potrei citare decine di articoli, dichiarazioni, commenti, lettere ai giornali. Non lo faccio perché tutta questa robaccia, sfornata anche da intellettuali e da politici, mi sollecita ricordi cattivi.
[…] Anche allora chi veniva sequestrato o ucciso dalle Brigate Rosse subiva l’offesa di vedersi imporre una maschera che snaturava la sua figura. E’ accaduto a tutti. Carlo Casalegno venne dipinto come “un agente della controguerriglia attiva, prezzolato e cosciente”, praticamente un mercenario. Guido Rossa fu liquidato come uno spione. L’ingegner Giuseppe Taliercio perché faceva morire gli operai di cancro. Il magistrato Francesco Coco perché mandava in galera i proletari senza prove… Ecco perché non mi sorprende la campagna di oggi contro Quattrocchi e i suoi compagni. Pattume già visto, schifezze che ritornano. Come una febbre malarica da cui non sappiamo guarire.
Insomma, gli eroi ci piacciono soltanto se la pensano come noi, se appartengono alla nostra stessa parrocchia politica […].
Protesto ufficialmente contro Ernesto Assante. Una volta era il bdd a spernacchiare le cretinate che compaiono su Repubblica e supplementi vari; ormai lo fa lui che ci lavora dentro. Ma allora io che ci sto a fare?
Da un po’ di tempo ho in casa uno di quegli aggeggi per depurare l’acqua di rubinetto. L’acqua passa per un filtro che la rende meno indigesta, o almeno le toglie quel fastidioso sapore di cloro. Davanti al giornalismo di rubinetto, io credo che il lettore debba attivare un meccanismo di autodifesa molto simile. Ovvero attivare un filtro che non faccia passare tutto quanto, ma trattenga le scorie ideologiche che vi sono contenute. E per quanto mi riguarda, questo filtro è la spocchia. Essa infatti non è soltanto il riflesso condizionato del mio incommensurabile ego, ma è anche l’arroganza necessaria a fronteggiare l’arroganza organizzata di una propaganda mediatica che – da punti cardinali/ideologici diversi – converge tutta verso il lettore, nel tentativo di piegarlo, di convincerlo, di soffocare le sue convinzioni per sostituirvi le proprie. Sono troppi infatti i giornalisti che intendono il loro ruolo in senso machiavellico, e ricorrono a qualsiasi mistificazione e a qualsiasi inganno pur di servire la Causa (la loro Causa). Per questi volponi il Fine giustifica i mezzucci, manco spettasse a loro di cambiare il mondo. Davanti a questi atteggiamenti di spocchia collettiva, surrettizia e squadristica, il lettore è solo. E può solo opporvi una spocchia altrettanto grande: se non vuole lasciarsi intossicare da queste verità precostituite, è necessario che non si limiti ad aprire il rubinetto e bere. E nemmeno che si lasci morire di sete, naturalmente; ma prima di bere, deve depurare.
La spocchia quindi è un campanello di allarme. Quando rileva del cloro ideologico, si attiva e comincia ad infierire senza pietà. Ma allora perché si chiama spocchia e non spirito critico? Perché è e rimane un atteggiamento arrogante, in quanto il lettore-cialtrone non possiede i mezzi per attuare una demistificazione completa. Non possiede un reale spirito critico che gli consenta di essere al di sopra delle parti; può solo smascherare gli atteggiamenti più sfacciatamente disonesti che lo aggrediscono, e tenere lontani da sé gli avvoltoi dell’informazione. Questi ultimi sono infatti sempre contro il lettore, indipendentemente dalle loro opinioni, perché cercano di prenderlo per il culo burlandosi della sua (pur piccola) intelligenza. Ed è ora che il lettore cominci a dire che questo giornalismo di rubinetto è una cosa schifosa, e che non è più disponibile a prendere per oro colato ciò che è invece un orrido liquame infetto dal pregiudizio.
Per conoscere meglio questo bizzarro fenomeno psicologico, quest’oggi mi cimenterò in un esperimento altamente scientifico: il test psicologico della spocchia (o spocchia-test). Si prende un articolo (l’acqua di rubinetto), e lo si fa passare attraverso il filtro della spocchia (il depuratore). Ogni frase viene cioè sottoposta alla critica cialtrona del lettore, al fine di purificarla dal cloro dell’ideologia. Come cavia per questo esperimento utilizzerò me stesso, che in quanto a spocchia ne ho fin troppa. E annoterò dunque, con la massima fedeltà, tutto quello che la spocchia mi suggerisce durante la lettura dell’articolo. Il risultato finale sarà l’ennesima pippa mentale.
Allora, prenderò… no, basta con la sinistra goliardica. Non potrei: se leggo ancora una delle loro boiate finisce che mi iscrivo alla Fiamma Tricolore, e non mi sembra il caso. Perciò, via i blog, il Manifesto e l’Unità. Resterebbero sul tavolo Repubblica e L’espresso. Vediamo… sì, ecco. Prendiamo questo articolo di Claudio Rinaldi proprio su L’espresso di oggi, pag.13: Lasciare Nassyriya per smascherare gli Usa. Dal titolo purtroppo si capisce già la tesi, e questo mi rovina un po’ la sorpresa. Comunque.
Sembra che non ci sia problema: si rimane. A oltranza.
Driiiin! Il campanello spocchioso si attiva subito, attivato da un tono di satira a buon mercato che fa capire subito dove il giornalista vuole andare a parare. “Sembra che non ci sia problema”? Ma se non si parla d’altro che del ritiro!
Varie ragioni consigliano all’Italia di lasciare in Iraq i suoi 2.700 soldati. Vogliamo ricapitolarle?
Sentiamo.
1. Un ritiro rinfocolerebbe le vecchie ironie sul paese dei voltagabbana.
E questo sarebbe un motivo? Ma siamo seri.
2. Gli amici americani non vanno mai abbandonati.
Veramente, io li abbandono quando mi pare e piace. Anzi, meno li abbiamo tra i piedi meglio è, con tutto quello che stanno combinando.
3. Non si può mostrare viltà davanti a un nemico abietto che assassina ostaggi.
Per me non c’è problema. La figura del vigliacco la faccio volentieri, se serve a qualcosa. E dunque, ricapitolando: siamo già a tre non-motivi. Sto iniziando a irritarmi, ti avviso…
4. Senza le forze armate straniere l’Iraq sprofonderebbe ancor più nel caos.
Finalmente! E ci voleva tanto? Ecco l’unica ragione sensata. Anzi, questa la condivido in pieno.
5. Anche se si andasse via da Baghdad il terrorismo islamico continuerebbe a colpire, anzi conoscerebbe un salto di qualità.
Anche questo mi sembra un falso problema. Che il terrorismo esista indipendentemente dall’Iraq, non c’è dubbio. Ma non credo che si possa prendere una decisione grave come questa (ovvero il ritiro o la permanenza) sulla base di una semplice ipotesi (ovvero: che in caso di ritiro ci sarebbe un salto di qualità). Può darsi che sia così, ma in ogni caso non si legittima la guerra con delle ipotesi.
Sono argomenti seri.
Ti ho capito, furbastro! Tu hai mischiato l’unica ragione buona (la quarta) in un mazzo di stronzate, per poi demolirle più facilmente tutte assieme. Così però fai di tutta l’erbaccia un fascio, dalla Lega ai Ds (e questo mi offende anche un po’, se permetti). E fai pure il magnanimo, riconoscendogli la “serietà”… Ma quali argomenti seri d’Egitto. L’argomento serio è solo il n°4, lo vuoi capire?
Eppure c’è qualcosa che non convince nel modo sbrigativo, indiscutibile, dogmatico in cui vengono ripetuti.
Sbrigativo. Indiscutibile. Dogmatico. Sarà, ma io non ho ancora capito con chi ce l’hai. E tu non mi convinci affatto.
Formano una sorta di pensiero unico: chi non vi si attiene è reo di diserzione e tradimento.
Veramente, a me chi non vi si attiene sembra – tutt’al più – reo proprio di dogmatismo. Ma a questo punto, è evidente – e questo mi conforta - che stai parlando solo della destra: solo loro sono così idioti da usare la “diserzione” e il “tradimento” come argomenti di dibattito. Ad ogni modo, io tutto questo “pensiero unico” non lo vedo. Anzi, a quanto pare la maggior parte degli italiani è per il ritiro subito.
Se un anno fa i riformisti dell’Ulivo potevano opporre alla guerra un no chiaro e tondo, nel 2004 hanno escluso di pronunciare un limpido “tutti a casa subito”.
Ah, andiamo bene! Altro che con la destra, allora; ce l’avevi col triciclo… peccato che io non abbia sentito nessuno a sinistra parlare di “diserzione” e “tradimento”, come invece lasci intendere tu. Come a dire: eccoli, questi riformisti bigotti, che accusano i pacifisti di diserzione e tradimento. Allora lo sai cosa ti dico? Quasi quasi penso che il pensiero unico sia il tuo, e che chi non vi si attiene (come me) è reo di diserzione e tradimento.
Come se la spedizione di Nassiriya fosse scritta nel dna degli italiani.
In quello degli italiani non so. Nel mio dna, c’è scritto solo che stai dicendo un bel po’ di cazzate. E mi sto rompendo.
Si dirà che il conformismo è inevitabile, giacchè l’occupazione dell’Iraq è un fatto compiuto.
Aridagli, col conformismo! Rispetto a cosa? Ma le senti le chiacchiere in giro? Li leggi i sondaggi? Mi sa che io e te non viviamo nello stesso pianeta…
Vero.
Infatti è vero (che è un fatto compiuto). E infatti il conformismo non c’entra un tubo.
Ma una buona realpolitik deve tener conto anche degli sviluppi futuri di una situazione.
“Realpolitik”, ho sempre odiato ‘sta parola. Come se ci potesse essere una “irreal-politik”… e poi non so nemmeno bene cosa voglia dire. Va bè, sentiamo quali sono questi sviluppi.
Ebbene: che cosa accadrà dopo il passaggio dei poteri previsto per il 30 giugno?
Ma siamo proprio sicuri che poi ci sarà, questo passaggio?
I casi sono due. O si forma un nuovo governo fantoccio, visto dalla gente come un portaordini di George W. Bush, oppure si avvia la costruzione di un Iraq libero e sovrano.
Beh, se è così un’idea ce l’avrei…
Nella prima ipotesi guerriglieri e terroristi troveranno sempre più solidarietà, rendendo proibitivo il compito di contingenti militari già adesso insufficienti;
Insufficienti! Finalmente qualcuno che lo dice. Altro che andare via, dovrebbero aumentare piuttosto.
Nella seconda si aprirà un processo il cui sbocco obbligato, data la preponderanza degli sciiti, è una teocrazia all’iraniana.
Sig.Rinaldi, Lei è proprio convinto che gli sciiti siano tutti così ontologicamente teocratici, fanatici e medioevali? E’ sicuro che non esista un’opinione pubblica moderata che desideri semplicemente vivere in pace, senza occupazioni straniere, ma senza nemmeno tirannidi interne?
Entrambi gli scenari sono disastrosi per l’Occidente, né valgono a esorcizzarli le tronfie banalità care al governo italiano: “La missione non è in discussione”, “Non ci piegheremo ai ricatti”…
D’accordo, ma anche tu a tronfiaggine non scherzi. In pratica, hai appena detto che avviare la costruzione di un Iraq libero e sovrano porterebbe a uno scenario disastroso per l’Occidente. Non ti pare che sia un ragionamento un tantino troppo disinvolto?
Ma c’è una terza via oltre al protettorato tipo Sud Vietnam e alla repubblica khomeinista?
Pare di no. Hai appena detto che i casi sono due, sbaglio?
Sì, anche se imbarazzante.
Ah, ma allora c’è! Orsù diccela, senza pudore.
Si tratta di de-americanizzare la gestione della crisi.
Ma allora siamo d’accordo! Che testone che sono, non avevo capito nulla.
Non basta, come formalisticamente si dice, che l’Onu issi la sua bandierina lisa sulle macerie attuali;
Certo che non basta, ma intanto sarebbe un segnale positivo. Non credi?
Occorre che la presenza straniera di garanzia diventi realmente multilaterale. Finchè sul terreno 89 militari su cento vengono dagli Stati Uniti, mentre gli altri 11 prendono ordini da Washington, Onu o non Onu è impensabile che gli iracheni si acquietino.
Onu o non Onu, io preferisco l’Onu. E se la multilateralizzazione sarà un processo graduale invece che immediato, sarà comunque meglio che lasciarci gli angloamericani da soli.
E’ ovvio, invece, che gli estremisti trovino sempre più seguito.
Appunto. Bisogna fare presto.
Che Bush decida da sé un passo indietro è escluso: la guerra l’ha voluta e condotta lui, la ricostruzione postbellica è affare soprattutto suo.
Appunto. Non deciderà da sé. Bisogna metterlo con le spalle al muro, quel bastardo. Bisogna metterlo davanti al fatto compiuto.
Bisogna persuaderlo, facendo leva sul fatto che a sei mesi dalle elezioni dove si gioca tutto non ha voglia di rafforzare il suo esercito a Bagdad e dintorni.
Appunto. Occorre che sia l’Europa a rafforzarlo. Che bello, siamo in piena sintonia.
Ecco perché l’idea di un rapido disimpegno italiano è molto meno peregrina di quanto si ritenga, ecco perché non è giusto liquidarla come una fissazione di Fausto Bertinotti.
Povero me! Ma allora non avevo capito un tubo… che cacchio c’entra il ritiro, alla luce di tutto questo ragionamento?
Ha una valenza politica, non di utopia pacifista.
Allora farai meglio a spiegarmela subito, questa valenza. Altrimenti comincio a pensare che stai facendo degli equilibrismi mentali per giustificare il riallinearsi della stampa di sinistra sulla linea di Zapatero, dopo che l’accelerazione del ritiro spagnolo ci ha lasciato tutti con il cerino in mano.
Finora, infatti, l’unilateralità dell’intervento americano è stata mascherata dall’esistenza di una coalizione di 30 paesi e più.
No, cretino, è stata mascherata da una risoluzione dell’Onu. Sto cominciando ad alterarmi…
Questi schierano pochi uomini e non contano nulla, se perfino l’orgogliosa Italia deve obbedire al comando inglese, però fanno numero: permettono a Bush di nascondere al mondo e a se stesso il suo isolamento.
Nascondere al mondo? Ma per piacere…
Se invece dopo il ritiro del remoto Kazakhstan anche Roma, sull’esempio di Madrid, minacciasse di andarsene subito, allora il re della Casa Bianca apparirebbe nudo come è.
E un bel chissenefrega non ce lo mettiamo? Non credere di prendermi per il culo: stavamo discutendo di come realizzare la multilateralizzazione, e proprio non capisco che c’entri tutta ‘sta giravolta.
La sua pretesa di esportare la democrazia in Iraq si ridurrebbe a copertura di un’operazione para-coloniale, e il conseguente malessere potrebbe accelerare i tempi del ritorno a una qualche normalità.
Ah benissimo, è questa la grande valenza politica! In pratica noi lasciamo Bush da solo, Bush capisce di essere un pirla e il suo conseguente malessere accelera il ritorno alla normalità. La strategia del malessere preventivo. Sei un genio.
Va da sé che Silvio Berlusconi invece tira diritto.
Quasi quasi lo capisco, allora.
I capi della lista Prodi, dunque, fanno bene a reclamare una svolta radicale;
Sì, ma temo che c’entri ben poco con la svolta che hai in testa tu.
Ma il loro appello a un’Onu che non c’è risulta semplicistico, mentre il loro no al rientro immediato delle truppe suona troppo perentorio, dopo che Josè Luis Zapatero ha annunciato la partenza degli spagnoli anche prima del 30 giugno.
Ti ho beccato, cialtrone! Ecco il tuo presupposto indiscutibile: siccome Zapatero ha annunciato il ritiro prima del 30 giugno, ora occorre che la lista Prodi proponga il ritiro prima del 30 giugno. Perché così comanda la dottrina del malessere preventivo. Furbacchione che non sei altro: hai iniziato accusando gli altri di dogmatismo, come a dire: adesso vi spiego io come non essere dogmatici. Peccato che il tuo ragionamento faccia acqua da tutte le parti, e in questo rivela la sua pretestuosità. E’ una teoria campata assolutamente per aria. E nulla mi leva dalla testa che vuoi soltanto premere sull’Ulivo perché si allinei su Zapatero, sulla spinta del vento che tira. E non hai fatto altro che fornire argomenti razionali (razionali si fa per dire) al sentimento irrazionale che in questi giorni va per la maggiore.
C’è stato finora un eccesso di rigidità.
Quando si muovono sono ondivaghi, invece. Comunque fanno sbagliano.
Così il Triciclo ha rinunciato a un mezzo di pressione sul governo, adottando anzi uno slogan compatibile con la linea berlusconiana della permanenza in Iraq senza se e senza ma.
Compatibile con la permanenza in Iraq senza se e senza ma? Questo lo dici tu! Ma che ti leggo a fare, per fortuna che l’articolo è quasi finito. Fa sempre comodo polarizzare le cose, vero? O stai con Zapatero, o stai con Berlusconi. Che tristezza.
E’ stato un errore.
Dì quello che ti pare, tanto ormai…
Certo non era facile sottrarsi al parlottìo di moda su una mal intesa unità nazionale;
Il parlottìo di moda, guarda caso, è proprio quello di un Ulivo non abbastanza antiberlusconiano. E tu non fai altro che rafforzarlo, contribuendo a schiacciare l’Ulivo sulle posizioni della sinistra goliardica. Con argomenti fragili, senza nessuna convinzione, per puro calcolo di opportunità. L’unità nazionale è quella che dovrebbe esserci contro il terrorismo, e di fronte a questo l’Ulivo non si sottrae. Se mai propone modi diversi per combatterlo.
Ma per l’Ulivo, si sa, mettere la sordina ai dissensi con la destra è sempre stato più dannoso che inutile.
Ma vaffanculo.
E’ bello qui. Il gatto mi fa un po’ impressione perché si sporge pericolosamente dal terrazzino. In camera, mia nonna sta riposando. Oggi volevo andare al mare ma il tempo è ancora incerto; allora me ne sto sulla sdraio e leggo, e ascolto, e scrivo. Da quando ho messo su quest’affare per collegarmi ad internet con il portatile (a proposito, grazie a Colas per il consiglio), ci sono stati molti piccoli cambiamenti.
Ad esempio, non sono più vincolato ad ascoltare la radio italiana (la tv non ce l’ho affatto). Ho scoperto che via internet si possono ascoltare le notizie e la musica della BBC. Ad esempio. Ma ho la sensazione di dover ancora andarmi a scoprire un sacco di cose. E intanto mi prendo questo po’ di sole che spunta fuori ogni tanto.
Qualunque cosa possano escogitare i bloggers quando sono in vena di sembrare originali, il bdd sottoscrive queste parole senza se e senza ma. E dopo avere fatto partecipe il mondo intero di queste mie (forse poco spocchiose, mi spiace) convinzioni, ricomincio subito coi predicozzi cialtroni.
L. ha ragione: ci sono in giro un sacco di avvoltoi in questi giorni, che piombano addosso ai cadaveri per sbranarli e nutrirsene con gusto. Sono i politici, i giornalisti, tutti quelli che si servono dei morti per farne oggetto di talk-show, per inscenare un clone macabro del Grande Fratello, per sfruttarli a loro uso e consumo:
"Mangia, su"
"Non ho fame".
"Eddai..."
"Ho detto no".
"Prova questo, è fresco".
"Mi fa senso"
"Questo è diverso, sta andando forte, è un italiano..."
"Hanno tutti lo stesso sapore".
[…]
"L'italiano è buono. E' un eroe. Un italiano così vale tutti gli iracheni che vuoi. Non lo vedi? Fanno tutti la fila intorno all'italiano, hai notato?"
"Mi fanno schifo".
"Eddai, si deve pur mangiare".
"E poi mi dispiace per lui".
"Certo che ti dispiace, dispiace a tutti, ci mancherebbe!"
"Ma non è mica colpa mia".
"Certo che non è colpa nostra! E' tutta colpa dei terroristi! Maledetti terroristi! Maledetti! Mangiamo, adesso?".
"No, non mi va proprio. Scusa".
Scusate.
E’ vero, non possono che fare schifo. Non sono esseri umani, sono avvoltoi. Toh, a proposito: eccone due. Anche dalle nostre parti volano questi simpatici rapaci, che per il gusto di dare una lezione a tutti non guardano in faccia a nulla. Che ci insegnano come chi è diverso da noi non merita nessuna pietà. Che bello, venite a leggere, finalmente qualcuno che dice la verità, che parla fuori dai denti fregandosene del politicamente corretto: qualcuno che dice quello che nessuno può dire, smascherando le ipocrisie dei media. Perché è per questo che si sbranano i cadaveri, no? Per fare pari con chi li vuole santificare. L’importante è buttarla in caciara, fare di tutta l’erba un fascio, che è poi la solita, noiosa e seriale scorciatoia degli stillill di turno che non hanno le palle per darsi battaglia sulle idee. L’importante è mischiare l’informazione con gli insulti belli e buoni (come del resto fanno politici e giornalisti), in modo che la mascalzonata necrofaga abbia una sua rispettabilità intellettuale, una legittimazione inoppugnabile. Perché per voi l’importante è chiarire che l’essere umano coincide con il suo ruolo sociale, e se un ruolo non vi piace non vi piace neanche la persona. Tutto è bene, o tutto è male. Questo qui, essendo un mercenario, era tutto male. Quindi se muore, vabbè, non se ne fa un dramma, e poi con tutta la gente che muore per colpa loro… non c’è confronto, no? L’importante è soprattutto ribadire che voi siete i migliori, che voi non ci cascate, che voi non vi bevete quello che dice Bruno Vespa. Non importa se poi, tra i mille modi possibili di dimostrare questa ovvietà, si sceglie la vigliaccata di gettare merda sul cadavere del giorno. Nel momento del lutto l’essere umano fa un passo indietro, l’avvoltoio fa un balzo addosso.
Mi fate schifo. E più siete bravi e informati, più il mio schifo aumenta. Ma non perché abbiate torto, anzi: magari avete ragione. Ma la utilizzate in modo strumentale e disonesto, andando a cercare i punti deboli (e il momento debole) di quelli che per voi sono i nemici, e che – almeno quando se la passano male – sarebbe umano sforzarsi di capire. Non per dare loro ragione, ma per realizzare quel dialogo (dialogo, non unanimismo) che purtroppo in Italia è e sarà sempre una fottutissima utopia. Mi fate schifo perché siete tanto raffinati nella documentazione quanto medioevali nella dialettica. Mi fate schifo perché avete come passatempo quello di fornire argomenti razionali all’irrazionale odio che già provano tanti qualunquisti. Bastardi mercenari, potevano restare a casa. Certo, un morto dispiace sempre, certo la pietà, ma lui era un delinquente fuorilegge. E insomma, dopotutto sapeva quello che rischiava, e poi deve averne fatte talmente tante che in fondo gli sta bene, e poi… gnam… gnam…
Ogni mitologia, essendo per natura reazionaria, dovrebbe essere sottoposta al vaglio del pensiero critico. Ho detto ogni. Ma evidentemente, molti credono che i propri idoli siano ontologicamente migliori di quelli altrui: gli uni non si toccano, mentre gli altri non meritano altro che la lapidazione verbale. Davanti agli idoli altrui ci si comporta da sicari, mentre davanti ai propri ci si genuflette obbedienti. Ma in fondo è giusto così, perché la blogosfera è un posto merdoso come tutti gli altri. E Oriana Fallaci vi troverà materiale a sufficienza per i prossimi dieci libri.
"E poi mi dispiace per lui".
"Certo che ti dispiace, dispiace a tutti, ci mancherebbe!".
"Ma non è mica colpa mia".
"Certo che non è colpa nostra! E' tutta colpa degli americani! Maledetti americani! Maledetti! Mangiamo, adesso?".
"No, non mi va proprio. Scusa".
Scusate.
(Sì, sì, lo so, non ho capito quello che volevate dire. Del resto per voi è inconcepibile che qualcuno non sia d’accordo con voi, pur avendo capito e pur essendo in buona fede. Non ne esiste uno al mondo, e se esiste non è certo il cialtrone della domenica. Avrete senz’altro ragione. Ma mi fate vomitare lo stesso)
Oggi è risorto. All'ora nona.
(attenzione: post ad alto tasso di spocchia)
L’argomento andava per la maggiore un annetto fa, ma ancor oggi qua e là si continua a parlare dei rapporti fra blog e giornalismo. Per quanto mi riguarda, continuo a credere che i giornalisti siano come automobilisti tenuti al rispetto di determinate regole, mentre i bloggatori siano come piloti di rally per i quali è legittimo percorrere strade meno ovvie.
Leggo ad esempio questo giudizio di Assante su Vasco Rossi. Niente di irrispettoso, certo, ma non credo che su Repubblica potrei vedere qualcosa di simile: distante cioè dalla retorica rocchettara che il personaggio in questione suscita di solito (e della quale si trovano ottimi saggi sul lessico musicale di domenica scorsa).
Sull’altro versante: leggo su l’Unità (6 aprile, pag.21) un lungo articolo di Daniela Amenta dal titolo “Generazione Cobain”, dedicato al decennale della morte dell’ “idolo dal viso di Gesù che si mutila il viso per sempre”. Daniela aggiunge così il suo mattone a un monumento della storia del rock, e secondo me non ce n’era proprio alcun bisogno. Anzi, le mitologie – che sono, per loro natura, reazionarie – dovrebbero semmai essere decostruite. E questo vale ancora di più per il rock, che ha purtroppo degli anticorpi assai forti. Fra questi, l’immancabile invettiva rivolta ai mass-media:
Ecco, fenomeno di massa. Stritolati dalla stessa in nome del Circo Barnum sonoro. Cobain, l’antieroe, trasformato nella gallina dalle uova d’oro. Vittima sacrificale troppo debole, e crepuscolarmente grunge, per sopportare i meccanismi della ribalta.
Insomma, ci si scaglia contro un fenomeno nel momento stesso in cui si continua ad alimentarlo.
Ma questo non è certo un atteggiamento isolato: il gioco spudoratamente autoreferenziale dei media è un meccanismo perfetto, al punto che l’inserto musicale di Repubblica ospita una rubrica fissa dedicata alla stroncatura di presunte leggende intoccabili (e che in effetti io non toccherei mai, anche perché fanno troppo schifo). Un pensiero critico non dovrebbe prestarsi a operazioni di questo genere; o meglio, mi piacerebbe che esistesse ANCHE un pensiero critico, sui giornali, a percorrere altre strade. Ma ho l’impressione che quello della stampa sia un regime culturale in cui non importa che partito voti, o che musica ascolti, ma solo che trovi il modo più efficace per celebrare questa musica e dunque per farla comprare. Questa mitologizzazione del rock assume allora la forma del pensiero unico: magari sul Mucchio non celebrano Vasco Rossi ma poi usano gli stessi toni per i Verdena, e allora che cosa cambia? Cambiano le pedine, ma le leggi della celebrazione restano invariate. L’automobilista deve rispettare il codice stradale, altrimenti lo fermano e non guida più.
Ed è qui che secondo me entrano in gioco i blog. Non perché siano più bravi, più integri e più simpatici dei giornalisti. Ma perché non devono sottostare al loro codice stradale. Non devono fermarsi col rosso. E ovviamente non sono neanche obbligati a passare col rosso: non è necessario cioè che si mettano a stroncare qualunque disco gli capiti a tiro, o che lancino una provocazione ogni dieci minuti.
Ciò che conta è che se vogliono, possono.
Ad esempio, io posso dire che i Nirvana… ma di questo parleremo nella prossima PM.
“Ma sono ancora un antropo: voi no.
Voi siete avvoltoi”.
E’ curioso che, nella sua invettiva contro Oriana Fallaci (anzi, contro i suoi “figli”), L. utilizzi un lessico e una logica inconfondibilmente fallaciosi. Del tipo: io sono la civiltà, e dall’altra parte c’è soltanto la barbarie. Ed è curioso che fra le accuse ci sia quella di sfruttare cinicamente i morti (la stessa che OF rivolgeva ad Arafat qualche anno fa, con il medesimo linguaggio truculento e stillilleggiante).
Ma forse mi sfugge qualcosa, e gradirei che qualcuno mi spiegasse: quella di L. è una provocazione voluta o solo un involontario abbassarsi al livello del “nemico”? A giudicare dalle approvazioni che riscuote, propenderei per la seconda ipotesi.
Mantellini ha linkato la mia tesina sui blog.
Giovedì 9. Periferia di Milano. Oggi è giorno dispari, quindi diluvia (e quindi ho l’influenza). Arrivo a questa biblioteca che reca l’insegna PANIFICIO A PRODVZIONE CONTINVA – e che a parte questo, ricorda l’hotel di Shining. E giustamente lo psicopatico che mi apre la porta non è molto incoraggiante: tanto per cominciare, chiarisce subito che qui non si fanno fotocopie. Al più si possono ordinare delle fotografie digitali, che mi verranno costosamente recapitate a casa non si sa bene quando (ma non c’è problema, la tesi non l’avrò finita di certo).
E’ chiaro che mi sono infilato in una trappola, ma non mi perdo d’animo. Mi siedo e comincio a sfogliare i giornali che stavo cercando (roba tipo Il Resto del Carlino del 1968), mentre sento la bibliotecaria che telefona alle amiche per fare gli auguri di pasqua. Si può immaginare qualcosa di più deprimente?
Sesta puntata: lo zodiaco – Nel grigio pomeriggio del Sabato Santo, il Mago Gino viene accolto tra le mura domestiche del più brillante nuovo fenomeno della canzone italiana. Il Mago Gino oggi si dedica alle meraviglie dello Zodiaco: scopre infatti che questo Artista è nato sotto il segno dei pesci, segno che ricorre con straordinaria frequenza fra i cantanti. Il Mago Gino infatti interpella gli astri ogni volta che deve recensire un disco (eseguendo dei calcoli assai complessi, che purtroppo capisce solo lui). E dopo lo Zodiaco, si può finalmente dedicare ai piaceri della gola: e racconta con ammirazione della generosa madre che sforna piatti prelibati a un ritmo impressionante.
A pancia piena e col favore delle stelle, il Mago Gino è ormai ben disposto. Commosso, annota che l’Artista è a tutti gli effetti un ragazzo normale, affettuoso, ci mostra la sua stanzetta, che è quella di un qualsiasi giovane, se non fosse per un piccolo mixer a quattro canali, nascosto tra giornali e libri, e sul letto un basso elettrico, che rivelano l’attività di un musicista. E il pathos cresce, quando il Mago Gino confida: E come ogni ragazzo della sua età è ancora un fan. Parla di Vasco Rossi e di Eros Ramazzotti (che oggi conosce e frequenta) come dei modelli e ci mostra il frammento Dvd di un concerto a Bruxelles nel quale Ramazzotti, sapendo che lui era presente gli dedica un pezzo (e i belgi applaudono quando sentono il suo nome), dicendo: “Tu eri piccolino”, e piccolo lo era davvero perché il pezzo è Adesso tu, e parliamo del 1986.
Carràmba, Mago Gino: anche oggi ci ha regalato uno scoop. Ma non è finita. Il Mago Gino deve prima lanciare anche il suo anatema contro la critica musicale, colpevole di non avere capito per tempo di fronte a quale Genio si trovasse. Ma per fortuna oggi c’è lui a ristabilire la Verità, prima di ripartire verso nuove avventure, sempre verso la Terra Promessa della Buona Musica.
(questa puntata delle avventure del Mago Gino la trovate su Repubblica di oggi, pagina 32. Titolo: Tiziano Ferro. Una stanza, un letto e un basso ecco un soulman fatto in casa).
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