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Contro Castaldo. Senza se e senza ma
MANCANO SOLO I PALLONI
In attesa di goderci il restyling di "Musica!" di "Repubblica" (che sarà certamente bellissimo), ecco quello del "Blog della Domenica". Seguendo il saggio consiglio di ElRocco, ho utilizzato w.bloggar per fare questo nuovo template. A questo punto, mancherebbe solo una cosa: l'immagine di due palloncini a fianco del titolo (sagace metafora per i palloni gonfiati di cui si parla su questo blog).
COMING OUT SU CRISTINA DONA'
I commenti al post di una settimana fa erano troppo invitanti per lasciare cadere il discorso. Ad esempio ElRocco la pensa molto diversamente da me, come era chiaro già dalla sua recensione. E formula questa ipotesi: la mia antipatia per la Donà sarebbe dovuta al fatto che non mi piace la sua voce. Ebbene no, non ce l'ho con la di lei ugola. Ammetto che la Donà non mi sia simpaticissima (il suo simil-blog rivela una personalità piuttosto irritante), ma secondo me il problema è proprio la musica.
ElRocco apprezza molto gli improbabili arrangiamenti (i vari pianoforti, fisarmoniche, archi etc.) sparsi per il disco. A me questi rivestimenti non piacciono, perchè sono aggiunte posticce e furbine a una sostanza che è - confermo - un indie rock ammuffito. Per me, il vano assolo di tromba di 'Nel mio giardino' (o quello di trombone in 'Dove sei tu') è emblematico. E' vero che quegli archi non si possono definire 'pomposi'; difatti la loro pacchianeria è, per così dire, più 'cameristica' che sinfonica.
Inkiostro è convinto che la Donà abbia del talento; lo credo anch'io, ma non mi pare che ne stia facendo un buon uso. Ad esempio, esito a definire 'Invisibile' 'una canzone da infarto'. Diciamo innanzitutto che occorre avere una buona dose di immaginazione per figurarsi come sarebbe il pezzo, se fosse decentemente arrangiato. In questo caso, si potrebbe apprezzare la suggestione del ritornello, con la Donà decisamente ispirata. Il finale sciupa comunque tutto: le ripetizioni del ritornello - dalla terza in poi - suonano decisamente pleonastiche, in quanto è mancata una convincente sezione centrale contrastante; e si ha l'impressione che il discorso non porti da nessuna parte (infatti la band non trova di meglio che raddoppiare il tempo, dirigendo il pezzo verso il nulla).
Resta aperta la questione delle allusioni sessuali più o meno 'dolcironiche'. Io trovo che dell'ironia ci sia ne "L'uomo che non parla" più che ne "Il mio giardino" - ma non è questo il punto. Mi sto imbarcando in un discorso un po' incasinato, ma - come dire - quando lamentavo la 'mancanza di ironia' non intendevo che nei testi non comparisse mai il registro ironico (L'uomo che non parla è appunto un esempio ovvio). E' la Donà-autrice, secondo me, che manca di ironia in quanto manca di distacco rispetto alle sue canzoni. Le prende troppo sul serio, le pretende perfette ma così impedisce alle loro qualità (quando presenti) di esprimersi. Chiaro? Credo di no. Ci penso meglio e la prossima volta cerco di spiegarmi...
IL POETA BENEDETTO
Su 'Rockstar', Dado Minervini intervista 'la più intensa scoperta dell'ultimo festival', Sergio Cammariere.
"Le dita nervose sfiorano sette tasti, uno dopo l'altro. Tasti bianchi come un sorriso di donna, come la schiuma delle onde del Mar Ionio, come quattro lettere su sfondo arcobaleno. Sette note, sette diversi suoni per raccontare gioie e dolori di una Vita D'Artista. Sergio Cammariere si rivela ai lettori di 'Rockstar' giocando con maestria con le note e le parole..."
Già, lui si rivela ai lettori. E non è un bello spettacolo, perchè l'intervistatore ha l'idea agghiacciante di fare una conversazione "su e giù per gli ottantotto tasti del pianoforte". La prima domanda, ad esempio, è "Do: voce del verbo dare, indicativo presente, prima persona singolare". L'artista risponde:
"Credo che la musica sia un dono divino, nessuno può insegnarla. Io sono un autodidatta puro: non ho fatto un giorno di conservatorio. Ho imparato la musica da bambino ascoltando dalla finestra il respiro del mare prima di dormire. Suonare per la gente è restituire questo dono ricevuto dalla natura. Sentire il pubblico che canta le mie canzoni riempie il mio cuore e appaga il desiderio di lasciare un'orma del mio spirito".
Invece di lasciargli un'orma sul sedere, come meriterebbe, Minervini insiste con la sua simpatica idea. "Re: nome comune di persona, maschile singolare".
"Avevo già la bacheca piena di premi quando è arrivato, in 5 giorni, lo scettro del successo popolare di Sanremo. Mi hanno voluto lì per fare un omaggio a una carriera di gavetta. Oggi che le persone mi riconoscono per strada, mi auguro che non dimentichino in fretta e che le mie canzoni rimangano eterne come quelle di Paoli, Tenco, e degli altri grandi cantautori italiani".
Il vortice demenziale li risucchia sempre di più, attraverso il mi, il fa e il sol; ci manca solo che Cammariere veda la Madonna. Infatti la vede, rispondendo a "La: articolo determinativo, femminile singolare".
"La donna è il motore di tutto. Mi reputo un esteta: amo cercare l'infinita bellezza che è dentro ogni donna, anche in quella apparentemente meno attraente. 'Tutto Quello Che Un Uomo' è diventata indirettamente un omaggio a tutte le donne. Avrei voluto fare di questa canzone una specie di preghiera rivolta alla madonna".
Questa geniale e pianistica intervista si conclude così:
"E dopo il 'si', Sergio ritorna quasi naturalmente al 'do' iniziale rilanciando, un'ottava più in alto, un gioco che può continuare all'infinito...".
Speriamo. Ci sarà da ridere per l'eternità.
IL MAESTRO
So cosa vuol dire avere il culto di Paolo Conte, e quindi posso comprendere bene come abbia fatto Guia Soncini a scrivere questo articolo sul 'Foglio'. Le sue adoranti parole possono magari suonare avventate, ma chiunque abbia avuto la fortuna di incontrare di persona il Maestro, le sottoscriverà dalla prima all'ultima riga. A quel pover'uomo che sul 'Riformista' ha cercato di fare lo spiritoso, mando tutto il mio più schifato disprezzo.
Si occupano della questione anche Luca Sofri (23 maggio, 'Il mondo alla rovescia') e Rolli.
NUOVE FRONTIERE DELLA PIAGGERIA / 2 - MAX MALAGNINO
Max Malagnino recensisce Robin Thicke su 'Rockstar'. Titolo: La 'bellezza in bicicletta' Robin Thicke è il nuovo prodigio del pop soul americano.
"Guardi Thicke, e ti vengono tutti i complessi di questo mondo. Alto, occhi azzurri, fisico da paura. Poi lo ascolti cantare, ed i complessi si tramutano in psicodrammi. Perchè Robin Thicke ha una voce che, in alcune parentesi, sembra addirittura presa in prestito da Stevie Wonder".
Sì, nelle parentesi della tua attività cerebrale. Ma andiamo avanti:
"Figlio d'arte, [...] Thicke ha sviluppato il suo talento praticamente in fasce. 'A nove anni facevo già l'imitazione di Michael Jackson, compreso il moonwalking. A dieci cantavo sullo scuolabus per far colpo sulle mie compagne. A sedici avevo già il mio primo contratto discografico. A 22 ho cominciato a scrivere per Christina Aguilera, Marc Anthony e Brandy. A 24 ho deciso che scrivere per altri non mi dava alcun piacere, e così ho iniziato a scrivere per me stesso [...]'. Ride e scherza sempre, Thicke. E così crolla anche la speranza che sia almeno un po' antipatico".
Povero Malagnino. Le ha provate tutte per parlare male di Thicke, ma i suoi psicodrammi glielo impediscono: Thicke è troppo geniale, bello e simpatico. Mica come Stevie Wonder, che è vecchio, cieco e pure negro. Peccato solo che Malagnino non ci abbia anticipato cosa farà Thicke a 35 anni, quando tornerà cioè a cantare sui suoi amati autobus.
'VERAMENTE' O 'SHPALMAN' ?
Come capita a tutti gli opinion-leaders, anche ad Emmebi hanno chiesto di pronosticare i tormentoni della prossima estate. Eccoli (e nei commenti, ci scappa pure una mini-polemica con il sottoscritto).
SU GENTILE RICHIESTA
Dopo che Gino Castaldo aveva inventato un nuovo genere cinematografico, non potevo evitare di chiedere ai ragazzacci di Seconda Visione che cosa ne pensassero. La perfida risposta è qui.
PALLONI GONFIATI / 5 - CRISTINA DONA'
Il produttore di "Dove sei tu" deve essersi messo d'impegno per far suonare questo disco il peggio possibile. E c'è riuscito perfettamente: il risultato è un indie rock ammuffito, una formula sonora abusatissima e ormai insopportabile. Ma la musica interessa ben poco alla vestale del rock italiano, assai più concentrata sulle sue deliranti visioni poetiche. Il disco si apre ad esempio con "Nel mio giardino", nel quale la Donà promette: "aprirò il giardino / quando arriverai / aprirò il giardino / e non si chiuderà mai". L'elegante allusione sessuale è colorata di venature freudiane ("e ritroverai quel che avevi perso"), mentre una tromba alla Louis Armstrong intesse un assolo quanto mai inopportuno. Gli archi suonano decisamente pacchiani, dando un tocco di eccessivo preziosismo a un giro di accordi stilizzato. Tutto il disco è pervaso da una pretenziosità inaudita, una assoluta mancanza di ironia, un compiacimento da premio Nobel. Le melodie sono secche e disarticolate, e quasi mai riescono ad amalgamarsi con la visionarietà dei testi.
Con l'eccezione di Luca Sofri, questo disco è piaciuto a tutti (il più incauto è stato FFWD). Questo successo è per me del tutto incomprensibile, anzi lo considero un vero e proprio delirio collettivo. E mi chiedo: come mai i dischi targati Mescal sono regolarmente i più brutti e sopravvalutati in circolazione?
QUESTA SETTIMANA HO FATTO - COME DIRE - UN GRAN CASINO...
Ero stufo di avere lo stesso template di Brontolo, così domenica scorsa ho fatto delle modifiche. Peccato che da allora non abbia funzionato più nulla, i link all'archivio non andavano, non riuscivo a inviare nuovi post. Una roba mai vista. Ora mi arrendo e ritorno al classico grigio-topo. Si vede che è il destino (o più probabilmente, è la mia incapacità).
PALLONI GONFIATI / 4 - SERGIO CAMMARIERE
Mister Sciarpetta Rossa ci culla sopra un morbido letto di note. Ha un'aria molto bohemièn, seduto lì da solo al pianoforte, ma i suoi svolazzi pianistici gli assicurano un futuro più da Bracardi che da Luigi Tenco. Dicono i critici che la sua ispirazione viene da Beethoven e Debussy, e attendo con ansia che le Nove Sinfonie di Cammariere dispieghino per intero il suo genio. Nel frattempo, il suo capolavoro si intitola "Tutto quello che un uomo", famoso per il simpatico videoclip con gli strumenti sanguinanti. La canzone ha una melodia molto bella, cantata purtroppo da Cammariere stesso che ha una voce impresentabile. Ma la tragedia è il testo, costituito da immagini poetiche di quarta mano, un'accozzaglia di baci perugina male assortiti, che culminano nella fantasmagorica espressione "per un cuore di donna o la spada di un re". Ci credo che gli strumenti sanguinano...
IL POP DELLA DOMENICA
Anch'io ho deciso di buttarmi nel mondo del bastard pop, e il primo esperimento si intitola Light my fire, almeno tu. In pratica, ho provato a trapiantare la famigerata cover di Light my fire fatta da Will Young, su Almeno tu nell'universo di Mia Martini. O viceversa, ma che importa. L'improbabile esperimento è stato un po' frettoloso, comunque mi piacerebbe metterlo a disposizione (in effetti sto provando a farlo, ma scopro con terrore di non esserne capace).
CRITICA DEI MIRACOLI
Scrive Gino Castaldo su Macy Gray, ovvero "l'ultima diva del soul":
C'è una particolare gioia nel canto di Macy Gray, una voglia contagiosa di esserci, e del resto con una certa sfrontatezza lo dice lei stessa in uno dei brani più originali del nuovo disco: "Screamin' ", urlare, con tutto il fiato possibile, ma anche con la grazia del suo irresistibile talento. Un dono, al di là di ogni dubbio, un vero prodigio che nella soul music non si sentiva da anni, e che al suo apparire, quattro anni fa, aveva fatto gridare al miracolo.
Credo che avesse gridato da solo.
Ma questo è ciò che succede quando si sprecano i superlativi per Alexia: quando poi ti tocca parlare di una brava, devi andare oltre. I superlativi non bastano più, bisogna inventarsi - appunto - un "miracolo".
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