Il Blog della Domenica

Contro Castaldo. Senza se e senza ma

domenica, marzo 28, 2004
  NO AL MALTEM...

 

NO AL MALTEMPO. SENZA SE E SENZA MA

 

A nome di tutti i bloggers meteoropatici, protesto ufficialmente per questi continui, ripetuti, perseveranti sbalzi di temperatura. Perché nessuno lo dice? Perché si nasconde la verità? Ricordatevi che chi si astiene non si oppone.

 

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  UNA VITA DA ...

 

UNA VITA DA PRODIANO

 

Ovvero: quest’oggi il BlogDellaDomenica vi offre una PippaMentaleGigante: rispondendo all’invito dei compagni di spocchia, ecco infatti a voi un’utilissima analisi armonico-sociologica del nuovo Inno dell’Ulivo. La consiglio contro gli intellettuali mediamente snob: sorprendeteli con l’adornismo d’accatto! Dopo pochi secondi se ne andranno mogi mogi, e finalmente ve ne sarete liberati una volta per tutte.

 

Si può dire che, in Una vita da mediano, l’apparente esaltazione di una tranquillizzante medietà cerca di nascondere un’idea latente di superuomo che emerge dalle pieghe del tessuto musicale (vera metafora del messaggio politico). Infatti la staticità del piano tonale – che vorrebbe rassicurare l’ascoltatore/elettore frastornato da anni di turbolenze berlusconiane - è talmente insistita da risultare alla lunga inquietante, adombrando la minaccia di un immobilismo brezneviano.

 

Come si attua questa straordinaria divaricazione fra il piano verbale (messaggio esplicito) e piano musicale (messaggio implicito)? Innanzitutto affermando il classico giro di accordi I-IV-V-I: l’intero percorso ruota intorno alla tonica, come la terra gira intorno al sole, come – infine – il popolo gira intorno al suo leader.

 

Altro che mediano! Nella prima parte del brano, questo schema armonico si ripete la bellezza di 11 volte senza varianti. Le sfumature sono pochissime, quasi inesistenti, perché qualsiasi raffinatezza rischierebbe di contraddire la banalità populista, finendo per apparire aristocratica. Inutile dire che questo schematismo unanimista, dal quale viene programmaticamente espulsa la dialettica, testimonia una tentazione autoritaria rispetto alla quale è indispensabile aprire le orecchie. Aggrappandosi a una disperata richiesta di unità, infatti, Una vita da mediano nega che possano esistere diverse visioni che si confrontano democraticamente. Per superare i dubbi e le divisioni, ci si affida completamente al leader.

 

Siamo a più della metà dell’Inno, e ancora non è successo nulla. Finalmente arriva l’annuncio di un cambiamento, l’accenno di un ponte modulante. Peccato che non moduli affatto, e che duri soltanto 2 giri. Il dibattito sta tutto qui, in un’alternativa che lascia intatto il piano tonale (e dunque alternativa non è), sterile e inconcludente, e viene perciò immediatamente seguita dal trionfale ritorno del giro fondamentale che si ripete altre 7 volte (ossia fino al termine). Complessivamente,  il giro fondamentale occupa 18 unità, contro le 2 del giro secondario (con una proporzione schiacciante di 9:1). Altro che mediano! Il leader non si discute: ad un certo punto darà l’impressione di allontanarsi, lasciando il posto a un vago girotondo armonico che dimostrerà ben presto la sua provvisorietà. Richiamato a gran voce, tornerà quindi per essere confermato definitivamente nel suo ruolo.

 

“Lì, sempre lì, lì nel mezzo” è, non a caso, l’unico verso artisticamente autentico della canzone. L’unico nel quale le parole si adattano perfettamente alla musica. Una ripetitività senza inizio e senza fine: il leader è sempre lì, nei secoli dei secoli, e sarà sempre lì. Lì nel mezzo.

 

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  DIO CE LA ...

 

DIO C’E’ LA MANDI BUONA

 

Doveva avere fatto le ore piccole, il mio maestro-collega R., quando ha scritto la partitura teatrale dello spettacolo. E dopo una buona decina di pagine con indicazioni minuziose e fittissime sulle luci, i suoni, i movimenti degli attori, le aperture del sipario, questa sgrammaticata preghiera finale mi è sembrata una sintesi perfetta di forma e contenuto. O forse non significava niente, ma quando sei in uno stato mentale febbricitante – come me in questo periodo – diventa tutto una metafora involontaria delle tue speranze, o delle tue paure.

 

Alla fine, comunque, è andato tutto liscio. Dio c’è la mandi buona. Anche per un sacco di altre cose.

 

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  I GRANDI SUC...

 

I GRANDI SUCCESSI DELLA SINISTRA GOLIARDICA / 1 – “CHI SI ASTIENE NON SI OPPONE”

 

Il bdd non si tira mai indietro, quando c’è di mezzo una rissa. Ma questa volta l’argomento era serio, e ho pensato: almeno sulla pace cerco di non fare troppo il cialtrone. Allora mi sono tenuto per me l’incazzatura gentilmente offerta dalla rassegna stampa di Radio Popolare e dalla prima pagina de L’Unità di domenica scorsa (roba da MinCulPop), e pensavo di esserci riuscito. Almeno io ho evitato di dare il mio contributo alle divisioni e alla creazione dei nemici a sinistra – ho pensato.

 

Poi ho letto questo. E che sarà mai? La solita puttanata dell’analista politico della domenica che pensa di avere capito tutto dell’universo mondo, la solita spacconata del citrullo umanitario che non meriterebbe nemmeno di essere discussa, se non fosse che viene dopo altre mille inutili, idiote, ciarlatanesche analoghe cagate che dimostrano solo una integrale intolleranza verso chi ha opinioni diverse dalle proprie.

 

Già li sento, i grilli parlanti: “Ah, ma tu non devi insultare…”. Io insulto? Sì, certo. L’ho sempre fatto, divertendomi ad osservare la coda di paglia di chi alimenta gli insulti politicamente corretti (quelli a berlusconi, a schifani, a d’alema etc.) e poi corre dalla mamma appena gli tocchi uno dei suoi cocchini. E almeno il bdd usa insulti veri, non quelli ripuliti di chi definisce (nei commenti a quel post) “vivaci, colorite, un po’ sopra le righe ma non violente” le contestazioni a Fassino. E’ tutto un fatto di colore? Bene, non c’è nulla di preoccupante quindi. Oggi vado “un po’ sopra le righe” anch’io.

 

“Chi si astiene non si oppone”. Per loro opporsi è un dogma, una imprescindibile garanzia di moralità che dispensa dal doversi confrontare con la complessità delle cose, e con il fatto che – sembra incredibile, vero? – le cose ogni tanto cambiano. Ad esempio, con il fatto che l’Onu … ma lasciamo perdere, non voglio nemmeno entrare nel merito della questione “occupazione sì, occupazione no” perché è secondaria rispetto all’accettazione reciproca. Chi non accetta l’avversario (avversario?) perché “non si oppone” non è un pacifista, ma piuttosto un manicheo come ce ne stanno davvero troppi. Vogliamo dialogare? Eccoci. Ci abbiamo provato più di una volta. Con l’unico risultato che – appena cerchi di mettere in discussione (non di negare, solo di mettere in discussione) qualche luogo comune – passi per un seguace di Emilio Fede. Allora diventi “fumoso” e “incerto”, perché non ti “opponi” abbastanza. Si comincia così, e poi finisce che il "provocatore" sei tu perché hai cercato di entrare in un corteo (e speriamo che si finisca qui, ma ho i miei dubbi).

 

“Impudente” e “supponente” come non mai, Fassino ha preteso perfino di partecipare alla manifestazione “come se nulla fosse successo”, guarda un po’. E che cosa era successo? Che aveva commesso il tremendo delitto di partecipare a una manifestazione contro il terrorismo a fianco dell'Orco Cattivo. Ma che faccia tosta, questo Fassino…

 

Questa è già violenza, cari miei. Non quella dei disobbedienti: quella di chi la giustifica e minimizza perché “su un milione di persone erano lo 0,01%” (Flores). E vorrei anche vedere! Se applichiamo le percentuali, allora anche il terrorismo e lo squadrismo sono fenomeni trascurabili: il problema è il consenso diffuso che raccolgono, o almeno la mancanza di dissenso (e una condanna di maniera è mancanza di dissenso).

 

E a questo punto Caruso si rivela il migliore di tutta la combriccola, perché almeno non si nasconde dietro le buone maniere. Gli ipocriti sono peggio, perché credono che per essere non violenti basti tenere a posto le mani, o non interrompere l’interlocutore durante un dibattito televisivo. Perché si sa, il popolo della sinistra è infallibile per definizione. La colpa è tutta dei DS che si ostinano solo a cercare “una manciata di voti al centro” (e tanto poi hanno “già smesso di essere un partito”). Come no.

 

Ma allora, se uno deve sentirsi dare del “provocatore”, dell’”impudente” e del “supponente”, tanto vale che fornisca un valido motivo - e per quanto mi riguarda non mancherò. Vogliamo la rissa? Per me va bene, se la rissa diventa l’unica possibilità di confronto. Figuriamoci cosa gliene ne frega, a un cialtrone come me, del senso di responsabilità: se la sinistra non è abbastanza grande per tutti e due (massimalisti e riformisti), che volino pure i ceffoni. Ma non saremo noi gli unici a prenderli: chi è abituato a ragionare in termini di liste di proscrizione, si prepari pure a finirci dentro. Anche noi (noi chi? Boh, questo devo capirlo ancora) saremo “coloriti e sopra le righe”, come tanto piace ai citrulli umanitari.

 

Alex Zanotelli dice che non bisognerebbe andare alle manifestazioni con le quali non si è d’accordo? Non si preoccupi, verrà accontentato. E verranno accontentati Colombo, Ingrao, Strada, Casarini, Agnoletto, i blogger di guerra, Flores, Rizzo, Diliberto. Bravissime persone, certo, ma politicamente delinquenti. E che della sinistra sono – loro sì, altro che Fassino – le vere icone intoccabili: tanto è vero che ai cortei non si beccano i fischi (che meriterebbero in abbondanza), ma ovazioni plebiscitarie. Grazie alla schifosa vigliaccheria di un popolo della sinistra ancora succube di questi ricatti morali.

 

“Chi si astiene non si oppone”. Infatti. Bisognava votare sì.

 

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  BENTORNATI ...

 

BENTORNATI

 

Ai due amabili cialtroni (grazie a Spocchia per la segnalazione).

 

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  FUTURISTI DE...

 

FUTURISTI DELLA DEMOCRAZIA

 

Beh… qualcosa di buono l’ha fatta.

 

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  E ORA TOCCA ...

 

E ORA TOCCA AL FESTIVALBAR!

 

Il COMandante Tony RENIs, così come alacremente era andato pianificando da anni, ha mosso infine l’attacco decisivo al cuore della sovrastruttura sottoItalianoide della canzonetta penInsulare. Il disegno rivoluzionario si è immancabilmente attuato: dopo avere ricalcato per decenni i soliti vecchi schemi, il Festival di Sanremo è stato letteralmente espulso dal buco del culo della società, ingoiato dal water della cultura, e infine sospinto giù da un vigoroso e tuonante sciacquone proletario. L’ormai ex-“Festival di Sanremo” 2004 ha visto montare l’onda di un rinnovamento epocale, che non può non prendere atto della crisi di sistema dell’autoritarismo neocapitalista.

 

Vi siete per caso chiesti Perché non conoscevate nemmeno un cantante qUest’anno? Il solito carrozzone giornalettistico di quart’ordine ha sciorinato la sua arcinota litanìa di farneticanti fantasticherie, senza spiegare (anche perché non ci hanno capito un cazzo… AH AH!) i veri motivi di questa inaudita parata di illustri sconosciuti. Ma come hanno potuto pensare che il compagno Renis non avesse calcolato tutto fin nel minimo particolare? Mario Rosini, Linda e gli altri sono infatti una selezione sceltissima di avanguardie al servizio del popolo, scelte dal compagno Renis per la più amBiziosa impresa mai tentata dalla classe operaia in questo BaLdraccoso e sudICiO paese DI MERDA! E’ FINALMENTE GIUNTO IL MOMENTO DI ATTUARE LA COLONIZZAZIONE DELLE COSCIENZE, come lucidamente aveva prevsto – oltre settant’anni fa – il nostro padre/compagno fondatore anTONIo Gramsci.

 

Rigorosamente al riparo dallo sguardo indiscreto delle telecamere, a pochi metri dal palco dove imperversava l’abile parodia (lungamente pianificata) di una kermesse di cartone (mai lasciare che il nemico sospetti qualcosa), il vero Festival della Sanremo Operaia si svolgeva fra collettivi e assemblee, fra un rigoglio di dibattiti e un fraterno scambio di opinioni anche divergenti (ma sempre costruttive). L'opposizione di alcuni, per la verità in minoranza, al semplice suggerimento di una certa ipotesi di lavoro analitico, come premessa per superare vecchi criteri di riformismo spicciolo e inconcludente, ha comunque rivelato non solo l'ovvia esistenza di ben chiare resistenze politiche, bensì soprattutto la difficoltà di parecchi cantanti di vedere come e fin dove perfino la musica e la sua organizzazione sono parte, momento del sistema merc(d)ificante neoliberista globalizzato. La esaltante settimana si è conclusa con l’approvazione – a grandissima maggioranza – di un documento programmatico che non sarebbe esagerato definire STORICO.

 

Dopo avere ricordato i meriti del compagno TONI Renis nella battaglia per la conquista di Sanremo, il documento prosegue ricordando che l’estate prossima vedrà la lotta del mondo musical-operaio unito contro l’ormai decrepito FESTIVALBAR. Inoltre si sottolinea la necessità improrogabile di avviare un processo di analisi e di critica delle strutture della musica nel quadro del loro peculiare tessuto socioculturale, e nel panorama della cultura e della società italiana in genere. Tale critica e tale analisi s'impongono oggi in termini nuovi rispetto al passato, tenuto conto che l'anno in corso vede in Italia e nel mondo la gloriosa resistenza dei partigiani iracheni, l'esplosione delle agitazioni del popolo della pace, e delle contestazioni alle guerre imperialistico-culturali del sistema, prime fra tutte quelle sedicenti “umanitarie”. Tutto questo richiede che anche la musica sia presente con un proprio discorso e una propria iniziativa altrettanto coraggiosi e decisi, in questo generale movimento rinnovatore.

 

Tale rinnovamento richiede una chiara visione di che cosa sono i rapporti e gli strumenti esistenti, per cui appunto il festivalbar viene indicato a titolo di esemplificazione, come un momento significativo del disagio e della degradazione in cui versa la vita musicale in Italia, riscontrandosi in esso quel tipico processo per il quale il lavoro musicale - sia quello delle masse artistiche e tecniche, che quello delle masse esecutrici - viene vanificato e tradito nei suoi fini culturali e sociali: come risulta in maniera clamorosa dall'oramai consolidato distacco del festivalbar medesimo dalla vita quotidiana (e dalla coscienza di classe) del popolo italiano, e dall'assenza di suoi organici collegamenti con l'organizzazione musicale del paese. Di nient’altro si tratta – dunque – che di un mercato delle vacche chiaramente speculativo, e quindi soprattutto una situazione culturale regolata da precisi interessi e da concezioni organizzative clientelari e confindustriali.

 

Nell’ormai lontano ’68 compiemmo l’errore di voler colpire platealmente le elites conservatrici, tentando una democratica lotta a viso aperto che brutalmente fu calpestata dalla repressione fascista della polizia, nonché infangata dai viscidi commenti dei pennivendoli filo-borghesi al soldo del regime. Ma da quella terribile lezione abbiamo tratto gli insegnamenti che ci consentono oggi di ritorcere contro il Sistema le sue stesse armi. Grazie alla sagace guida del compagno Tony Renis, la classe operaia si è trasformata e avanza luminosa come una inclita falange di lottatori di judo: sfruttare la forza del nemico come una leva da abbattergli contro, e possibilmente sul groppone!

 

Oggi c’è come non mai la necessità che i musicisti prendano una più completa coscienza del fatto che la loro opera e il loro lavoro vengono usati dal sistema a fini extra-artistici ed extra-culturali, per cui essi medesimi divengono strumenti e vittime del processo di merc(d)ificazione della cultura e dell'arte.

 

Senonchè, piaccia o no, alla musica stanno oggi di fronte scadenze che esigono nuove prospettive di analisi e quindi di azione, di radicale attacco, e critica, del sistema, degli strumenti attuali di produzione e diffusione musicale. In poche parole, GLI SPEZZETTEREMO IL CULO! E non saranno certo gli smidollati azzeccagarbugli dell’inconcludente riformismo nostrano (vedi bdd) né i “fessini” del politically correct a fermare l’impeto allegramente massacratorio del COLLETTIVO WU-MINCHIA!

 

IL CoLLeTTIVO WU-MINCHIA E’ TORNATO! VIVA IL CoLLeTTIVO WU-MINCHIA! ViVA IL BAsTARd-pOp AL SERVIZIO DEL PoP-OLO!!!

 

Un post che WuMinchia aveva il dovere di scrivere alle 13:13 commenti (3)

domenica, marzo 21, 2004
  VA BENE, RIT...

 

VA BENE, RITIRIAMO LE TRUPPE DALL'IRAQ

E poi?

 

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  ... E ADESSO...

 

... E ADESSO L'EGEMONIA CULTURALE CE LA FACCIAMO NOI

Il di-bat-ti-to iniziato la settimana scorsa continua. Chi sono gli intellettuali organici oggi? Chi i gramsciani? Dove sta il dissenso, e dove invece l'egemonia culturale?

Dopo gli apprezzati interventi dei prestigiosi e funambolici companeros, un nuovo amico affaccia un'ipotesi inquietante. Se ci ritroviamo oggi tutti qui a dire che il festival di mantova è una cagata, forse è perchè è questo ciò che prescrive la nuova egemonia culturale. Un'egemonia "limitata al mondo blogghico", ma pur sempre un'egemonia.

Infatti, è per quello che avevo trovato banale prendersela con Mantova. Detto questo, però, sarebbe ozioso fare la pecora bianca solo per polemizzare con le pecore nere che polemizzano con le pecore bianche. Non credo che occorra scegliere il proprio colore in relazione a quello altrui - né per conformismo, ma nemmeno per anticonformismo. Elrocco mi faceva riflettere sul fatto che - sul rapporto fra musica e politica - la posizione del bdd sarebbe assai apprezzata da Adornato. Ma che ci può fare il bdd? Cambiare idea solo per fare dispetto a costui?

 

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  L'AGENTE IMM...

 

L'AGENTE IMMOBILIARE DELLA DOMENICA

Se stai cercando casa a Bologna, l'aidd ha quello che fa per te. Camera singola, adiacenze via Zamboni, prezzo modico, ideale per bloggers (fibra ottica 24 ore su 24). Affrettati, che occasioni come queste capitano una volta sola.

 

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  NE' CON FERR...

 

NE' CON FERRARA NE' CON SCALFARI

Sono momenti difficili, nei quali è per tutti più facile - anche per noi - dire che cosa è sbagliato, piuttosto che ciò che è giusto. E' solo per effetto di questo sbandamento se ci permettiamo di dire ciò che ci sembra sbagliato nelle due analisi più autorevolmente estreme finora lette sul voto in Spagna e le sue conseguenze.
Non ci convince Giuliano Ferrara, quando scrive che l'Occidente è stanco, rammollito, disossato dal benessere, effeminato dal piacere, reso impotente dalla procreazione assistita, in coma farmacologico e sotto sedativi televisivi, e che per questo è in fuga. Diamine, dove l'abbiamo già letto? Magari in un comunicato di Bin Laden, del genere «voi amate la vita, noi la morte»? Non è la jihad che è sicura della vittoria finale perché noi occidentali siamo ebbri di vizi e privi di valori trascendenti? Il nostro amore per la democrazia è così flebile che basta un'alternanza di governo in Spagna per farci concludere che la civiltà occidentale è prossima alla fine, che tra un po' riassediano Vienna e riconquistano l'Andalusia? Dice Ferrara: «Noi siamo esausti, l'Islam non lo è». Ma le ha lette le statistiche sul pil, la povertà, l'alfabetizzazione, la produzione editoriale, il numero di università nei paesi arabi negli ultimi vent'anni? E' l'Islam esausto, avendo esaurito nell'insuccesso tutti i tentativi di imitare il peggio dell'Occidente (nazionalismi e socialismi da ultimo). E le ha lette le statistiche su quanto sia esausta la società spagnola, dopo la spettacolare corsa economica, sociale e culturale degli ultimi vent'anni? (Consigliamo umilmente la lettura dell'editoriale del Financial Times, che riproduciamo in parte qui sotto).
Non ci convince nemmeno Eugenio Scalfari. Lui dice che la guerra al terrorismo non si fa con la guerra, ma prosciugando la famosa palude dove nuota il pesce terrorista. E' lo schema Br, che Scalfari esplicitamente cita, giustamente rivendicando a sé un passato di fermezza. Ma dove sono oggi queste paludi? Negli anni '70 erano nelle fabbriche di Genova, nelle università di Padova, nelle periferia di Milano. Si andava, si prosciugava, si estirpava. Oggi le paludi sono in Mesopotamia, sono nello Hejaz saudita, nell'Hindu Kush tra Pakistan e Afghanistan, sulla costa marocchina. Che facciamo? Per prosciugare, dobbiamo andare. Anche se ci andiamo con un testo di Voltaire tra le mani invece che con un mitragliatore, bisogna che ci facciano accomodare. Attenzione, la tesi del prosciugamento è in realtà la via dei neo-cons: il cambio di regime. Perché l'acqua in cui nuoterebbero i terroristi (la povertà, la fame, la miseria, l'ignoranza; anche se uno dei marocchini arrestati in Spagna gestiva un negozio di cellulari e vestiva Lacoste) è gelosamente protetta dai regimi locali.
Con tutto il rispetto per il rovello che ci prende tutti, proviamo a evitare le risposte facili. Se le risposte fossero facili, non saremmo dove ci troviamo adesso.

(dal Riformista, 17 marzo)

 




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domenica, marzo 14, 2004
  ADORNATO E L...

 

ADORNATO E L’ADORNO DELLA DOMENICA

 

Cominciavo a dolermi che il pallone gonfiato su Guccini fosse caduto nel vuoto. Poi ho letto un interessante commento anonimo a questo post del dr. Inkiostro, e finalmente il nodo è venuto al pettine:

 

chiaro che non ti convince, perchè tu sei uno zanzinino conservatore caro il mio ilblogdelladomenica, basta vedere quello che hai scritto su guccini, degno di Bertoncelli. Per carità con le tue sacrosante ragioni estetiche, che condivido pure, ma ti pare che Guccini possa aver parlato di Arte con la A maiuscola? Ma ti pare che Guccini condivida la propria elegia funebre propinata da Fegiz con tanto di "Poeta"? e i 4 accordi, quando mai sono stati di + in Guccini?!

 

Guccini a suo tempo cantava “io non ho mai detto che a canzoni […] si possa far poesia”. Oggi si autocelebra esattamente come poeta (e chi altri “con le parole gioca a rimpiattino”?). P maiuscola? minuscola? Secondo me è maiuscola, perché punta in alto, verso l’elitarietà che si stacca dalla massa.

 

ma è quando te ne esci con " detesto chi usa la musica come pretesto per parlare di altre cose: la musica è un linguaggio potente e scorretto per la politica, in quanto ti suggestiona con le emozioni invece di convincerti con il ragionamento" che Adornato si alzerebbe per una standing ovation.

 

E’ vero, questo potrebbe anche imbarazzarmi un po’. Ma non mi lascio condizionare dal fatto che Adornato apprezzi o meno i miei post. Detto questo, spiegami perché l’utilizzo di un “ragionamento” ti scandalizzi così tanto.

 

Gia pronto il decreto. E chi determina cos'è Politico ( mi raccomando la Maiuscola)?

 

E’ il solito equivoco (io mi ripeto, lo so, ma anche voi…). Posso dire che non mi piace una cosa senza per questo invocare una legge che imponga a tutti i miei gusti? Posso?

 

(Per quanto riguarda Bertoncelli, invece, non posso accettare il paragone. Quando Guccini canterà “… un bdd o un prete a sparare cazzate” ne riparleremo).

 

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