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Contro Castaldo. Senza se e senza ma
I 10 CAPOLAVORI DEL 2003 - Conclusione (dal n°5 al n°1)
Cari amici, è stato un anno di grandissima musica. E i dischi assolutamente imperdibili sono questi. Buon anno a tutti gli appassionati di Buona Musica!
1 FRITTO MISTO - Su-Ghetto - Più che un disco è un autentico breviario dell'hip-hop e della black music. Il guaglione Beffa è il nuovo predicatore del verbo soul: un vero nero dalla pelle bianca.
2 PEPPE PATANE' - TIR is my life - Dal camionista col vizietto della musica, uno struggente affresco autobiografico. Un viaggio luccicante e selenitico nei misteri della psiche umana, sola davanti ai tornanti della vita.
3 SITUAZIONE ARISTARCO - Concerto per me medesimo - Come un viaggio nello "spazio interno", dove perdersi vuole dire davvero "perdersi". La fissità di una luce all'orizzonte da decifrare, in un percorso che sfocia in questo sogno bagnato di grandeur wagneriana. Una sinfonia tentacolare, dove la meccanica sferzante e la purezza sonora inscenano l'antico duello tra dionisiaco e apollineo che nietzchianamente formula il senso della tragedia.
4 EVA HEGEL - Suffocating Pharanoya - Canzoni brevi e intense, pregne di pura energia cinetica. A tratti quasi convulse, sempre terribilmente passionali. Due anime - quella emo e quella tecnologica - che si intrecciano con esiti sorprendenti in questo manuale di kloong-muzik nell'era informatica.
5 the NAKED SPUHR - Failed fusions in a nu-clear age -Ormai titolari di una ballata spaziale destinata a far scuola. Una sintesi di acustico e digitale che sa di "Pink moon" come di "Trance europe express". La loro capacità ricreativa/demiurgica in ambito elettronico li ha posti sul piedistallo dei giganti nella Storia della Musica.
5000 PAROLE? QUESTO DISCO NE MERITA MOLTE DI PIU'
Mi intrometto volentieri nella sfida che Loser aveva lanciato ad altri, perché l'idea mi sembra interessante: parlare di Hail to the thief in 5000 parole, ovvero senza liquidarlo troppo sbrigativamente. Io ci ho provato, cercando di attenermi alla musica: ma più per chiarire le idee a me stesso, per la verità, che per dimostrare alcunchè. Comunque in 5000 parole non ci riesco, quindi mi limito ai primi tre brani.
1) 2+2=5 - Si tratta di un pezzo di grande impatto. Nasconde però, sotto il facile effetto della contrapposizione fra piano e forte, una struttura raffinatissima. Sotto l'aspetto dinamico c'è appunto un contrasto elementare: alla prima sezione (piano) succede bruscamente la seconda (forte), dividendo il pezzo quasi esattamente a metà.
Sotto l'aspetto melodico-armonico, però, le cose iniziano già a complicarsi. Il brano ha una struttura del tipo A B B A, piuttosto inusuale. Ma la cosa più interessante è che questa struttura si interseca con quella dinamica: il forte, infatti, inizia con la seconda B. In questo modo, si ha una sorta di scacchiera: la prima A (piano), la prima B (piano), la seconda B (forte), la seconda A (forte). E questo è solo uno sguardo molto superficiale: infatti la prima A è composta di 5 (!) sottosezioni (un ancor meno usuale a b a c d), ripetute due volte. La seconda A, in compenso, è assai semplificata - praticamente una coda.
Nella prima sezione B, la complessità della struttura armonica lascia impercettibilmente il posto a quella metrica. Il tempo scandito dalla drum machine (in precedenza era 7/8) diventa ineffabile, ma contemporaneamente un metro più ampio (una specie di secondo livello) si delinea sulle macerie della struttura dissolta: la sezione di base infatti è in 5, e viene ripetuta quattro volte. Nella seconda sezione B, si ha il completamento del processo: scompare del tutto la drum machine e viene sostituita dal 4/4 di batteria rock. Rimane invece il metro di secondo livello, in 5. Quando si approda alla seconda A (la coda), infine, il metro in 5 si dissolve a sua volta e resta solo il ridondante ritmo rock che conclude il brano.
Ora, può sembrare che questa cosa del secondo livello sia una minchiata che ho inventato io adesso, ma non è così: in un libro che ho studiato all'università (il Canone infinito di Azzaroni) se ne parla sul serio. E non è un concetto così peregrino come può sembrare, infatti: la musica è sempre organizzata in unità di tempo, ma queste unità possono essere a loro volta raggruppate in altre unità più ampie (come fossero delle super-battute, per così dire). Di conseguenza, non esiste per forza un unico metro: in questo caso se ne hanno due (differenti) ad altrettanti livelli gerarchici. Naturalmente, nella stragrande maggioranza della musica (non solo pop ma perfino classica), questo discorso è superfluo: il metro è sempre in multipli di 2, e viene raggruppato in multipli di 2 - ma quando non è così, vale la pena di prenderne nota. Credo che ritornerò su questo concetto, cercando magari di essere più chiaro.
2) Sit down stand up - Questo brano non ha una vera e propria segmentazione, si tratta piuttosto di un ininterrotto crescendo (e accelerando) dall'inizio alla fine. Un saldo controllo del materiale evita le tipiche trappole del parossismo: ciò non toglie che Sit down stand up sia una traccia abbastanza inconcludente, che procede senza opporre resistenza verso un'autodistruzione annunciata.
Il crescendo, certo, non è solo un fatto dinamico: l'ultima parte del brano libera le tensioni che si erano accumulate nei primi tre minuti. In relazione a questo percorso, parlerei dunque di una lunga introduzione A (fino a 2'15''), di una sezione instabile B (da 2'15'' a 3'00'') e di una conclusione risolutiva C (da 3'00'' a 4'10''). E' il modo in cui viene costruita questa tensione che non mi convince affatto: vengono utilizzate infatti superficiali variazioni di arrangiamento, con un trucco di sicuro effetto ma di fragile consistenza.
La parte più incantevole del brano è dunque quella iniziale, dove l'inquietudine non si manifesta ancora esplicitamente, ma rimane a covare sotto la cenere. La voce intona una melodia discendente di due note, che quasi senza accorgersi diventa un loop. Su di esso si inserisce una seconda voce, che amplia l'arco melodico per poi concluderlo. Poi le due note di base si invertono in una melodia ascendente: sembra la premessa di un'evoluzione interessante, ma da qui in poi, come ho detto, la canzone inizia ad affidarsi ad elementi più spettacolari e vacui.
3) Sail to the moon - Non si può dire che sia un brano di grande impatto; è anzi così dimesso che dà l'impressione di qualcosa di interlocutorio. Ma come spesso accade coi Radiohead, i tesori non vanno cercati in superficie (come ha fatto ad esempio il Mago Gino, peraltro senza molta convinzione: che tristezza l'inflazione della parola capolavoro) - bensì nei dettagli della struttura musicale. Sail to the moon inizia con un esotico giro di accordi, al quale l'utilizzo di un tempo additivo conferisce un certo interesse. Il crescendo e il diminuendo dei ribattuti al pianoforte rendono simbolicamente l'impressione delle onde del mare. Questa introduzione si svolge in una tonalità secondaria, lasciando tutto in sospeso: la tonica viene raggiunta solo con la sezione successiva, che chiamerò A e che dura circa 9 secondi. In compenso, in questa sezione A, la tonica è assai insistita - anzi è praticamente l'unico accordo che si sente. La chitarra ci disegna un arpeggio sopra, che è uno degli elementi maggiormente riconoscibili del brano. A viene ripetuta 4 volte: le prime due strumentali, le altre due con la voce. Il tempo è sempre additivo, in 8, ma nell'ultima ripetizione (la quarta) c'è un'elisione: è in 6, anticipando rispetto al previsto il collegamento con la sezione B. La sezione B è anch'essa in 8, ma si tratta in realtà di un 6+2, perché gli ultimi due beats sono di collegamento con il ritorno della sezione A, e per certi versi sembrano appartenerle, annebbiando così la chiarezza dello schema. Schema che dunque non rende giustizia della complessità di questa musica, ma può servire come primo orientamento: da quando è entrata la voce, abbiamo dunque un A A B A. E siamo a circa 1'35'' del brano, neanche la metà.
Lo schema viene poi ripetuto tal quale per le prime tre componenti, ovvero A A B. Invece del ritorno alla A, però, veniamo sorpresi dalla sezione C. Doppiamente sorpresi, per la verità, visto che C altro non è che l'introduzione del brano con alcune varianti. Siamo al centro preciso di Sail to the moon, e da qui in poi il brano raccoglie ciò che ha seminato, completando una forma quasi esattamente speculare - e nel 'quasi' c'è quello che non si può dire con le parole. Viene ripetuto due volte l'intero schema A A B A - stavolta senza scostamenti. Alla terza ripetizione, invece, viene tranciata la prima metà dello schema, e si ripete solo B A: entriamo così nella coda. Un'ultima ripetizione di B conduce infine all'estrema propaggine di Sail to the moon: la sezione ritmica si ferma, il pianoforte riecheggia l'atmosfera iniziale. Non proprio la stessa, però: è cambiato qualcosa. La musica ci ha condotto da qualche altra parte.
NON E' COSA MA E' COME
Io non ci credo mica, che questa cosa delle classifiche (di fine anno o meno) sia solo un gioco. Individualmente lo è, certo, ma nel complesso è un fenomeno molto significativo: significa infatti che stiamo cambiando il nostro modo di intendere e vivere la cultura.
Chi compila una classifica non sbaglia mai, perché tanto è soggettiva. Non è tenuto a motivare le sue scelte: elenca le cose che gli piacciono, punto e basta. Una classifica non fornisce idee nuove, è solo un consiglio per gli acquisti.
Partecipare, aggiungere la propria classifica ai miliardi di altre in giro significa entrare a fare parte di un unico grande sondaggio collettivo, che è quello che misura il gradimento del pubblico rispetto ai prodotti dell'industria musicale, letteraria, cinematografica eccetera.
Il classifichismo si colloca agli antipodi esatti della critica. La critica focalizza l'attenzione sui ragionamenti, rispetto a cui il giudizio finale è del tutto secondario. La classifica invece esprime una valutazione quantitativa di un prodotto artistico (questo è più bello di quello), di fronte alla quale sono le motivazioni a fare da semplice corollario.
Il percorso è più importante della meta, si diceva una volta. Io ho l'impressione che oggi sia il contrario: l'unica cosa rilevante è la meta finale, il giudizio numerico, l'imprimatur dell'esperto o del pubblico.
ANCHE LE MARCHETTE, TALVOLTA, POSSONO ESSERE UNO STIMOLO PER LA RIFLESSIONE
Da L'espresso, 31 dicembre, pag.32:
Oggi, dire che la canzone è cultura significa affermare quel che tutti ormai sanno. Perché 'viviamo in un mondo di canzoni', come dice Dalla. Perché la canzone, quella rock, come quella dei cantautori, ribadisce Jovanotti, 'è fondamentale per la crescita di ogni ragazzo'. Ma il riconoscimento culturale della 'canzonetta' è stato lungo e accidentato. L'evoluzione di questa forma musicale, diretta e popolare, spesso capace di raccontare il presente con più efficacia di quanto non sappia fare la poesia, è intrecciata con quella della politica, del costume, della società.
Forse bisognerebbe ringraziare il genio (anonimo) capace di condensare in così poche righe un tale terrificante groviglio di cretinate e luoghi comuni. Solo da casi esemplari di bestiame intellettuale come questo, infatti, si può capire a che rischi conducano le scorribande mediatiche nel territorio della musica, ove manchino sia il contraddittorio sia la serietà dell'editore.
Pubblicità e musica, musica e pubblicità. Anzi, musica è pubblicità. Altro che
cultura, parola vigliaccamente utilizzata nel momento stesso in cui viene svuotata di ogni significato. Altro che forma musicale, forma che il marchettaro di turno non sa nemmeno cosa sia: la canzone è valutata unicamente per il suo intrecciarsi con la politica, il costume, la società. Che la musica possa essere semplicemente bella (o brutta) è un pensiero che non tange: potrebbe costringere ad ascoltarla.Giornali e riviste utilizzano ormai la parola
cultura ad ogni piè sospinto, concedendo questo timbro semplicemente a ciò che piace al pubblico. E' solo questione di tempo: all'inizio fanno gli schizzinosi, poi si adeguano e rivalutano. Il pubblico vuole Jovanotti? Jovanotti è cultura. Il pubblico ignora la poesia? Non può essere che colpa della poesia, evidentemente non in grado di raccontare il presente, nè di intrecciarsi con la politica, il costume, la società: la poesia, insomma, non è cultura.Naturalmente non ce l'ho con il pubblico, semmai con quelli che dovrebbero aiutarlo a capirci qualcosa - mentre invece si comportano da zelanti burocrati dell'informazione, limitandosi a ratificare le scelte altrui. E ci credo, allora, che la
canzonetta ha ottenuto il tanto ambito riconoscimento culturale: l'industria se l'è comprata, la cultura. E quella musicale non fa eccezione: Tobias Jones sarà pure prevenuto, ma quando parla di canzonissima culture coglie nel segno. Il suo unico errore è di identificarla con il berlusconismo, mentre ormai ha sfondato alla grande anche dall'altra parte (a meno che l'altra parte, così ostentatamente anti-, non stia lentamente diventando berlusconiana senza saperlo).
C'ERA UNA VOLTA LA SCUOLA
Un mesetto fa, si è svolta dalle mie parti una conferenza dal titolo Giudici e democrazia. A parlare era appunto un giudice, che è originario del luogo. Ora però fa il collaboratore di Caselli a Palermo. Un giudice in trincea, come si dice con una espressione ormai abusata, uno di quelli pronti a rischiare la vita pur di applicare le leggi dello Stato.
In questi giorni, una persona a cui voglio molto bene mi ha raccontato un episodio di quando insegnava alla scuola media. Fu la mattina del 1978 in cui era stato rapito Aldo Moro: quel giorno il professore entrò in classe, ma non fece lezione. Per un'ora intera, invece, parlò appassionatamente di quello che era appena successo e delle gravissime conseguenze che avrebbe comportato. Lui che era berlingueriano, spiegò ai suoi alunni come l'Italia senza Aldo Moro non sarebbe stata più la stessa.
Accade poi che anni dopo, il professore (che nel frattempo è andato in pensione) ed uno di quegli alunni (che nel frattempo è diventato il giudice di cui sopra) si incontrano di nuovo. E l'alunno gli rievoca parola per parola la non-lezione di quella lontana mattina del 1978. Una non-lezione talmente forte da lasciare un segno permanente su di lui, contribuendo a plasmare quel desiderio di giustizia che ha infine trovato uno sbocco così nobile. Naturalmente non è stato l'unico motivo, e lo sbocco non così automatico, ma a volte le persone - specie nel periodo della crescita - hanno bisogno della spinta giusta.
IL TERZO POLO
Stufi del duopolio televisivo berlusconiano, gli italiani finalmente cominciano a reagire. Ed ora, grazie a un consorzio di emittenti locali, possono portare nelle case di tutta la penisola le note allegre delle orchestre da ballo.
LA CENSURA PEGGIORE
Nel mondo occidentale, ormai, la libertà di espressione ha smesso di essere un valore in sé. E' un valore solo in funzione di quanto pubblico può essere interessato a ciò che diciamo. Per questo, viene sacrificata spesso e volentieri al condizionamento e al compromesso.
CARO BLOG
Caro blog, per favore puoi chiederle quando smetterà di odiarmi? Non è necessario che sia domani, fra una settimana, o fra un anno. Mi basta sapere quando.
QUELLO CHE LE IMMAGINI NON DICONO
C'è una colonna sonora molto interessante, ne La meglio gioventù. Non perché le musiche siano in sé strepitose, anzi. Ma piuttosto perché non stanno a fare da pleonastico sottofondo alla scena, come accade di solito negli sceneggiati televisivi (ed anche al cinema, per la verità).
Prendiamo la scena in cui Giorgia (Jasmine Trinca) e Matteo (Alessio Boni), dopo la fuga di lei dal manicomio, si ritrovano in un bar davanti ad un juke-box. Il fatto che lei abbia problemi mentali rende inconcepibile una storia d'amore fra i due. E infatti il loro rapporto è sfuggente, complesso.
Così complesso che non si può descrivere con le parole. E allora cosa succede? Succede che Giorgia chiede a Matteo di far suonare una canzone nel juke-box. Non una canzone qualsiasi, ma quella che vuole lei: A chi di Fausto Leali.
E per qualche secondo, la musica prende il sopravvento: sulle parole A chi / sorriderò / a chi / se non sei più qui / ormai è finita / è finita tra di noi, in sé banalissime, c'è solo Giorgia che guarda Matteo. E tutto il loro rapporto, che finisce prima ancora di essere cominciato, è racchiuso nello sguardo intenso e severo di Jasmine Trinca, in primissimo piano durante la canzone.
OGNI SUO DESIDERIO E' UN ORDINE, MR LOSER
Sì, sono un provocatore. Quando avevo 12 anni gli amici (fra cui Gino Castaldo) mi facevano contare sempre a nascondino. Da quel giorno ho giurato che gliel'avrei fatta pagare, ci fosse voluta anche tutta la vita ;)
LA PACE RITROVATA
Ha diluviato per molte ore di seguito, qualche notte fa. La mattina dopo, fra i vari danni in terrazzo, mia mamma si è accorta che la bandiera arcobaleno era volata via. L'asticella era piegata nella direzione verso cui era tirato il vento; allora, mia mamma ha preso la macchina ed è andata a cercarla, allontanandosi di parecchi chilometri. Ma nelle strade, nei campi, sugli alberi, nulla.
Finché, ieri, l'ha ritrovata la nostra vicina. La bandiera della pace era finita sul retro di casa, a pochi metri da noi, ma nessuno aveva pensato di guardare lì. Mia mamma è stata molto contenta, perché ormai non ci sperava più.
Speriamo sia di buon auspicio. Felice Natale a tutti.
L'ETEROGENESI DEI FINI
Tra una boiata e l'altra, su questo blog ogni tanto si ritorna a una pretesa culturale (come direbbero loro) che mi è particolarmente cara: la situazione della critica musicale in Italia. Mi sembra di notare che si lamentino un po' tutti di come vanno le cose, ma i discorsi finiscono per girare sempre su se stessi (ed è un po' come parlare del nulla, come lamentava Daniela un po' di tempo fa). Con ElRocco ci siamo amabilmente accapigliati sull'esigenza e/o la possibilità di creare una sorta di "sapere condiviso" da tutti (o da molti), un terreno comune che consenta lo scambio delle idee. La dialettica è come una partita di calcio (tanto per riprendere la solita metafora), e se non c'è il campo è un po' difficile giocare.
La soluzione ci sarebbe, se vivessimo in un paese civile. Si chiama "scuola", un oggetto che i nostri governanti considerano forse un po' esotico, e preferiscono non averci troppo a che fare. Se a scuola si insegnassero poche cose basilari di musica, invece di suonare il piffero, forse questo campo da gioco potrebbe finalmente popolarsi. Non è un'idea nuova. Anzi, oggi ho scoperto da dove proviene, e risale ad un periodo in cui molte cose sembravano possibili: si sosteneva che per fare sì che le discussioni musicali non rimanessero lettera morta, occorreva che arrivassero alla scuola pubblica (e non solo a quelle specificamente musicali). La scuola avrebbe dovuto provvedere al
crescente e appassionato interesse per i problemi della cultura musicale, e il bisogno, sempre più largamente sentito, d'insegnare i valori della musica nella vita della cultura generale [...]. Tutto il resto, tutti gli altri mezzi che ha la cultura per diffondersi, libri, riviste, giornali, radio [...], svolgono un'opera preziosa di completamento [...]. Occorreranno decenni, perché i provvedimenti che invochiamo [...] diano risultati visibili.
Queste parole sono state scritte da Massimo Mila, e pubblicate sulla Nuova Rivista Musicale Italiana nel 1967. Mila voleva che la musica fosse
riammessa nel castello della cultura, dal quale era stata cacciata con l'arrivo delle comunicazioni di massa. In una civiltà tecnocratica, come quella che si è imposta nel Novecento, era inevitabile che la musica facesse le spese della sua scarsa o nulla utilità pratica. Ma il progresso porta con sé anche molti pericoli, e per questo era necessario restituire, attraverso la scuola e la cultura, la completa misura dell'uomo [...]. Occorre credere in quella faccenda che i filosofi chiamano pomposamente l'eterogenesi dei fini, e che vuol poi dire semplicemente che non sempre la linea retta è la via più breve per andare da un punto all'altro. In virtù di questa eterogenesi dei fini, dunque, anche quello che non ha un'utilità pratica (come la musica, appunto) può rivelarsi essenziale per la società.Va da sé, naturalmente, che nulla di tutto questo si è realizzato. Per dare un senso alla presenza della musica nella civiltà dei consumi, la si è voluta trasformare in quello che non era e non potrà mai essere: ovvero si è cercato di darle la famosa utilità pratica, si è cercato di monetizzarla e insomma di renderla "utile". Il risultato lo conosciamo: il mondo della musica è ormai uno squallido circo, in cui il valore estetico è una patina di comodo che viene appiccicata come un adesivo al miglior offerente, e che serve solo ad abbagliare i baggiani e incrementare i guadagni. Il valore estetico è stato dunque innientato; il capitalismo ha avuto tutto l'interesse a demolire l'estetica musicale, che era l'unico baluardo contro la feticizzazione. La scuola, che sarebbe dovuta servire ad educare i giovani alla musica, ha fallito su tutta la linea. In effetti, E' STATA FATTA fallire.
Non ha più senso, dunque, contare sulla scuola pubblica. Ormai la partita si gioca su
tutti gli altri mezzi che ha la cultura per diffondersi, libri, riviste, giornali, radio: quello che doveva avere solo una funzione di completamento, oggi è tutto ciò che abbiamo per parlare di musica (nel frattempo, ovviamente, si è aggiunta la rete). Ma - per tornare al discorso di ElRocco - è possibile realizzare quel "sapere condiviso" con mezzi così variegati, che sono lasciati dall'iniziativa individuale, e che peraltro sono in balia del mercato? Io sono pessimista. E voi, che avete letto tutto questo predicozzo, cosa ne pensate?
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