Il Blog della Domenica

Contro Castaldo. Senza se e senza ma

domenica, gennaio 25, 2004
  AMABILI CIAL...

 

AMABILI CIALTRONI

 

Cialtrone è chi insegue un modello troppo elevato per le sue possibilità. Ma in un altro senso, cialtrone è anche chi – demistificando la cialtroneria istituzionalizzata – viene immancabilmente tacciato di cialtroneria dall’istituzione stessa. Labranca, Spocchia, SecondaVisione, StillIllCommozioneCerebrale… la cialtronsfera si sta popolando sempre più. Merita ormai di fare gruppo a parte nei permalinks.

 

Il blogger della domenica, sempre nicolazzianamente equidistante, riesce invece nell’impresa di essere cialtrone in entrambe le accezioni…

 

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  A ME LAVANG...

 

A ME L’AVANGUARDIA MI FA CAGARE (pensieri amorfi)

 

Una volta la popular music era TUTTA arte “bassa”. Ora si è arrivati all’assurdo che – all’interno della ex-arte “bassa” – si distingue tra buona e cattiva musica, tra musica di qualità e non, tra musica di serie A e di serie B. Dopo avere dato una dignità alla popular music in virtù del superamento del concetto stesso di “alto” e “basso”, oggi si riproduce il medesimo settarismo. Con la differenza che, nel frattempo, la popular music ha eliminato ogni altra tradizione musicale, dimostrando così il suo carattere totalizzante e colonialista.

 

Diceva Edgar Morin: per analizzare la cultura di massa bisogna divertirvicisi, non puoi parlare del juke-box se ti fa schifo infilarci la monetina. Una apparente ovvietà (per quanto paradossale): l’unico modo per diventare immuni al ciarpame che ci circonda è sguazzarci dentro. In questa frase, però, si intravede anche la premessa ideologica secondo la quale la cultura di massa potrebbe essere studiata solo con un atteggiamento di simpatia, e non con il distacco riservato agli altri campi dello scibile. Sarebbe come dire che non puoi analizzare il fascismo se ti fa schifo Mussolini. O che non puoi fare ricerche sulla SARS se non hai una inconfessata passione per i virus.

 

Nella prefazione del 1974 ad Apocalittici e integrati, Eco auspicava il superamento di un’azione culturale rivolta al “miglioramento” dei messaggi (concetto ingenuamente illuministico) in virtù di una “guerriglia della ricezione”, che mi sembra invece assai più interessante ed attuale (benché non attuata). La “contro-informazione”, dal canto suo, mostra oggi tutto il suo precoce invecchiamento rispetto alle promesse di quegli anni, diventando un veicolo di notizie altrettanto parziali e fuorvianti di quelle veicolate dall’industria dominante. E due bugie non fanno una verità.

 

Con i mass-media tradizionali non si realizza una vera democrazia comunicazionale, perché il mezzo ha costi considerevoli e dunque per poterlo usare occorre fornire un prodotto che piaccia a un vasto pubblico. Il digitale, con l’abbattimento delle spese di produzione, consente invece a tutti di esprimersi, senza che il successo diventi la conditio sine qua non della sopravvivenza.

 

L’artificio più sottile del manipolatore è quello di far credere che egli non sia un manipolatore. Così, quando si esalta la saggezza di quella nicchia di pubblico che sceglie la musica “di qualità” – opponendola alla massa che segue i suggerimenti dei manipolatori - si sta compiendo proprio la stessa operazione: suggerire al pubblico ciò che bisogna comprare.

 

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  LA CRISI...

 

LA CRISI PERMANENTE

(attenzione: post lunghissimo e ad alto tasso di spocchia)

 

Perché è in crisi il mercato del disco? / Conseguenze della recente inflazione – I prezzi sono rimasti troppo alti, la “merce” qualitativamente (nel campo della canzone) troppo scadente.

 

Scritto appena ieri, si direbbe. Invece è il titolo di un articolo de l’Unità uscito il 26 maggio 1961. Imbattendomi nel quale, evidentemente, non potevo fare a meno di pensare al manifesto di Assante sulla crisi dell’industria discografica (post del 12 gennaio).

 

Manifesto nel quale si parla della “rivoluzione” causata in questi ultimi vent’anni dall’invenzione del compact disc: come se il cd fosse intervenuto a guastare uno status quo millenario risalente ai tempi di Noè. Si dà il caso però che anche il cd sia un supporto fisico, tanto quanto il vinile: dunque questa rivoluzione è soltanto una fase, forse più accelerata, della rivoluzione vera e propria: quella iniziata nei primi decenni del Novecento con la nascita del mercato discografico. E se rivoluzione è forse un termine inappropriato, chiamiamola pure crisi. Ma è una crisi che inizia un secolo fa, non certo adesso.

 

Dice Assante: Uno dei principali motivi di disamore verso i dischi è dovuto alla qualità stessa della musica che contengono. E’ singolare che anche qui si ripeta esattamente quanto veniva detto già quarant’anni fa (e non era solo l’Unità a dirlo). Come è possibile che ciò che allora era “scadente” sia divenuto l’Eden da rimpiangere? Io ho l’impressione, piuttosto, che questa sia la voce di un feticista del 33 giri, che ha sempre proiettato sulla musica l’amore che provava per l’oggetto. Per il quale la “vera” musica era quella che si faceva nell’epoca del vinile. E che adesso, di conseguenza, finisce per confondere il disamore per il disco (inteso come oggetto) con un disamore per la musica tout court. Il fatto che il disco non sia più un feticcio, che non venga più custodito e collezionato come una volta, deve sembrare allora il segno di chissà quale declino della civiltà. Ma il disco non equivale a quello che c’è dentro. La musica non è una moto da lucidare e su cui andare a fare un giro la domenica, o un vaso di porcellana da tenere in salotto. E’ la generazione pre-digitale, se mai, che ha coltivato questo assurdo culto del supporto fisico come se fosse una legge di natura. Non lo è.

 

In particolare, Assante se la prende con la musica elaborata a tavolino, le canzoni mordi-e-fuggi, le boy band eccetera. Tante grazie, ma queste cose non siano il prodotto dell’era digitale, come Assante lascia intendere. Esse sono lo splendido regalo che ci ha fatto l’era del disco, sono l’eredità che ci lasciano questi cent’anni di industria musicale, in cui il valore della musica è variato in maniera inversamente proporzionale a quello del supporto fisico: più il supporto fisico diventava prezioso, più la musica si svalutava, mercificandosi e diventando un mero pretesto. O vogliamo pensare che siano state tutte rose e fiori, tutti Louis Armstrong e Bob Dylan? I prodotti da catena di montaggio esistevano anche negli anni Trenta, quindi è un po’ difficile addossarne la colpa al compact disc o all’mp3: diciamo che nell’industria musicale la musica è sempre andata a braccetto con il costume, in un rapporto instabile ed ambiguo. Che senso ha dunque scandalizzarsi per i Take That e le Spice Girls, preoccuparsi per queste punte di un iceberg che riguarda il fenomeno nella sua interezza? Diciamo al più che nel corso degli anni l’industria musicale si è fatta sempre più spudorata, incoraggiando ed estremizzando la divisione in generi che è perfettamente funzionale al profitto (e alla quale la musica cerca invano di sottrarsi). L’industria ha metabolizzato perfettamente anche la musica “alternativa” (uso di proposito questa definizione, perché trovo idiota dover trovare ogni anno nuovi termini per designare lo stesso oggetto); perfino le mescolanze di generi vengono subito impacchettate e codificate come generi a sé stanti, e come tali inviati subito al loro target più opportuno.

 

Il mercato discografico è stato il contesto socioeconomico in cui si è sviluppato quell’arcipelago di stili musicali (jazz, blues, pop eccetera) che costituiscono la popular music. Non si è trattato di un fenomeno imposto dall’alto, ma della risposta a un bisogno diffuso: i vuoti vanno sempre riempiti. E la popular music è intervenuta a colmare l’enorme vuoto che si era creato, in quell’epoca, fra i compositori tradizionali e il pubblico. Nessun ruolo messianico, dunque, nessun Mar Rosso da attraversare e nessuna Terra Promessa da conquistare – come vorrebbe invece una certa mitologia posticcia ed autocelebrativa. E’ tipico di ogni fenomeno della storia umana, quando lo si vive dall’interno, pensare che si tratti dell’avventura più grandiosa e straordinaria mai realizzata. Ma è un’illusione destinata a cadere, non appena il fenomeno giungerà al suo naturale esaurimento. E allora forse lo si potrà studiare con il necessario distacco.

 

Ovviamente non sta a noi dire quando ciò avverrà. Non si tratta di fare i profeti della domenica, e di mettersi a leggere i tarocchi per poi magari uscirsene con l’ennesima proclamazione che il rock è morto. Bisogna al contrario volgersi al passato, e non certo per confermare i fraintendimenti e le interpretazioni dogmatiche e di comodo che si sono imposte nel corso dei decenni. Che cosa è stata la popular music? Apparentemente un fenomeno postmoderno e parassitario, che si è cibato di tradizioni musicali preesistenti (quella colta europea, quella africana, quella sudamericana) decretando al contempo la loro fine. Si è trattato in pratica di un’arte combinatoria, che a seconda delle diverse miscele ha dato vita ai vari generi o alle varie mode: il blues, il pop, il jazz, il rock eccetera. Ma come, e l’elettronica? Mediata anche quella, dalla musica colta d’avanguardia.

 

A queste conclusioni, almeno, dovremmo giungere se seguissimo fino in fondo la logica di quegli emeriti buffoni che, per descrivere un musicista, ricorrono alle percentuali: 40% di Tizio, 35% di Caio, 25% di Sempronio. Manco si trattasse di un grafico di borsa. Salvo poi appellarsi a non meglio determinate caratteristiche salvifiche o “di culto” della musica, senza che sia dato sapere da dove sbuchino tali maravigliosi effetti. E non vorremo veramente lasciare il giornalismo musicale nelle mani di questa gente, vero?

 

Anche oggi c’è un vuoto da colmare. Non di musica, però: di critica. L’offerta di musica è enorme, ma il pubblico è disorientato perché nessuno gli offre gli strumenti per giudicarla. Gli si offrono i giudizi belli e pronti, certo, il signore sì che se ne intende. E inevitabilmente, in questa totale assenza di dialettica, ognuno finisce per adeguarsi a ciò che ci si attende dalla sua subcultura di appartenenza: perché è l’unico appiglio che gli viene dato, anche se ha a che vedere più con il contesto che con la musica stessa. E poi ci scandalizziamo dell’Iva al 20%? Ipocriti! La verità è che tutti si comportano ormai come se la musica fosse un orpello, un pretesto, un prodotto. Tutti sempre così lesti a condannare il sistema. E appena si fa un nome e un cognome ecco che scattano i distinguo, i se e i ma, e giù a giustificare l’arte del compromesso nonché la piccola mafiosità con la quale si promuove la musica degli amici e si stronca quella dei nemici. Ci comportiamo come se la musica fosse un bene di lusso, un articolo da promuovere, un piacevole sottofondo da abbinare all’aperitivo? Allora ce la meritiamo, l’Iva al 20%.

 

Del resto, la musica è un ottimo banco di prova per l’economia di mercato. Infatti il capitalismo, essendo una ideologia tendenzialmente totalitaria, cerca di estendersi ad ogni campo della vita umana – monetizzandola integralmente. Nel momento in cui viene applicato ad un oggetto astratto come la musica, però, il capitalismo dà luogo a una contraddizione non superabile: noi quando andiamo al negozio compriamo il supporto fisico, non la musica. Che essendo per definizione immateriale, non può essere comprata né venduta per il semplice fatto che non può essere posseduta. Per cui, se la diffusione via internet elimina il supporto fisico, il mercato discografico si trova nella poco invidiabile situazione di non avere più nulla da venderci. E allora a cosa serve? A niente, infatti. O meglio: a se stesso.

 

Eppure – nonostante la diffusione via internet sia già possibile e praticata – il niente dell’industria musicale continua ad autoalimentarsi con le sue liturgie, imponendosi come una pseudoreligione per convincere il pubblico della sua necessità. La crisi è l’unico suo possibile modo di essere, e l’emergenza la sua unica condizione operativa. Non solo l’industria smercia il suo niente attraverso le strutture che le sono proprie (il management, la pubblicità), ma anche grazie al sostegno degli intellettuali: i quali, invece di proporre una propria idea della musica, accettano esattamente quella mercantile basata sul successo, sul profitto, sulla top ten. Si illudono di poter raggiungere un compromesso fra questi valori e quelli estetici, ma è un equivoco: l’arte non si misura in euro, come l’anima non si misura in grammi. Sono semplicemente valori e misure non riducibili l’uno all’altra: e si escludono a vicenda. Si tratta solo di scegliere di quale occuparsi.

 

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  SARA UNA ME...

 

SARA’ UNA METAFORA?

 

Assante racconta (14 gennaio) che la sua figlioletta, di dieci mesi, ha come gioco preferito quello di prendere i cd e buttarli per terra. E’ facile farlo, e si diverte molto. Lei. Ad Assante, invece, tocca rimettere le cose a posto, con un molto meno divertente lavoro di scavo tra le reliquie discografiche. Ma questa è per lui anche l’occasione per riscoprire dischi rimasti per anni a prendere la polvere sugli scaffali.

 

Che sia questo, il destino delle giovani generazioni? Eccoci qua, siamo appena nati, non siamo tenuti a sapere le differenze fra James Brown e Alan Sorrenti: noi sfasciamo tutto. Sì sì, poi studieremo e capiremo, ma prima dobbiamo fare una cosa: prendere i dischi, tutti i dischi sullo scaffale di papà così meticolosamente ordinati, e gettarli sul pavimento.

 

Eccolo, il grado zero. Una moquette di reliquie discografiche da calpestare allegramente, facendo scricchiolare senza pietà la plastica dura delle custodie. Non è quello che stiamo già facendo in quel grande troiaio che è il peer-to-peer? Ma quali album interi, ma quali capolavori. Nella  cartella condivisa, Money dei Pink Floyd sta fra Cristiano Malgioglio e Luigi Nono. Nella cartella condivisa ci sono titoli sbagliati, nomi scambiati, brani incompleti. E come dice Loser, è un grande rimescolamento di generi, identità e “caste” musicali.

 

Va bene, ma nascerà qualcosa di bello da tutto questo casino? E c’è qualcosa di bello nel bastard-pop, questa attitudine al riutilizzo creativo della musica attraverso la tecnologia digitale? Ne dubito. Ma non è questo il punto. Il punto è mettere fine alle caste della musica. Il punto è che per troppo tempo l’industria, coi giornalisti che ne fanno parte, ha cercato di imporre una monumentizzazione della storia del rock che ha pesato e pesa ancora come un macigno sui nuovi arrivati. Si è applicata (e si continua ad applicare) alla popular music la matrice culturale ereditata dalla vecchia cultura borghese: a forza di biografie e di enciclopedie, sembra ormai indiscutibile che la popular music abbia avuto i suoi Bach, i suoi Mozart, i suoi Beethoven. E si può forse prescindere da giganti di simile calibro? Macché: si farebbe la figura degli ignoranti. Il risultato è che ogni musica di oggi, secondo “chi se ne intende”, dovrebbe continuare ad essere giudicata solo in rapporto ai “classici” riconosciuti.

 

Le persone ragionevoli accettano questo paradigma. Ma i bambini no. Gettando lo scompiglio nelle collezioni di dischi del papà, lo costringono a riprenderli in mano, a riascoltarli, a riconsiderarli. Speriamo che per i grandi sia anche un’occasione per ridimensionarli un po’: giudicandoli per quello che sono, e non per l’importanza che hanno avuto nel contesto storico.

 

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  PALLON...

 

PALLONI GONFIATI / 9 – ALICIA KEYS

 

Nei laboratori sempre più inquietanti di Musica, lo scienziato pazzo Enrico Sisti lavora ogni giorno a nuovi mostri, terrificanti reincarnazioni degli artisti di ieri nei cafoni di oggi. Una delle sue più sorprendenti creazioni è Arecia: vale a dire, nientemeno che la nuova Aretha Franklin. Ma non solo:

Nessuno più di lei […] può aspirare al titolo di “Wonder Girl”. Nessuna più di lei è vicina a Stevie Wonder, anche per via di certe acconciature “molto Stevie Wonderish, non le pare? E poi sono così decadenti che nemmeno i miei occhiali di Gucci sono così decadenti…”.

 

“Anche”? “Anche” rispetto a cosa? Alla musica, immagino. Peccato che l’acconciatura venga descritta, la musica no. Il dottor Sisti fa invece il creatore di simpatia:

Poi ride, perché fare la vamp non le riesce. Dove comincia Alicia Keys? Da un autobus preso sulla Decima Strada dieci anni fa, destinazione Harlem. “C’erano dei giorni che partivo da casa […]. Era il mio mondo, non era ancora la mia casa. Prendevo nota dei dischi che non potevo comprarmi. […] Marvin Gaye, Rakim, Biggie Smalls, Jimi Hendrix, Donny Hathaway, Curtis Mayfield. O Chopin, mettiamoci anche Chopin”. Quindi è stata tutta “colpa” di Harlem, Chopin compreso.

 

Già, Chopin. La piccola Arecia è evidentemente l’unica erede del simpatico strimpellone polacco, una virtuosa che ci delizia con i suoi arpeggi e i suoi glissandi sopra sintetizzatori e batterie elettroniche. Per osmosi, trasforma in pianoforte tutto quello che tocca – e il dottor FrankSistein si entusiasma sempre quando scopre questi prodigiosi fenomeni. Ma c’è molto altro. Una bella favola alla pretty woman, per esempio:

I concerti (“mai visti, troppo piccola”) all’Apollo Theatre, Lenox Avenue, i musicisti di strada, la miseria, i profumi delle merende una volta proibite e poi riconquistate trionfalmente non appena strappato il consenso di potersi muovere liberamente per New York senza essere accompagnata. Harlem dove Alicia sarebbe andata a vivere a 17 anni, sola soletta. Harlem che ha dato ad Alicia, la piccola Alicia (per l’anagrafe la piccola Alicia Augello Cook) la possibilità di riprendersi tutto il “nero” che la sua pelle e i lineamenti del viso non dimostrano.

 

Si tratta ora di lasciare intendere che corpo e musica coincidano, facendo descrivere alla stessa Arecia i dettagli dell’innesto genetico:

“Mia madre non è bianca al cento per cento. E’ un mix spaventoso, da effetti speciali. Per tutta la vita l’ho vista frequentare afroamericani, ispanici, giapponesi perfino. E’ diventata di tutte le razze. E ora succede a me”.

Pur di creare altra simpatia, dunque, si propone l’equazione Arecia = No al razzismo. Uno legge, e pensa ehi, ma anche io sono contro il razzismo: la compro.

 

Ora che c’è la simpatia, il dottor FrankSistein può finalmente avventurarsi nel portentoso Diary of Alicia Keys:

Ed è un colpo al cuore […]. Diary of Alicia Keys è un capolavoro, la naturale evoluzione di Songs in A Minor. Riassume il senso della black music, affonda nella memoria, esalta il presente, ragiona immaginando un futuro in cui Nas e Rakim (Streets of N.Y.) possano rappare su un riff di pianoforte che sembra arrivare direttamente da Duke Ellington, mentre Alicia intona le due parole “New York” come fosse dentro un musical.

 

Sì, sì, Duke Ellington. Vai così, dottor FrankSistein! Continua a scoprire questa continuità fra passato e presente, dimostraci anche che Arecia riassume Mozart, Miriam Makeba, Garibaldi e Malcolm X! Che culo, scoprire che tutti questi geni si ritrovano in un’unica persona, nella quale si fonde il senso della black music.

Visti i contenuti, ascoltati i suoni, esaminati i brividi che provoca […] verrebbe da dire: questo disco dovrebbe uscire soltanto in vinile: quella è l’epoca! “Concordo. Mi sento molto ‘vinile’, mi piacciono i braccetti e le puntine, mi piace vedere i vinili appesi, quelli vecchi, le copertine storiche, mi piace che ci sia ancora qualche negozio che ancora li vende, e non solo rarità, mi piace l’odore dei vinili. E comunque non sarebbe male una limited edition in vinile, con pezzi rarissimi…”.

 

Il dottor FrankSistein è così ammaliato che non distingue più fra un urlo e un belato, e scambia per una leggenda del soul questa estetica da Smemoranda – che promette di svelare i pensieri e i sentimenti più reconditi, ma si limita a farci il solletico con le sue patetiche lovestories adolescenziali. Equivoci che capitano, ad un feticista del vinile, che applica automaticamente la doppia equazione: epoca del vinile = età dell’oro, epoca del cd = età della merda. Bei tempi, quelli… al dottor FrankSistein non sembra vero di avere trovato una così in gamba, così “giusta”, mica come quei ragazzini stupidotti di oggigiorno. Sempre più affascinato da questa saggezza, osserva:

Alicia ha 22 anni, ma quando parla di note scritte e cantate, quando prende e lascia i miti della black music, Sam Cooke, Bobby Womack (ascoltare il recitato all’interno di You don’t know my name…), Marvin Gaye, quando gesticola sorridendo e dice che Mary J.Blige è bravissima, che Aretha Franklin per lei è un onore soltanto nominarla o farsi fotografare assieme, sembra piuttosto sua nonna: saggia, tutta la situazione sotto controllo. […] Alicia e la sua “old soul”, la sua natura di nonna nascosta.

 

Il moderno Prometeo sfida così le ormai obsolete leggi dello spazio e del tempo: dopo avere trasformato Arecia nell’erede di Aretha Franklin, la fa salire nella macchina del tempo trasformandola addirittura in una sua antenata. Un gioco da ragazzi, per il dottor Franksistein, che al ritorno da New York si chiude di nuovo nel suo laboratorio – per elaborare le sue prossime, temibili creature…

 

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  BERLUSCONI E...

 

BERLUSCONI E’ TROPPO FILOCOMUNISTA, IO VOTO PER L’ULIVO

 

Loro lo sostengono da tempo: è Silvio B. il vero continuatore della teoria e della prassi di Marx e Lenin. Ora lo dice anche Michele Serra (sull’Amaca di qualche giorno fa): Forza Italia è un vero e proprio “covo di rossi”, per questo ogni anticomunista che si rispetti è passato dall’altra parte. E poi: è proprio così diverso, questo comunismo attuale, da quello di una volta? Dal colore rosso a quello azzurro. Dallo slogan della democrazia a quello della libertà. Dal Migliore al Cavaliere. Dal piano quinquennale al contratto quinquennale. Dalle assenze per il raffreddore sovietico a quelle per il lifting chirurgico.

 

Dalla fede incrollabile alla fede incrollabile.

 

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  MA ALLORA IO...

 

MA ALLORA IO PARLO TURCO?

 

No, Marcello, non ci siamo capiti. Avevo detto gli Articolo 31, non Dario Fo!

 

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  IL TITOLO PR...

 

IL TITOLO PROMETTE BENE

 

Come aveva anticipato nei commenti a questo post, l’anonimo ferroviere cosmico  ha smesso di trolleggiare in giro e ha parcheggiato la vettura. Qui.

 

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  UN ALTRO M...

 

UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE

 

“Se l’uomo è formato dalle circostanze, si devono rendere umane le circostanze” (Carlo Marx).

 

E se è così, forse i veri new global sono gli ingegneri della Toyota. Quest’anno entrano in commercio le vetture a motore “ibrido” (tradizionale ed elettrico). La produzione in serie dell’automobile a idrogeno, si prevede, inizierà verso il 2015.

 

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  IL TRENDSE...

 

IL TRENDSETTER DELLA DOMENICA

 

Stefano Disegni - su Ciak di questo mese - stronca Natale in India, specificando di non averlo visto: sostiene che è il primo esempio in assoluto di recensione preveggente. Beh… non è proprio il primo.

 

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domenica, gennaio 18, 2004
  E FI...

 

E FINALMENTE SONO ANCH’IO UN TREND-SETTER

 

Il mio auspicio diventa realtà: è arrivato l’IndieAggregator.

 

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  OHIBO...

 

OHIBO’… NON SAPEVO CHE CROSTINO SCRIVESSE SU “MUSICA”

 

Infatti questa settimana firma, con lo pseudonimo di Tommaso Pincio, una affettuosa intervista a tali Verdena. Il buon Crostino, però, sta cominciando a ripetersi. La trovata dello studio di registrazione ricavato nel pollaio, ad esempio, è un’idea vecchia: lo facevano già gli Eva Hegel.

 

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Make Prodi History


BDD alle primarie



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